( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

Fernando Pessoa

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago

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Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,

nel dolore letto sentono proprio

non i due che egli ha provato,

ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo

Gira, illudendo la ragione,

questo trenino a molla

che si chiama cuore.



“Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso volere d’essere niente.

A parte questo, ho in me

I sogni del mondo



Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,

dicendo che è un mio emissario,

non credergli, anche se sono io;

ché il mio orgoglio vanitoso non ammette

neanche che si bussi

alla porta irreale del cielo.

Ma se, ovviamente, senza che tu senta

bussare, vai ad aprire la porta

e trovi qualcuno come in attesa

di bussare, medita un poco. Quello è

il mio emissario e me e ciò che

di disperato il mio orgoglio ammette.

Apri a chi non bussa alla tua porta.


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Lidia Ravera

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago


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Niente è banale per chi non è banale.

Non c’è ripetizione per chi riesce a crescere ogni giorno,

per chi non si accontenta di se stesso e, instancabile, ritocca,

corregge, amplia, mette a punto, azzarda, scopre.

Bisogna essere irrequieti…

Bisogna viverlo con un certo fervore il tempo,

come fosse tutto utile, tutto buono, tutto necessario…

Essere esigenti:con se stessi, con gli altri.

Essere a disagio, sentirsi strani, sentirsi diversi.

Sentire l’ingiustizia, come un fastidio, come un impedimento all’armonia.

Sentire il privilegio quasi come un peso, un obbligo ad acquisire meriti.

Felici e scontenti. Scontenti anche di essere felici.

Credo ancora, con consapevole tensione, nella parabola dei talenti.

Credo che il privilegio obblighi a qualcosa.

Credo che non possa vantare diritti chi non si dà doveri…

Ma non è l’ambizione l’antidoto all’immobilità,

al pensar corto per paura che troppo rapidamente tutto scorra

e ti possa travolgere.

L’antidoto più sicuro è l’attenzione.

L’attenzione scompone il tempo in tanti singoli momenti,

e ad alcuni regala una magica durata,

ad altri la puntiforme felicità della visione.

Vivere attentamente è vivere al presente,

attrezzandosi contemporaneamente per il dopo…

Guardare fuori, guardarsi dentro…

Vedo la gente soffrire per questa foga di rallentare il tempo.

Vedo discriminati i vecchi.

Vedo i ragazzi acciambellati sotto il tetto paterno a ventinove anni,

come gatti di casa decrepiti,

senza voglia di dar la caccia ai topi o andar per tetti.

Vedo me stessa, mentre provo a distendere le rughe sotto gli occhi,

e te preoccupato di quello che ti aspetta.

Voglio dirti che non è brutto crescere.

Neppure nella tetra variante di invecchiare.

Non è brutto. Perdi di leggerezza, acquisti peso

Ma il peso è stabilizzante. Non è male.

E non viene necessariamente per nuocere.

Crescere è accumulare. E’ ricchezza.

E’ il succedersi delle esperienze.

Se si ricorda di non dimenticare le trafitture di delusioni o i dubbi,

è quell’arte meravigliosa di imparare che, fino alla fine,

può mantenerci umani, può spalancare i cancelli

che separano un’età dall’altra e rendono così dolorosi i passaggi…

Non c’è trucco. E’ come una disciplina quotidiana.

Cercare lo stupore…

Nessuno sa, di quelli che credono di sapere.

Tutto è ancora possibile…


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Eugenio Montale

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago


montale


Ho tanta fede in me senza saperlo

perché in ogni rottame della vita di qui

è un trabocchetto di

cui nulla sappiamo

ed era forse in attesa di noi spersi

e incapaci di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia;

certo chi mi vedrà dirà

è un uomo di cenere

senz’accorgersi ch’era una rinascita.


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Jorge Luis Borges

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago


borges


Sigue la duda y la penombra crece.

Si supera qué ha sido de aquel sueno

que he sonado, o que sueno haber sonado,

sabria todas las cosas


Continua il dubbio e la penombra cresce.

Se sapessi che è stato di quel sogno

che sognai, o che sogno aver sognato,

saprei tutte le cose


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Louis-Ferdinand Céline

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago

celine

C’est peut-etre ça qu’on cherche à travers la vie, rien que cela, le plus grand chagrin possible pour devenir soimeme avant de mourir…

E’ forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo,la pena piu’ grande per diventare se stessi prima di morire


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Gianni D’Elia

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago


delia


<<Che stanca litania di falso è il mondo,

valori di borsa e libera guerra,

e la pazzia delle fedi di fondo…>>

<<La parola e l’azione fanno terra

bruciata del sentire più profondo,

la propaganda e il nulla ci governa…>>

<<Si contempla il meccano del frattempo,

del genio applicato alla distruzione,

figlioccio feroce del Novecento…>>

<<Quel che ci resta è solo la passione,

contro dogma di morte o merce armata,

e pomeriggi interi di bel sole…>>

<<Nel sole antico, sì, nella sua luce,

che lambisce il crepaccio delle nubi

e vittoriosamente sbuca fuori…>>

<<Tra le stragi e il terrore di giornata,

l’Italia in Iraq, la bomba innescata,

che si fa nascosti in casa, trovatori?…>>

<<Non è ora che la pace torni in strada?…>>

<<Oh, tanto è tale il clamore dei morti,

che senza fogli nella nostra stanza,

versi mandiamo vociando d’amore

in franca lingua e dolor di romanza…>>

(Congedo, da “I Trovatori”, 2007)


O questa mostra gente

che tutto sa di niente,

questa grandeur abbiente

abominevolmente…

O quelli che dai mattoni

edificano le teste,

e con le televisioni, palloni

le idiotizzano in resse…

O questa nuova gente

in ascesa da oscuri

poteri innominati, spuri

dello spreco affluente…

( da “Notte privata”, 1993)


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Pier Paolo Pasolini

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago

pasolini


La morte non è nel

non poter comunicare

ma nel non poter

più essere compresi


Adulto?
Mai – mai, come l’esistenza che non matura – resta sempre acerba di splendido

giorno in splendido giorno – io non posso che restare

fedele alla stupenda monotonia del mistero.

Ecco perché, nella felicità, non mi sono mai abbandonato – ecco perché nell’ansia delle mie colpe non ho mai provato un rimorso vero. Pari, sempre pari con l’inespresso, all’origine di quello che io sono.



A me


In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza,

il più colpevole son io, inaridito dall’amarezza.


Supplica a mia madre


È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo.

Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,

l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile


Comunicato all’Ansa (Un cane)


Ahi, cane, fermo sul ciglio della via Predestina

che si guarda di qua e di là prima di attraversare la strada.

Non ha nulla da ridire: accetta tutto.

Non ha dignità da difendere, a causa della sua bontà.

Ecco quindi la mia conclusione;

la rassegnazione non ha niente da invidiare all’eroismo.

Bisogna condannare

severamente chi

creda nei buoni sentimenti

e nell’innocenza.

Bisogna condannare

altrettanto severamente chi

ami il sottoproletariato

privo di coscienza di classe.

Bisogna condannare

con la massima severità

chi ascolti in sé e esprima

i sentimenti oscuri e scandalosi.

Queste parole di condanna

hanno cominciato a risuonare

nel cuore degli Anni Cinquanta

e hanno continuato fino a oggi.

Frattanto l’innocenza,

che effettivamente c’era,

ha cominciato a perdersi

in corruzioni, abiure e nevrosi.

Frattanto il sottoproletariato,

che effettivamente esisteva,

ha finito col diventare

una riserva della piccola borghesia.

Frattanto i sentimenti

ch’erano per loro natura oscuri

sono stati investiti

nel rimpianto delle occasioni perdute.

Naturalmente, chi condannava

non si è accorto di tutto ciò:

egli continua a ridere dell’innocenza,

a disinteressarsi del sottoproletariato

e a dichiarare i sentimenti reazionari.

Continua a andare da casa

all’ufficio, dall’ufficio a casa,

oppure a insegnare letteratura:

è felice del progressismo

che gli fa sembrare sacrosanto

il dover insegnare al domestici

l’alfabeto delle scuole borghesi.

È felice del laicismo

per cui è più che naturale

che i poveri abbiano casa

macchina e tutto il resto.

È felice della razionalità

che gli fa praticare un antifascismo

gratificante ed eletto,

e soprattutto molto popolare.

Che tutto questo sia banale

non gli passa neanche per la testa:

infatti, che sia così o che non sia così,

a lui non viene in tasca niente.

Parla, qui, un misero e impotente Socrate

che sa pensare e non filosofare,

il quale ha tuttavia l’orgoglio

non solo d’essere intenditore

(il più esposto e negletto)

dei cambiamenti storici, ma anche

di esserne direttamente

e disperatamente interessato.



“lo non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca.”

“Forse qualche lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è
scandalizzato è sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato.
Resta da vedere se, come tutti coloro che si scandalizzano (la banalità del loro linguaggio lo dimostra), ho torto, oppure se ci sono delle ragioni speciali che giustificano il mio scandalo.”


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