( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

“L’infedele” (elogio…dell’infedeltà) di Gian Luigi Ago

settembre 9th, 2004 by Gian Luigi Ago

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Chiariamo subito che già parlare di “infedeltà” non è propriamente corretto, perché questo termine indica nell’accezione comune qualcosa di negativo e si connota con degli attributi che presuppongono inganno, mancanza di rispetto, cinismo, egoismo, ecc. tutte cose che invece non fanno parte di questa teoria. Quindi possiamo mantenere questo termine, a patto che sia chiaro, in tutta l’esposizione, che è un termine convenzionale e che va letto come un neologismo che solo casualmente coincide con “l’infedeltà” che noi comunemente conosciamo. Sgombrato il campo da questi possibili equivoci e, proponendoci di non cadere in quest’ottica pregiudiziale, ma di seguire il corso dei ragionamenti con uno sguardo non “viziato” da preconcetti, possiamo provare ad analizzare il progredire del ragionamento, anche se la configurazione della teoria meglio si presterebbe ad un rappresentazione ad “albero” o a “mappa concettuale”, contenendo numerosi link che la rendono più simile a una rete che non a un semplice algoritmo. Ma iniziamo a riassumere il ragionamento.

Cos’è la fedeltà? Può esistere una fedeltà non omologa?

Se, ad esempio, la mia fede calcistica fosse quella romanista, io non la tradirei se diventassi musulmano, ma solo se diventassi laziale, juventino, ecc.  Se io fossi cristiano, non “tradirei” la mia fede diventando milanista, ma diventando, che so, buddista. Voglio dire che l’infedeltà si può configurare solo confrontando cose che appartengono alla stessa “categoria”.

Diciamoci la verità: normalmente la cosa che dà più fastidio nell’essere traditi è il sapere che il partner ha fatto l’amore con un’altra persona. Questo, a ben pensarci, svilisce il concetto di “amore” riducendolo solo all’aspetto sessuale, che ne è invece solo una parte. Prendiamo il classico rapporto di coppia. Quello che ne costituisce l’essenza è il fatto di scegliere una persona con cui condividere e progettare una vita insieme, in prospettiva per sempre, anche se poi è nell’ordine delle cose che possa anche finire. Non è il fare sesso insieme che ne costituisce l’essenza, anche se è parte integrante del rapporto. Quindi, in base al ragionamento della “fedeltà omologa” per me il vero “tradire” nel rapporto di coppia avviene quando uno dei due inizia a desiderare un’altra persona come partecipe della vita da condividere, progettare e costruire insieme. Capisco che il tradimento “sessuale” faccia molto male, ma a ben pensarci dentro al tradito si risveglia principalmente un dolore “egoistico” nel senso di sentirsi offeso nel suo amor proprio dal fatto che il partner abbia preferito “fisicamente” un’altra persona, il fatto di non essere “unico” per quella persona, il fatto di essere stato ignaro di ciò che stava succedendo, di essere stato ingannato e anche la paura che questa persona possa “spodestarlo”. Questo accade anche nel caso si sappia bene che quella del partner è stata una semplice “avventura fisica”. In realtà per me ci sarebbe da soffrire di più se il partner cominciasse a vedere in un’altra persona quella con cui voler vivere, “sostituendola” nella sua visione a noi, mentre invece spesso si tollera più questo che un’avventura “sessuale”. Questo per me significa dare un’importanza eccessiva al sesso, svilendo altre cose anche molto più importanti che caratterizzano l’amore di coppia. Il sesso è qualcosa che può essere applicato a qualsiasi cosa. Non si può vedere il sesso solo come inserito nel rapporto di coppia. Se, paradossalmente, Nicole Kidman bussasse alla mia porta (ma mi accontenterei anche di un’ anonima prorompente fanciulla….) implorandomi in ginocchio di far l’amore con lei, non riuscirei a dire di no….anzi in genere non riesco mai a dire di no a una qualsiasi donna, anche se non si chiama Nicole e se non è prorompente, se non in casi estremi e ripugnanti… Ma qui siamo su un piano diverso dal sesso coniugale. Io credo che esista, volenti o nolenti, anche questa forma di sesso, puramente basato sul piacere fisico, senza per forza pretendere che il sesso sia soltanto “nobilitato” da una storia d’amore. Nell’esempio che ho fatto per me il sesso sarebbe una cosa piacevole come mangiare un bel gelato, senza alcun coinvolgimento sentimentale. E, posso dire per esperienza, che questo tipo di sesso non è per niente male…Diceva Woody Allen: “il sesso senza amore è un’esperienza vuota, ma fra tutte le esperienze vuote è la più piacevole…” Mi rendo conto che per motivi storici, antropologici, culturali, ecc forse nelle donne c’è sempre bisogno di un minimo di coinvolgimento mentale nel far sesso con qualcuno, mentre forse il sedimentarsi di una cultura maschilista rende più facile in un maschio “l’esperienza vuota” del sesso, anche se oggi non so se sia poi proprio più così. Questo era comunque un esempio riferito al semplice “sesso fisico”. Io, in passato, quando avevo una mia casa “aperta” e tornando trovavo gente sconosciuta in casa, mi capitava, anche più di una volta, tornando a casa tardissimo, di entrare silenziosamente in casa e al buio infilarmi nel letto trovandolo magari già occupato da una giovane tedesca o irlandese (tanto per dire…). Andavo lo stesso a letto e per l’ospite era normale farmi posto, in tutti i sensi…… (è anche vero, però, che se lo trovavo occupato da un maschietto, dormivo piuttosto in terra…) Certo quelli erano altri tempi….però dico questo per dire che le mie “esperienze vuote di sesso” fatto con persone di cui magari non vedevo la faccia fino al mattino dopo (e quindi senza alcun minimo coinvolgimento mentale) le ho fatte e non mi dispiacevano affatto. Era ovviamente sesso “fisiologico” come bere quando si ha sete, mangiare quando si ha fame, ecc.

Ma son partito parlando del livello più basso (quello senza coinvolgimento) tenendo conto che però esistono vari livelli prima di arrivare a un sesso più “nobile”, concordando che così si possa definire.

Qui ora però entriamo in un altro campo del ragionamento: i rapporti umani.

Io credo che esistano diversi tipi e livelli di approccio tra esseri umani, e uso il termine “esseri umani” proprio per evitare il facile fraintendimento di leggere il discorso solo nell’approccio “sessualmente interessato” tra un uomo e una donna.  Classico esempio, che riporto perché a me è successo più volte: conosco una ragazza, mi trovo molto bene con lei, magari sono in vacanza da solo e ho occasione di stare con lei molto tempo (questo scenario serve a far capire che certamente anche le contingenze aiutano il verificarsi di situazioni; se fossi insieme alla mia “legittima” consorte probabilmente non ci sarebbero occasioni materiali, come il restare soli insieme a lungo, per favorire il svilupparsi di certe potenzialità, anche se esse possono comunque sussistere ugualmente). A questo punto la situazione può svilupparsi in diverse direzioni e a diversi livelli. Può non succedere nulla, vuoi per scelta, vuoi per mancanza di situazioni, o magari semplicemente perché lo stare bene insieme è uno stare bene insieme a un livello “normale”. Ma ipotizziamo che questo stare bene insieme, durante questa ipotetica vacanza, diventi sempre più forte e debordi verso un’attrazione più profonda e intensa. Senz’altro in questa situazione gioca molto anche il fatto dell’essere soli, lontani dalla persona amata, magari in un bel posto, ecc. tutte cose che “aiutano” (probabilmente nella quotidianità poteva non esserci nessun ulteriore sviluppo di questo approccio umano, ma non è poi detto). Ipotizziamo che questo star bene insieme diventi qualcosa che coinvolge molto anche psicologicamente, a livello di affetto, di bisogno di fare delle cose insieme, ecc. E’ facile che in una simile situazione “facilitante” e magari in una spiaggia, al chiaro di luna, in una sera in cui magari la malinconia e la tenerezza sono intense, i due “esseri umani” sentano il bisogno di stare ancora più vicini. Se si trattasse di due uomini etero sarebbe probabile limitarsi a delle confidenze, a darsi delle pacche sulle spalle, a bere e ridere insieme come due bambini, ecc. E’ chiaro che trattandosi invece di un uomo e una donna questo bisogno fisico di sentirsi vicino all’altro “essere umano” abbia delle manifestazioni più erotiche che possono fermarsi a certi livelli, ma possono anche andare fino in fondo. A me questo è capitato e anche più di una volta. Parlo del fatto di conoscere una ragazza una sera, di trovarmi bene con lei a tutti i livelli e poi di finire a far l’amore. Attenzione: non parlo dell’avventura sessuale di cui parlavo all’inizio, ma di un vero e proprio “amore” anche se della durata di una sera, anche senza prevedere progetti di vivere insieme e di costruire una famiglia. Ma perché questo non dev’essere considerato “amore”, un’altra forma di “amore”? Perché l’amore deve essere tale solo se ha una “durata” nel tempo? Chi la stabilisce? L’amore è una cosa talmente grande che si fa beffe del tempo, delle differenze di età, delle condizioni sociali, ecc. è una cosa che non puoi costringere dentro dei canoni fissati o subordinare a necessarie conseguenze. L’amore non avviene, non si svolge: l’amore “è”. Quindi io credo di aver vissuto grandi storie d’amore che sono durate lo spazio di una notte, ma che erano vere storie d’amore, forse paradossalmente anche di più, perché non erano condizionate dalla necessità di fissare delle condizioni o delle scadenze future e credo che i sentimenti ci fossero tutti. Magari se poi fossero continuate potevano, alla luce della quotidianità fallire o proseguire, chi lo sa.. ma quel restare a un livello del semplice, ma autentico, bisogno di due esseri umani di manifestare la loro attrazione reciproca, il loro autentico sentirsi vicini ha forse sublimato tutto rendendolo forse anche più “nobile”. E anche il fatto che entrambi potessero essere felicemente accoppiati con i loro partner, credo sia irrilevante e non contraddittorio. Non credo alla storia che a uno felicemente accoppiato/a queste cose non possono succedere perché ha già tutto. E’ vero magari che, inconsciamente, si “chiude” a queste cose, non si rende “predisposto”, perché le ritiene “illegittime” o “ingiuste” in linea di principio. Ma come può essere ingiusta una cosa vera, autentica, realmente basata su sentimenti profondi e corrisposti? La storia di Paolo e Francesca è illuminante. C’è un thread sull’amore e sulla morte che ho scritto su di un Forum in cui ne parlai. Lo inserisco in calce a questo file, come ulteriore appendice a questa teoria.   Dicevo che anche l’essere felicemente accoppiati non rende ingiusta questa cosa, perché la cosa è “diversa” e, in base al principio della fedeltà omologa, non si contrappone all’amore scelto per la vita. Io credo che l’amore monogamico sia una forzatura. Come si può pensare che una volta che si ama una persona, non ci si possa più innamorare di un’altra? O meglio: che quando si ama una persona non si possa amarne un’altra in modo diverso, come quello che ho raccontato nell’esempio della “vacanza”. Significherebbe ammettere che esiste una sola persona che ognuno di noi può amare e che siamo stati tutti fortunati a trovarla in mezzo a miliardi di persone. Magari in Giappone, in Nuova Zelanda o chissà dove c’è una donna che io amerei più di chiunque al mondo, ma le contingenze dello spazio non me la faranno mai conoscere. Magari cento anni fa c’era (o tra cento anni ci sarà) una donna che sarebbe il mio più possibile grande amore, ma le contingenze del tempo impediscono il nostro incontro. Noi dobbiamo renderci conto che gli amori che viviamo sono veri, ma casuali e contingenti. Se questo è vero perché non potrebbero esserci altre persone “contemporaneamente” a quella con cui stiamo che noi amiamo veramente? Il problema del rispetto dell’altro, dell’infedeltà, ecc., obiezione che immagino tra le più “gettonate”, subentra solo quando questo altro amore diventa “omologo”. Allora sì che si scadrebbe nella mancanza di rispetto verso l’altro continuando a viverli entrambi. Allora sì che si dovrebbe giungere ad una scelta. Ma se gli “altri” amori sono “diversi” perché abortirli, perché non dargli spazio, perché impedire che una cosa “bella” abbia il suo corso? Capisco che è difficile, capisco che il discorso del rispetto, della “forzata” unicità del partner è vincolante, crei sensi di colpa, crei sofferenza in chi subisce il pseudo-tradimento (ma che poi tradimento non è), crei sofferenza in chi vive “l’altro amore” vedere la sofferenza dell’altro. E questi sono problemi grossi e reali, ma che non attengono alla “ingiustizia dell’altro amore” ma a tutta una serie di “condizioni” psicologiche, sociali, ecc che esistono e che è difficile superare. Allora ci si trova di fronte a grandi dilemmi: abortire una storia vera, autentica, anche se “diversa” in nome della sofferenza altrui, privarsi di momenti ed esperienze felici, pur sapendo che quello che facciamo è “giusto” e non “sporco” o “scorretto” anche se ancora troppo “avanti” per l’attuale status antropologico odierno oppure abbandonarsi a certe esperienze, pur sapendo dell’incomprensione e della inevitabile non accettazione di questo da parte del proprio partner? Oppure ancora nascondere tutto, costringendosi ad un inganno, che non dovrebbe aver senso mettere in atto per nascondere una cosa vera ed autentica, ma che  si è costretti a fare per convenzione sociale, per incomprensione altrui, ma anche per evitare sofferenza all’altro? Certo tutto questo esiste e dobbiamo farci i conti, ma per onestà intellettuale non dobbiamo sostenere che questo succede perché “l’altro amore” è ingiusto, sbagliato, scorretto e irrispettoso in sé. Non è così: è il contesto sociale e psicologico che ci fa dire questa “bugia” a salvaguardia di altre cose e per ritornare a uno status quo di “tranquillità” e per tacitare la nostra coscienza. Io credo che nella vita “abortire” una cosa bella, autentica, sentita profondamente, desiderata intensamente sia un “peccato mortale”. Meglio assumersi i rischi di un’incomprensione, anche di un dolore proprio e altrui, ma  mai uccidere attimi di vera felicità. Magari si sarà costretti a nascondere, ma sottolineo “costretti”, non per malizia ma per la certezza che l’amor proprio altrui non capirebbe la nostra vera felicità, se questa è frutto di qualcosa di non omologo, non saprebbe capire una simile teoria, ma la vedrebbe come scusa, come alibi.

Tornando più “in basso” anche le storie di semplice “sesso” sono per me giustificabili. E’ assurdo (e innaturale) poter pensare di “obbligarsi” a fare  sesso solo con una persona per tutta la vita. Certo può bastarmi e posso benissimo non andare a cercare altre esperienze (e sottolineo il non andarle a cercare di proposito, perché il farlo significherebbe allora sì qualcosa di diverso) ma se capita, come nell’esempio di Nicole Kidman…quando lei m’implora in ginocchio (magari….) perché negarsi un’esperienza che è reale, bella, eccitante, rilassante, gratificante, soddisfacente, se si sente la voglia di viverla? Anche se in questo caso il sesso non è nobilitato dall’amore, ma solo dal piacere, non è forse così anche quando mangiamo un gelato? Non abbiamo bisogno di amare o di voler convivere col pistacchio fino a che morte non ci separi… Questo sempre tenendo presente che le obiezioni di rispetto  e impegno verso il partner per me valgono e impongono un “aut aut” solo nel caso di situazioni omologhe. Ma io Nicole Kidman non voglio mica sposarla, vorrei solo……………

Senz’altro questa mia esposizione è confusa e senz’altro ho dimenticato molti aspetti che però concorrono a creare in me la convinzione che quello che io sostengo non è una teoria dell’infedeltà vista come mancanza di responsabilità, di rispetto, ecc. ma anzi come saper vivere le cose della vita nel loro giusto senso. Poi può anche capitare di vivere sempre con una persona, far sesso sempre con lei, non amare nessun altro, non desiderare un’esperienza sessuale che si presume soddisfacente con un’altra persona. Ma a ben pensarci non è forse tutto questo un po’ innaturale e un po’ forzato e auto imposto? Io credo poi che esistano migliaia di rapporti diversi, anzi ognuno è unico: rapporti di semplice amicizia, rapporti di amicizia avanzata, rapporti di attrazione, rapporti di innamoramento, di passione, e via dicendo, ma se esistono e sono diversi tra loro, perché reprimerli, perché condizionarli a un principio di rispetto verso un qualcosa a cui in realtà non si manca di rispetto (il rapporto di coppia con la persona con cui si vive) perché esso rimane unico e insostituibile, finché non lo dovesse diventare, così come unici e insostituibili, ma diversi, sarebbero gli altri eventuali  rapporti che dovessero capitarci? Non è questo un vero mancare di rispetto alle cose incredibili che ci offre la vita, non sarebbe un buttare via rari momenti di felicità, intensità e passione, così rari? E poi il rinunciare a qualcosa che si sente bello, vero, intenso, desiderato non è forse anche scorretto proprio verso il rapporto di coppia prevalente? Dico questo perché abbandonarsi a una cosa “sentita intensamente” potrebbe farci capire che in realtà questa nuova cosa è degna di sostituire quell’altra. Il non “provare” potrebbe rappresentare una sorta di paura di “verifica”. Mantenere ciò che si ha senza sapere se forse avremmo preferito altro, un po’ un nascondere la testa nella sabbia. Invece il “provare” dà la felicità di vivere qualcosa di intenso e poi può rimanere una cosa diversa e quindi non intaccare il rapporto prevalente, oppure spingere a sostituirlo. Nel qual caso, il non aver provato sarebbe stato un errore, escludendo a priori la soluzione ottimale per la propria vita di coppia.

Ovviamente sottolineo che tutta questa teoria ha senso solo quando queste cose accadono perché accadono senza che noi possiamo farci nulla e perché sono realmente sentite ed urgenti e non vuole assolutamente giustificare una leggerezza a tutti i costi . Io non predico l’infedeltà come stile di vita “scelto”, ma il doveroso coraggio di non rinunciare a rapporti umani belli, intensi e desiderati fortissimamente qualora dovessero capitarci. Questo è semplicemente il mio modo di pormi di fronte alla brevità e all’unicità “personale” della vita (“quando si muore si muore soli”) e non pretendo che tutti la assumano come “vangelo” o che dicano che sia giusto.  Mi piacerebbe però che si capisse che la mia concezione si riferisce a qualcosa di diverso dall’egoistico “normale” tradimento comunemente inteso e che non fosse equivocato per un “facile” alibi per fare quello che si vuole.

THREAD EROS/THANATOS (marzo-aprile 2004)

(estratti da interventi su Forum GG)

Inviato da GIAN LUIGI il 22/03/2004 15:16


Belle e profonde le poesie postate da Lisa e le sue considerazioni (ovviamente mi ha colpito il “mio” amato Borges).
Belle, profonde e invitanti a una profonda riflessione le cose riportate e scritte da Claudia.
Lisa, che scrive raramente, ma che quando lo fa lascia un segno profondissimo, Claudia da pochi mesi su questo Forum e che già è riuscita a far irrompere la sua intelligenza, la forza della sua gioventù, la sua profondità e la sua sensibilità in modo prepotente.
Il tema è serio, importante, centrale e fondante e mi fa piacere che al mio invito a parlarne anche qui, abbia fatto seguito una serie d
i post tutti interessanti. E non poteva che essere così, perché il tema della morte è forse quello più importante dell’intera nostra esistenza. “Il punto di fuga” di Claudia mi riporta, sorprendentemente, a una quasi identica definizione che scrissi anni fa e che parlava proprio di “una corsa verso il punto di fuga prospettico, nella forzatura spazio-temporale di sempre” e la sua è una definizione quanto mai appropriata e, direi, ulteriormente arricchita da quel racconto riportato dalla stessa Claudia, in cui appunto convergono altri profondi ed essenziali significati.
La morte dunque come inevitabile “punto di fuga”. Ma il punto di fuga è “fine” o piuttosto “infinito”? Questa stessa lettura contraddittoria potrebbe fornircene una chiave di interpretazione ontologica divergente. Vorrei allargare queste riflessioni all’altra nostra pulsione esistenziale che completa e insieme funge da contraltare alla Morte: l’Amore.
Non credo sia casuale che Amore e Morte siano sempre stati accostati in modo indissolubile da mitologia, letteratura, filosofia. Dall’antica Grecia alla concezione della libido freudiana, in cui questa è vista come l’aspetto psichico della pulsione sessuale, contrapposta, appunto, alle pulsioni di morte. Ma tutta l’arte e la cultura sono intrise di questa eterna dicotomia, dalla pittura alla musica, dalla letteratura alla cinematografia (non so perché mi viene in mente “Matador” di Pedro Almodovar).
Un esempio, esemplare e classico, è la lettura dantesca della storia di Paolo e Francesca, amore impossibile e insieme inarrestabile e già scritto, più forte di qualsiasi cosa e letterariamente “sublimato” e completato dalla morte. M
i piacerebbe riflettere su perché questi due aspetti, apparentemente così opposti della nostra esistenza, si dimostrino spesso indissolubili e complementari. E mi piace concludere riportando i versi del “solito” Jorge Luis Borges, in cui egli rilegge la scrittura dantesca di Paolo e Francesca proprio alla luce della sua universale e paradigmatica esemplarità:

INFERNO, V, 129

Fanno cadere il libro, ormai già sanno
Che sono
i personaggi del libro.
(Lo saranno di un altro, l’eccelso,
ma ciò ad essi non importa)
Adesso sono Paolo e Francesca
Non due amici che dividono
il sapore di una favola.
Si guardano con incredulo stupore.
Le mani non si toccano.
Hanno scoperto l’unico tesoro:
hanno incontrato l’altro.
Non tradiscono Malatesta
Perché il tradimento richiede un terzo
ed esistono solo loro due al mondo…
Sono Paolo e Francesca
ma anche la regina e il suo amante
e tutti gli amanti esistiti
dal tempo di Adamo e la sua Eva
nel prato del Paradiso.
Un libro, un sogno li avverte
che sono forme di un sogno già sognato
nelle terre di Bretagna.
Altro libro farà che gli uomini,
sogni ess
i pure, li sognino.

JORGE LUIS BORGES

AMORE E COPPIA

Inviato da GIAN LUIGI il 13/04/2004 16:42


Probabilmente c’è molto di vero in quello che saggiamente scrive Mario, anche se messa così potrebbe sembrare che la coppia sia la tomba dell’amore. Ma forse è proprio questo il punto: l’amore grande, immenso può prescindere dalla coppia intesa come “quotidiana routine”, come “obbligo sociale”. Parlando di amore e morte ho parlato di “grandi amori” come Paolo e Francesca, ma potremmo parlare di Giulietta e Romeo o di Cirano e Rossana, ecc. Amori che diventano “simbolo” forse proprio perchè si ergono al di sopra della “normale” concezione di coppia. Quindi se così fosse, e interpretando e allargando quanto espresso da Mario, la coppia così intesa, trascina nel “quotidiano” qualcosa come l’amore che invece prescinde da tempo e spazio e si realizza anche nell’apparente “impossibilità” di esistere. Quasi tutti i grandi amori letterari sono, non a caso difficili e contrastati, metafora della difficile trasposizione di qualcosa di così sublime in una meschina quotidianità. Forse i grandi amori nascono dove e tra chi non “dovrebbero” socialmente nascere, pena diventare solo “contratti sociali”. Potrebbe essere questa la chiave di interpretazione?
Non so, rispondendo a Jaga, quantificare quanto c’è di GG e SL in queste concezioni, anche perchè si entrerebbe in una sfera privata che spesso può essere molto diversa dall’apparenza. “Il dilemma” io l’ho sempre considerato più un discorso sulla ricerca di una “morale” contro le mode e il lassismo, ma potrebbe forse collegarsi al discorso che facevo prima il fatto che per sublimare quell’amore occorra qualcosa (la morte) che rompe appunto la quotidianità?
A
i posteri l’ardua sentenza…..GIAN LUIGI

RE:RE:AMORE E COPPIA

Inviato da GIAN LUIGI il 13/04/2004 17:26


M
i piace l’immagine della fiaba. Perché tutto si svolge a un livello pseudo-reale. Lì c’è l’Amore(con la A maiuscola). Il punto è se si può far convivere Amore e amore. Voglio dire che esistono diverse forme di amore tra un uomo e una donna e non sempre raggiungono le vette “letterarie” che abbiamo citato. Ma a volte questo può succedere, anche inaspettatamente e contro ogni “regola” e questo è insieme “dono” e “condanna”: dono perchè si ha la fortuna di vivere l’Amore (quello con la A maiuscola), condanna perchè “dovresti” trovarne una collocazione “terrena” (e qui viene fuori il Papa che c’è in me, col suo dualismo tra corpo e spirito….)conciliandola con la quotidianità. E allora che fare? Scegliere una delle due dimensioni? Ridurre l’una (Amore) all’altra (amore)?
Vivere a diversi livelli di vita? Vivere contemporaneamente in univers
i paralleli o trovare una conciliazione probabilmente impossibile? Qui inizia la letteratura, la fiaba, il mito, qui iniziano i grandi drammi della letteratura, l’inevitabile o almeno probabile e paventata “corruzione” di cui parlano anche G/L.
Le fiabe, come dici giustamente tu, finiscono col primo bacio, e non solo per un castigato pudore, ma perchè è lì che il tempo si annulla e non ha più ragione di esistere e di essere chiamato in causa. Quell’attimo fissa l’eternità in un simbolo. Il resto è storia, è amore, non più Amore…Ma a me (sarà perchè le insegno ai bambini..)piace credere ancora alle fiabe.

RE:RE:RE:RE:AMORE E COPPIA

Inviato da GIANLUIGI il 14/04/2004 08:40


Caro Mario, concordo quas
i pienamente con quanto scritto da te, a parte il fatto di Lorenza Mario per cui penso che tu nutra un interesse molto poco spirituale….(non certo a torto…)
Quello che dici è un’altra forma di quello che ho scritto io. Cirano, Rossana, ecc. amano proprio perchè il loro amore non è “quotidianità”, proprio perchè è qualcosa di “straordinario”, non tanto perchè è “impraticabile” a livello di Amore. Quando io dico “impossibile” intendo non l’impossibilità di amare, ma l’impossibilità di trasformare l’amore nel “normale possibile” cioè matrimonio, convivenza, quotidianità. Paolo e Francesca si baciano, Giulietta e Romeo si amano, ma il loro Amore si ferma a quel livello; non può, per colpa (o “grazie”) agli ostacoli
trasferirsi nel quotidiano convivere e quindi si rende “eterno e sublime” in quella cristallizzazione.
Può essere così anche fuori dalla finzione letteraria?
Sì, se si ha la fortuna, come dici tu, di incontrare quell’Unico Amore possibile. Difficile è mantenerlo a quel livello sublime, senza cadere nella terrena tentazione di trasformarlo in “quotidianità”. In questo mi sento vicino alla sfiducia di G/L sul normale amore di coppia. Impresa ardua è conciliare il sublime con la quotidianità. Altrettanto arduo saper mantenere un qualcosa di sublime a fianco di una realtà che sublime non è. Ma se l’Amore è scritto così (con la A maiuscola), allora può anche succedere, anche se agli altri sembrerà qualcos’altro.
Ma questa è un’altra storia.

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