( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

OCCHIO D’AQUILA GAMBA DI CICOGNA spettacolo teatrale di Stefano Paiusco del 24 aprile 2006, Teatro Astoria di Lerici, SP (G.L.A.)

aprile 26th, 2006 by Gian Luigi Ago

cyrano bocchetta

La Francia del 1600 e l’Italia degli anni ’40: luoghi, tempi e situazioni diverse da cui emergono due storie che hanno molti punti in comune.

Con questa traccia narrativa Stefano Paiusco ha scelto di parlarci della Resistenza in un modo diverso dalle solite ricostruzioni della lotta di Liberazione.

Su questi due binari paralleli, solo sulla scena, l’attore veronese ci parla della celeberrima storia di Cyrano de Bergerac e di  quella meno conosciuta di Vittore Bocchetta, partigiano della resistenza veronese al nazi-fascismo.

Due storie apparentemente diverse ma che trovano il loro comune denominatore nella descrizione di due spiriti liberi, legati alla propria coerenza personale, capaci di rinunce e di sofferenza e che non hanno ricevuto dalla vita quanto si sarebbero meritati, senza mai chiederlo o pretenderlo.

Con una narrazione a dissolvenza cinematografica, Stefano Paiusco, sovrappone e alterna le due storie e riesce a farci “vedere” l’amore sofferto ed eccellente di Cyrano e uno spaccato della resistenza  della città di Verona al nazifascismo.

Le immagini emergono nitide e cariche di emozione dalle parole dell’attore che ha voluto intitolare quest’opera con un pezzo del motto dei Cadetti di Guascogna, usato anche durante la Resistenza veronese.

Stefano Paiusco riesce a coniugare la sua grande passione ed esperienza per il teatro civile alla  recitazione di un classico come il Cyrano di Rostand e sorprendentemente l‘avvicinare la narrazione degli orrori del nazifascismo alle parole di un grande amore letterario non stride, ma si fonde perfettamente nella fisionomia di due spiriti liberi che hanno sofferto senza onori e riconoscimenti.

Un modo di onorare la Resistenza più intellettualmente fondato, che va oltre le ragioni storiche e politiche e si eleva fino all’essenza dell’individuo.

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La battaglia di Canne……. (G.L.A.)

febbraio 22nd, 2006 by Gian Luigi Ago

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Venerdì 3 febbraio 2006 alla libreria Feltrinelli di Milano si è svolta un’esibizione dal vivo con Gianfranco Manfredi, Ricky Gianco. la Famiglia Rossi, i Vallanzaska ed altri per la presentazione del CD “La battaglia di canne” (con chiaro doppio senso..).

Questo disco è una compilation di brani sulle “canne” che comprende, tra l’altro, anche una canzone di Giorgio Gaber: “Maria Giovanna”.
Anzi, Gianfranco Manfredi ha ricordato nell’occasione che fu proprio Gaber a coniare lo slogan per la rivista “Re Nudo” (gruppo a cui GG fu molto vicino): “la marijuana non fa niente: speriamo che non si annoi…”

Ecco una presentazione del CD :


«Negli anni ‘70, a Milano nel movimento studentesco, quando qualcuno tornava dall’India portava delle buone quantità di erba da regalare anche agli amici. Ed era una vera bomba, questo Buddha grass, ti stendeva e ti rilassava in modo tranquillo, ti dava davvero un terzo occhio». Così ricorda l’erba indiana Ricky Gianco, cantautore e voce inconfondibile del rock italiano (da Pugni chiusi a Piccolo è bello), stavolta nelle vesti di produttore dell’album La battaglia di Canne, un`antologia di canzoni pro-marijuana (su etichetta il manifesto). «Ci ho messo un anno per chiudere questo progetto, nato da una collaborazione con Franco Corleone, per combattere questa tragedia del disegno di legge Fini sulle droghe che equipara eroina ed hashish, cocaina ed ecstasy. Un assurdo pasticcio. Ho cercato di mettere assieme tutti i pezzi più famosi che inneggiano alle canne, un lavoro difficile per avere i permessi delle diverse case discografiche con gran parte degli artisti che hanno donato gratuitamente i loro brani. Il ricavato delle vendite del cd va al Forum Droghe». Sedici brani contenuti nella divertente compilation, con molti successi – da un’attuale Maria Giovanna di Giorgio Gaber a Ohi Maria degli Articolo 31, passando per La mia signorina di Neffa e Legalizzatela di Eugenio Finardi, Olanda dei Pitura Freska, La droga fa male di Claudio Bisio, Libera la notte della Famiglia Rossi e Non si può essere seri a 17 anni dei Tetes de bois. Poi le giovani band più arrabbiate Il castello ottagonale dei Folkabbestia, Canapa dei Punkreas, Cime di Vallanzaska. E gli inediti Buddha Grass di Gianco, Svita la vita di Gianfranco Manfredi, Cannari Cannaribe del Maurizio Camardi Kammerensemble, Sigarette fini di Gigi Marras, Les Paradis Artificiels di Patrizio Fariselli. «L’intento è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, di sostenere tutti i ragazzi che cadono nelle maglie di queste norme ultrarepressive. Oggi mi avevano assegnato l’Ambrogino d’oro, come personaggio di spicco della città di Milano ma l’ho rifiutato perchè hanno premiato Oriana Fallaci, una tipa che semina odio a tutto spiano».


Ecco un blob di alcuni versi tratti dalle varie canzoni presenti nel CD:


Come sto bene! Sto proprio bene.

Sono in uno stato di benessere totale..

La mia mente è libera e serena

La mia fantasia si muove in spazi nuovi

In un’atmosfera distesa e piacevole

Vieni Maria Giovanna

Maria Giovanna vieni da me…


(GIORGIO GABER)

Dimentica le benzodiazepine

Le canne son le meglio medicine

La prima canna non si scorda mai

La rolli male ma poi te la fai

Una volta c’era il Buddha Grass

Che era tutta spiritualità

Ti spuntava il terzo occhio senza gli altri due

La gangia rende gli uomini più buoni

Le canne son meglio dei cannoni…


(RICKY GIANCO)

Se ascolti la notte trovi le giuste misure

E senza dar giudizi hai la stima del valore

Diffida della gente che va a dormire presto

Chi no conosce il bar non conosce neanche il resto

Libera , liberala, liberalizzala…


(LA FAMIGLIA ROSSI)

Sei mesi di condizionale non sono niente male

Per aver seminato sul mio davanzale

L’ho coltivata io

Non me ne pento neanche un po’

Scommetti che lo rifarò


(PUNKREAS)

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“PROSSIME APERTURE” di Andrea Rivera e Lisa Lelli (recensione di Claudia Bellucci)

febbraio 15th, 2006 by Gian Luigi Ago

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Venerdì 10 febbraio 2006 il teatro Jenco, pieno per i 4/5, ha ospitato lo spettacolo “Prossime aperture” di Andrea Rivera e Lisa Lelli.

La scena si apre con la registrazione di alcune esperienze di Andrea, la sua chitarra e la sua voce, a Trastevere. Ironia. Denuncia, anche.

Coinvolgente dialogo con il pubblico…e a volte con la polizia.

Riaccese le luci sul palco, conosciamo subito la “coscienza” di Rivera, Lisa Lelli, che mi è parsa una delle trovate più intelligenti, la cui funzione è di esternare i suoi pensieri, non solo per farli conoscere al pubblico, ma soprattutto per introdurre nello spettacolo anche sipari introspettivi tra un pezzo di denuncia a viso aperto e l’altro; è la sua tentazione di accettare proposte televisive “solo per farsi conoscere”, la tenacia di perseguire nel suo impegno sulla strada e con la gente, di essere coerente con questa scelta rinunciando a tutto quello che ha a che fare con lo show business. Peccato la sua uscita di scena quando comincia a diventare troppo insistente, soprattutto troppo cieca alle svolte, alle aperture, agli spiragli di uscire dalla visione precostituita di un artista di sinistra che non accetta compromessi.

La verità va detta, questo è l’importante. Va detta o va fatta conoscere in qualche altro modo. E allora ecco da una parte i filmati (forse a volte un po’ lunghi) di interviste che Andrea ha fatto all’uscita dei seggi per referendum ed elezioni politiche passate, e dall’altra monologhi e canzoni su quello che accade intorno a noi, a cui molte volte diamo poco peso, per mancanza di tempo o di voglia, e che proprio per questo creano il bisogno stesso di essere denunciate.

Nei filmati ridiamo ma poi, in un secondo tempo, riconosciamo noi stessi, con la nostra disinformazione abbastanza consapevole, ma scarsamente colpevole, la nostra sudditanza alle opinioni dei potenti (mass media e chi attraverso essi), la nostra ingenuità e incoerenza.

Nello spettacolo vero e proprio, la durezza di certi pezzi si alterna con racconti in cui il fatto di denunciare passa attraverso l’esperienza di Andrea, e sono proprio quelli che colpiscono di più, che ti rimangono di più dentro, proprio come può accadere con Gaber, perché il semplice raccontare come stanno le cose, anche con la forza che è propria di Rivera, è diverso dall’arrivarci sottilmente da un’altra strada che crea come in un puzzle l’aspettativa nell’ascoltatore e NE SMUOVE IL PENSIERO.

Ottimo l’accompagnamento musicale di Sabino De Bari, senza il quale probabilmente le canzoni sarebbero state meno trascinanti.

Alcuni temi: il linguaggio e lo stesso pensiero affollati da termini angloamericani, le colpe della chiesa nella vicenda di Radio Vaticana, Calipari e gli eroi senza nome che muoiono in fabbrica, le aziende che chiudono in Italia causando migliaia di disoccupati per aprire filiali all’est, ma anche gli scandali della nostra politica, non importa di quale fede ci si professi, il sogno di ritornare ad avere lo sguardo di un bambino, che vive nella giustizia e nella tolleranza delle favole, in cui tutto è possibile perché il Cavaliere è Inesistente.

Si ride di un riso in fondo amaro.

Molto personale e divertente il momento in cui Andrea avvicina la sedia al pubblico e inizia a fare domande qua e là (cosa fai prima di andare a dormire?), chiede l’orario, fa commenti sulle risposte e sulle persone…Crea così, a metà spettacolo, un clima di confidenza eliminando in buona parte il distacco inevitabile con il pubblico, rendendoti partecipe, non più spettatore passivo. In questo modo Rivera sfata la sentenza con cui dà il via allo spettacolo: “è incredibile che oggi il monologo sia diventato l’unica forma che ti permette di dialogare!”.

Applausi finali meritati, andare avanti si può.

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“DIGLIELO A TUTTI” musical di Paolo Barillari (G.L.A.)

febbraio 6th, 2006 by Gian Luigi Ago

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Ha debuttato il 2 e il 3 febbraio  2006 a Milano il musical di Paolo Barillari, venticinquenne musicista, cantante e autore milanese.

Innanzitutto è doveroso anticipare che Paolo Barillari è stato grande sia per l’interpretazione e la sua voce (di cui chi, come me lo conosce, ha avuto modo più volte e in diverse occasioni di  verificarne l’efficacia) sia per la grande professionalità, la passione, la perseveranza che credo siano le sue doti migliori e che mi fanno credere, unitamente al fatto della sua ancora giovane età, che avrà modo di potersi imporre come merita.

Il musical: più che altro lo definirei un’opera-rock nella miglior tradizione; gli arrangiamenti non mi sembrano lasciare dubbi in proposito, anche se non mancano toni lirici e melodici che però non contraddicono a questa impostazione di base.

Il titolo è “Diglielo a tutti” ed è liberamente tratto da un radiodramma scritto nel 1936 da Irwin Shaw dal titolo “Bury the dead”.

E’ una grande metafora contro la guerra e il potere in cui si narra la storia di tre soldati uccisi in guerra che tornano a rivivere per denunciare e, appunto, “dire a tutti” di ribellarsi alla sopraffazione di un potere guerrafondaio e assassino.

Una prima versione teatrale italiana fu fatta nel 1975 e il padre di Paolo Barillari, Maurizio (tra l’altro interprete anche in questa edizione 2006, insieme al figlio) compose per l’occasione sei canzoni che sono state poi riprese, con delle modifiche, da Paolo in questa nuova versione. Di quella compagnia di trent’anni fa faceva parte anche il regista e attore dell’attuale spettacolo, Roberto Coppola.

Paolo Barillari ha iniziato a lavorare a questo progetto da oltre 7 anni, riscrivendolo completamente. Oltre a rivisitare, ammodernandoli, i brani scritti dal padre, ha scritto nuovi inediti ed è più volte entrato in studio per arrangiare i pezzi.

Il progetto subì uno stop nel 2001, dopo l’attacco alle Twin Towers. Sembrò ad alcuni inopportuno proporre un musical che poteva apparire profondamente antiamericano, quando in realtà è una critica a qualsiasi forma di guerra.

La perseveranza di Paolo fa sì che, dopo un momento di scoramento, il progetto non si areni e il lavoro si arricchisce con l’inserimento di un corpo di ballo e di un allestimento scenografico fatto di pannelli colorati modulari che vengono spostati e assemblati a seconda dei momenti.

Le tre parti (canto, balletto, scenografia) narrano contemporaneamente le stesse vicende, integrandosi ma mantenendo ognuna la propria specificità di linguaggio.

Il debutto: un Ristoshow tutto pieno ha accolto la seconda serata del musical, quella a cui ho assistito io.

A me il lavoro di Paolo è piaciuto molto, anche se forse il punto debole è proprio nel canto (non di Paolo, ovviamente, che da solo potrebbe cantare qualsiasi cosa) ma degli altri protagonisti, che hanno a loro attenuante il fatto di non essere cantanti professionisti.

Ho trovato ben congruenti le tre parti del canto, del ballo e della scenografia.

Paolo nel suo ruolo di “aedo greco” svolgeva appunto il ruolo del “narratore” e la sua presenza scenica era indubbiamente una spanna sopra tutti gli altri. La sua sicurezza, la sua professionalità, la sua passione meritano un plauso particolare. Senza nulla togliere agli altri e ai loro indubbi meriti, è palese che quello è il “suo” musical, si vede che lui ci mette l’anima e che lo accompagna per mano anche quando non è sul palco, stando attento ad ogni particolare.

Se si considera che questo lavoro non nasce da grandi produzioni e che,  pur non essendo un lavoro da dilettanti, deve senz’altro scontare un certo limite di esperienza e risorse, il risultato è coinvolgente e si vede che il lavoro è stato curato molto.

Non sono un grande esperto del settore, ma penso che con altri “mezzi” il musical non avrebbe molto da invidiare a tante opere meglio “prodotte”.

Paolo ha fatto centro e penso che ne raccoglierà i frutti perché se lo merita veramente.

Ho trovato anche, rispetto ad altre cose viste nel passato, che la sua personalità ha ormai acquistato una sua cifra personale che si è emendata da influenze marcate. Non posso che augurare ogni bene a Paolo per il suo lavoro e per il tour che porterà in varie città questo “Diglielo a tutti” e lo ringrazio per la bella serata milanese.

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Tributo a GG di Giulio D’Agnello e i Mediterraneo Teatro Animosi di Carrara 14.01.2006 (G.L.A.)

gennaio 16th, 2006 by Gian Luigi Ago

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Davvero una bella serata quella nel raccolto ambiente del Teatro Animosi di Carrara, serata nel ricordo dell’indimenticabile GG.

Alla serata di Carrara ha partecipato personalmente Sandro Luporini, che l’ha voluta inserire nelle programmazioni correlate alla sua mostra, visitabile fino al 22 gennaio al Palazzo Ducale di Massa, mostra con moltissime opere, di cui alcune inedite.

A me è toccato l’onere e l’onore di introdurre il concerto con un veloce excursus su quelli che io ritengo i cardini del Teatro Canzone e con l’annuncio, fatto pubblicamente per la prima volta, dell’esecuzione di alcuni brani inediti del prossimo CD scritto da Sandro Luporini insieme a Giulio D’Agnello e i Mediterraneo, nell’arrangiamento con l’intero gruppo. Il concerto si è svolto intorno ad alcuni dei brani più significativi di Gaber e Luporini, intervallati da piccoli monologhi di presentazione, scritti dallo stesso Luporini.

Giulio e i Mediterraneo hanno ormai acquisito una cura degli arrangiamenti che, pur rispettando la loro scelta di lettura filologica dei brani del TC di G/L, dona ad essi una coloritura molto personale.

Ma il clou della serata è stata l’esecuzione di quattro dei nuovi pezzi che andranno a far parte del nuovo CD: “Forse un uomo” “La pazzia” “Quello che accade dopo” “Il testimone”. Le canzoni del nuovo CD sono quasi tutte incentrate sul tema dei sentimenti e del rapporto di coppia, visti ovviamente in quell’ottica analitica personale a cui già ci aveva abituato Luporini nei lavori con Gaber. Tra i brani non mancano però momenti laceranti e feroci, come “La pazzia” e quel “Diogene” che sembra ripercorrere i passi del più famoso “Io se fossi Dio”.

Questo “Luporini innamorato” descrive in queste canzoni un universo prevalentemente al femminile, in cui la donna riscatta la sua essenza, apparendo come un valore aggiunto alla dimensione umana. Anche a me è piaciuta particolarmente “Il testimone” che ascoltavo per la prima volta nella versione arrangiata con l’intero gruppo. Il “testimone” altro non è che la donna. C’è un verso che mi piace molto che così recita: “per ogni donna solo la vita è degna di memoria, senza quel vizio di lasciare un segno nella propria storia…” In alcune canzoni si avverte il tocco lieve e meditativo della pittura di Luporini con quei paesaggi e quelle atmosfere tipicamente “luporiniane” che anche nei lavori con GG sono riscontrabili più volte come, ad esempio, in brani come “L’illogica allegria” “L’attesa” “Io e le cose”.

Nella versione in CD l’arrangiamento sarà ancora più curato con strumenti che provengono dalla tradizione etnica da cui proviene la matrice musicale di Giulio e i Mediterraneo, arrangiamenti difficilmente riproducibili dal vivo, ma che sul CD contribuiranno, nelle intenzioni dei musicisti, a rendere la musica il più conforme possibile alle emozioni e agli stati d’animo sottesi ai testi di Luporini. Credo che alla fine ne verrà fuori un ottimo lavoro, vuoi per l’esperienza musicale dei musicisti, vuoi per i testi di Luporini, che non hanno certo bisogno di ulteriori prove e conferme.

Un’ultima annotazione riguarda la conferma che ho avuto ancora una volta di come Luporini sia attento anche alla parte musicale delle canzoni. E’ stato prodigo di consigli e suggerimenti su ritmi, tempi, volumi, uso degli strumenti, dimostrando una competenza musicale insospettata e soprattutto che il suo interesse alle composizioni è un interesse a 360° e che non si ferma solo alla scrittura dei testi.

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BRUCE SPRINGSTEEN, ROMA 6 GIUGNO 2005 (G.L.A.)

giugno 8th, 2005 by Gian Luigi Ago

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Un concerto duro, difficile, senza concessioni, senza sconti, intimo e dirompente.

Un uomo solo sul palco, con una scenografia scarna, illuminato da pochi fasci di luce, solo con la sua voce, con la sua chitarra, con la sua armonica, un piano, un harmonium e la sua fisicità . Nessun filtro: non quelli, a cui ci aveva abituato, del rock travolgente, della sua band elettrizzante, della folla in eterno movimento.

Silenzio, questo chiede Bruce e lo chiede come un favore, lo chiede per poter dare, come dice, il meglio di sé; chiede concentrazione, chiede di disporsi all’ascolto di un uomo in piena maturità che, solitario, cerca di parlarci delle nostre contraddizioni, dei diavoli e della polvere che disgregano l’animo umano, di un mondo alla deriva, della confusione della nostra individualità, un uomo che cerca di parlare con sincerità e dolore al nostro cuore per dirci che “non è mai finita” ma che è proprio dall’intimo di noi stessi che bisogna ripartire.

E tutto il filo concettuale del concerto si dipana in questa dimensione; per questo non c‘è posto, neanche nei bis, per alcuni dei suoi solitamente immancabili classici: niente Thunder Road, niente Born to run, niente che esuli dalle tematiche e dallo spirito del concerto.

Per oltre due ore e mezzo e con 25 canzoni Bruce tiene il palco da solo e colma il silenzio del pubblico con la sua personalità, con la sua voce, con la sua musica e fin dall’inizio il pubblico, quello dei grandi concerti, entra in sintonia con lui.

Gino Castaldo ha scritto su Repubblica, a proposito di questo concerto, del  potere sciamanico, taumaturgico di Springsteen, con una chitarra che diventa un’orchestra, ricca di armonici, risonanze, colpi proibiti, canzoni che ascoltate su disco sembrano materia inerte ma che dal vivo prendono una loro sorprendente vita, trasformandosi in un appuntamento dolorosamente necessario.

E poi la scaletta completamente rivoluzionata rispetto a quella di solo due giorni p rima a Bologna. Il concerto inizia con il suggestivo crescendo di “C’era una volta il West” e l’omaggio a Morricone prosegue con “I’m on fire” in cui l’armonica ripete il motivo di “Giù la testa”. Tra l’altro Morricone è presente in sala e con lui tanti altri musicisti, tra cui l’intero gruppo dei REM. E nella scaletta vengono distribuite insperate sorprese come “Incident on 57th street” “Nebraska” “Brilliant disguise” e “Lucky town” per finire il concerto con la versione, suonata all’harmonium, di “Dream baby dream” del gruppo americano dei Suicide, una delle cose più intense della serata. E non è da tralasciare l’inedito Bruce che, al pianoforte, rivisita alcuni dei suoi capolavori come “The River”.

Il Boss è tornato, a 56 anni, con la coerenza e la sincerità, quasi unica per un artista della sua levatura, che ha attraversato tutto il suo percorso artistico fino a farlo giungere a una visione del mondo e dell’uomo, sorprendentemente simile, per un “rocker” come lui, a quella a cui sono giunti altri musicisti, artisti e intellettuali musicalmente, storicamente e geograficamente lontani da lui e dal suo contesto socio-culturale ( e anche di questo ho già parlato qui sul Forum)

Sì, so delle polemiche per il costo elevato dei biglietti (che in linea di principio generale sento di condividere), so di chi pensa che l’arte e le emozioni si comprino a peso (una chitarra prezzo del biglietto basso, due chitarre e un pianoforte prezzo medio, un’intera band prezzo alto…) salvo poi incrementare, in altri modi, magari anche inconsapevolmente, la ricchezza dei grandi monopoli. L’immoralità e lo sfruttamento sono dietro ogni nostro piccolo acquisto, dietro ogni nostro piccolo gesto ed è per questo che dobbiamo cercare di cambiare il mondo, la mentalità della gente, la nostra coscienza, i nostri rapporti sociali. E il concerto di Springsteen ha per me il valore di qualcosa che serve a indirizzarci su questo cammino, verso questa nuova coscienza.

Questo è il valore enormemente positivo che credo sorpassi di gran lunga il rovescio della medaglia, quello dei circuiti commerciali e della distribuzione dei concerti.

Una serata di emozioni e di riflessioni. In un mondo di completo degrado, con la visione di un futuro sempre più incerto e preoccupante, Bruce ci ha fatto capire, pur senza proclami o illusorie speranze di paradisi che ci attendono, ma anzi mostrandoci in tutta la sua miseria il livello minimo di coscienza a cui l’individuo e la società sono giunti, che si può continuare a credere e ad avere la forza di andare ancora avanti come sempre, con passione, coerenza, speranza e utopia.

Ancora una volta, grazie Bruce!

This train
Carries saints and sinners
This train
Carries losers and winners
This Train
Carries whores and gamblers
This Train
Carries midnight ramblers
This Train
Carries broken-hearted
This Train
Carries souls departed
This Train
Dreams will not be thwarted
This Train
Faith will be rewarded
This Train
Carries fools and kings
This Train
Hear the big wheels singing
This Train
Bells of freedom ringing

Big Wheels rolling through fields
Where sunlight streams
Meet me in a land of hope and dreams

Big Wheels rolling through fields
Where sunlight streams
Meet me in a land of hope and dreams

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“FABER PRINCIPE LIBERO” a MONTARETTO (SP) Marzo/Aprile 2005 (G.L.A.)

aprile 22nd, 2005 by Gian Luigi Ago

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Dall’alto delle colline che  sorvegliano la costa dopo le Cinque Terre lo spettacolo che si offre ai nostri occhi è incomparabile.

Qui sopra sorge Montaretto che è animata in un modo davvero insolito. Da qualche giorno in questo piccolo borgo arroccato sulle alture di Bonassola sono arrivati in tantissimi per visitare la mostra “Faber, Principe Libero”, allestita tra gli altri dal Comune di Bonassola , dall’associazione “Angeli Ribelli” e della Fondazione De Andrè con  il patrocinio di Provincia della Spezia e della Comunità montana della Riviera.

All’inaugurazione dell’esposizione-omaggio al cantautore genovese, intorno alla moglie Dori Ghezzi, ai figli Cristiano e Luisa Vittoria, a Fernanda Pivano e Piero Milesi, è giunta una folla di ammiratori da ogni parte d’Italia, che ha mandato in tilt la viabilità locale.  “Un grande successo di pubblico che non attendevamo – commenta Luca Cozzani, Assessore comunale al Turismo.

La rassegna è un viaggio tra sacro e profano, simbolicamente rappresentato a Montaretto dalla chiesa di San Rocco e dalla Casa del Popolo, in un luogo antico simile a quello descritto nella “Città vecchia” di De Andrè. Ad affascinare i visitatori l’enorme murale permanente, realizzato durante la rassegna dalla società d’arte “Trasposizioni visive”, dove compaiono protagonisti della vita del borgo come il consigliere Nanni Scarrà (scomparso prematuramente lo scorso anno) e personaggi delle canzoni di De Andrè come “Bocca di Rosa”. E poi manifesti, fotografie e strumenti inediti del musicista poeta, raccolti e messi a disposizione da Mariano Brustio, collezionista e studioso di De Andrè. “Grande interesse hanno suscitato i manoscritti delle canzoni di Fabrizio, con le correzioni e le cancellature originali – spiega Silvia Laise, una delle coordinatrici della rassegna – ma la vera chicca della kermesse è stato il mandolino del cantautore, che si era fatto realizzare artigianalmente e con il quale ha accompagnato tanti suoi successi”. Uno alla volta arrivano i “musicisti” di De Andrè, quelli che hanno collaborato con lui in tanti anni e che hanno contribuito allo spessore particolare delle sue sonorità.

L’incontro si svolge in un clima per niente triste o retorico. Sono dei compagni di avventura di Faber che si divertono a ricordare aneddoti del loro incontro e della loro collaborazione con Faber.

L’immagine affettuosa che ne esce è di un De Andrè pignolissimo nel lavoro.

Mauro Pagani racconta come Faber fosse “ossessionato” dai quadri astrali. Quando lo conobbe, prima di “reclutarlo”, si fece dare tutti i dati della sua nascita e solo dopo aver stilato un quadro astrale preciso si decise a lavorare con lui. Aveva, ovviamente, una predilezione per gli Acquario e a questo “esame” astrologico vennero sottoposti tutti coloro che erano in procinto di suonare con lui.

Oltre al suddetto Pagani ci sono Ellade Bandini, Vittorio De Scalzi, Laura De Luca, Rosario Iermano, Elio Rivagli, Pier Michelatti e altri ancora oltre al “presentatore” Piero Milesi.

Ma il clou della giornata si raggiunge alla sera, quando tutti i musicisti con l’aggiunta della giovanissima e sorprendente violinista Zita, improvvisano sul palco una jam-session da brivido che trascina la gente in un entusiasmo incredibile. Risuonano le note di alcune delle più belle canzoni di Faber: quelle di Creuza de ma, cantate da un Mauro Pagani in forma smagliante. Ma tutti quanti sentono la gioia e il divertimento di essere lì e riescono a trasmettere questa loro emozione al pubblico.

Mancava solo Fabrizio, ma forse no: anche lui era lì, da qualche parte……..

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La “Recherce” di Proust (di Gian Luigi Ago)

febbraio 17th, 2005 by Gian Luigi Ago

 

Si dice, non a torto, che nessuno può più essere lo stesso dopo aver letto “À la recherche du temps perdu” di Proust in modo approfondito, rigoroso, consapevole, avendo ben presente i diversi piani di lettura (romanzesco, di indagine psicologica, estetico, terapeutico  e molti altri)
Quest’opera monumentale (sette volumi di circa sei mila pagine fitte fitte) è considerata da molti studiosi non solo la più importante opera letteraria mai scritta ma addirittura il più grande capolavoro dell’ingegno umano.
Ma cosa ha di così particolare questa grande opera? Difficile dirlo in poche righe in quanto la sua complessità e la sua onnicomprensività emerge da diversi aspetti. Qui se ne può dare solo un accenno o qualche dettaglio per indurne alla lettura. Ad esempio quelle incredibili descrizioni in cui supera anche la meticolosità di Flaubert. Ma quella di Proust è una forma di descrizione analitica che va oltre il fatto estetico. Ogni oggetto per lui è un mezzo per rimuovere l’oblio per risvegliare sensazioni, emozioni, per ritrovare appunto il “tempo perduto”. Quando presentò a un editore la prima parte della Recherche gli fu risposto che era improponibile pubblicare un libro dove ci sono una decina di pagine per descrivere come uno si gira nel letto. Eppure lì e in altre descrizioni c’è tutto l’animo umano. Non a caso Freud ha preso molto da Proust e viceversa. E non è un caso che in quest’opera si possa intravedere un’anticipazione delle stesse neuroscienze.
Quando il piccolo Marcel bambino si appresta a inzuppare una madeleine (dolce francese) nel the, quel piccolo gesto dura  pagine e pagine e apre a un’analisi interiore di emozioni e sensazioni infinite, quelle che Proust chiama “intermittenze del cuore” (titolo originario dell’opera)
E poi c’è la scrittura stessa, altra grande protagonista. Il romanzo – se così riduttivamente vogliamo chiamarlo- si chiude nel momento in cui lo stesso romanzo  cominciava. in un circolo infinito. La fine del romanzo è la scelta di scrivere un romanzo, quello stesso romanzo: la Recherce. La scrittura è una conquista, perché per dirla con Proust “L’unica vita realmente vissuta è la letteratura”
E poi ci sono le tendenze filosofiche del pensiero filosofico europeo che nella Francia dell’ultimo Ottocento avevano trovato in Henry Bergson il loro maggiore rappresentante. Ma oltre che della filosofia spiritualista del suo tempo e di alcuni principi della poetica del decadentismo che da essa discendevano, Proust, nella Recherche, mostra di risentire anche di alcuni aspetti della tradizione classica francese espressi da autori quali Hugo, Saint-Simon, Balzac. Si tratta della tendenza a ricercare con scrupolo e razionalmente le cause degli eventi, “le verità dell’intelligenza”, che unite a quelle “delle sensazioni” dovrebbero costituire, per Proust, il contenuto dell’opera d’arte.
Come ho scritto all’inizio, la Recherce è difficile da spiegare o per lo meno occorrerebbero molti più dei migliaia di libri che ne parlano. Già riuscirlo a leggerlo tutto è un’impresa non da poco, perché è necessario soffermarsi su ogni aggettivo, su ogni sostantivo, mai inappropriati, sempre “definitivi” e questo in un libro in sette volumi richiede tempo e passione. Ma una volta entrati nella scrittura, nell’analisi dell’opera di cui il Tempo è il vero protagonista è difficile uscirne.
Cha altro dire? Non prendo provvigioni per la pubblicità che faccio al libro…. ma vivere senza aver letto quest’opera è sempre vivere, sì, ma se ne potrebbe discutere….. 


GIAN LUIGI AGO

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“NOWHERE” di Luis Sepulveda (recensione di Claudia Bellucci)

gennaio 21st, 2005 by Gian Luigi Ago

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Regia: Luis Sepúlveda
Cast: Harvey Keitel, Angela Molina, Jorge Perugorría, Luigi Maria Burruano, Leo Sbaraglia, Andrea Prodan, Daniel Fanego, Caterina Murino
Musica: Nicola Piovani
Paese: Italia/Spagna/Argentina

Anno: 2001

Con questo film esordisce nella regia Luis Sepùlveda, scrittore cileno di sinistra tra i più amati in Europa, da sempre dedito all’impegno civile, etico ed estetico, ma costretto in passato ad un lungo esilio per sfuggire alla dittatura di Pinochet. “Responsabilità dell’intellettuale deve essere – nelle parole di Sepùlveda – mantenere una funzione di critica della realtà, dello “status quo” per procurare una forma migliore di vita”.

Con questa sua prima avventura dietro la macchina da presa, l’autore racconta con le immagini il suo romanzo “Incontri d’amore in un paese di guerra”, trasponendo la metafora della libertà come diritto inscindibile da quello alla vita nella vicenda dei desaparecidos dell’America Latina. Il suo sguardo si apre sulle dittature che ancora infangano il mondo: fin dalla prima scena uno de i protagonisti (Harvey Keitel) introduce al pubblico il senso della sua lotta, rispondendo alle parole di una sciamana andina sull’inarrestabile cerchio della paura che non ha inizio né fine; “No, non è reale questa eternità”, dice, “Sono le dittature a falsare il senso del tempo per convincerci che sono eterne”.

La storia è ambientata negli anno Ottanta, in un paese latinoamericano non ben specificato. Il dittatore di turno ha ideato una sinistra manovra mediatica per giustificare la permanenza dei militari al potere. I suoi servizi segreti sequestrano in pieno giorno e in presenza di numerosi testimoni un gruppo di dissidenti formato da uno studente appassionato di boxe (Leo Sbaraglia), un cuoco omosessuale (Daniel Fanego), un professore disilluso (Andrea Prodan), un manovale delle ferrovie ex sindacalista (Jorge Perugorría) e un barbiere ebreo (Luigi Maria Burruano).
Dietro l’ordine del dittatore i prigionieri vengono condotti in una vecchia stazione ferroviaria sperduta nel deserto, chiamata “Ninguna Parte” (nessun posto), e affidati alla sorveglianza di un plotone di soldati non meno spaesati dei detenuti in quei solitari paesaggi. Ma anche lì i prigionieri riescono a salvaguardare il calore e il senso lucido dell’esistenza, finendo col fraternizzare con i loro sequestratori.

Con l’aiuto di uno strano avventuriero, chiamato il Gringo (Harvey Keitel), che preferisce l’intelligenza dell’ironia alla vigliaccheria del cinismo, di un militante della resistenza e di una giovane patriota (Caterina Murino), i prigionieri progettano la fuga, mentre la moglie dell’operaio (Angela Molina) e il compagno del cuoco, avendo capito la strategia del tiranno, si oppongono alle ricerche smorzando il clamore suscitato dal sequestro. Un passaggio difficile da capire, questo, perché costruito a partire dal principio della non-innocenza dei sequestrati, mirabilmente racchiuso in queste parole della donna: “Le persone come noi e i nostri compagni chiedono di vivere pienamente, con tutti i nostri diritti. E uno di questi diritti è antico quanto l’uomo ed è il diritto di ribellarsi contro le tirannie.

Se questo ci rende colpevoli, accettiamo la nostra colpa con orgoglio”, come dire che proclamarli innocenti avrebbe come unico risultato la perpetrazione delle bugie propagandate dallo Stato. Ed è a causa di queste bugie che il professore di storia sceglie la morte nel campo di prigionia con un tentativo di fuga-suicidio, non potendo più convivere con la vergogna di nascondere la verità ai suoi studenti. Ma nonostante la drammaticità delle tematiche affrontate il film è fortemente ironico ed ha spunti di comicità. “Lo humor – sostiene il regista – è l’arma più terribile, più sovversiva per combattere una dittatura”. “E’ apparso san Che Guevara” dirà uno dei prigionieri dopo l’incontro con i liberatori. La storia, alla fine, diventa “un grande messaggio di ottimismo, un’allegoria della vita; parla della magnifica esperienza che è la vita, quando viene vissuta nel rispetto di tutti i diritti e della dignità” dalle parole dello stesso regista. Ed è questo il tema centrale, che tocca vere punte di poesia nei sogni e nelle speranze, anche utopiche, dei personaggi. Uno dei passaggi più intensi di questo film, in cui la bellezza della parola supera quella delle immagini, è proprio quando il cuoco ricorda, dopo l’uccisione del compagno, che


la vita continua

fra lacrime e risate la vita continua

fra rabbia e amore la vita continua

fra la solitudine e la tristezza la vita continua

fra i giusti e i deboli la vita continua

e nulla, né una legge né un desiderio,

né una muraglia, né un oceano o un deserto

potranno mai fermare il suo scorrere infinito, nulla.

Per quelli che ci mancano e per quelli che verranno la vita continua.

Vivere compagni!

Vivere è il nostro grande compito.


Nowhere è un lungo viaggio nel cuore della più meravigliosa utopia, quella di realizzare da qualche parte i sogni di libertà che oggi non trovano altro spazio se non dentro l’uomo. “I mulini non ci sono più”, ama ripetere il Gringo citando Van Gogh, “ma soffia sempre lo stesso vento”.

CURIOSITA’

L’immagine che Sepùlveda aveva scelto per la locandina del film è stata “corretta”, a sua insaputa, nella realizzazione del manifesto, travisando e tradendo il senso di quella scelta. Un’incomprensibile e ingiustificabile censura ad opera di mani anonime ha praticato infatti una vera e propria “mutilazione” trasformando il pugno chiuso – simbolo della resistenza comunista – dell’attore Jorge Perugorria nelle due dita aperte, segno di una più moderata pace o vittoria. Sepùlveda ha dato un nome a questi anonimi: “piccoli servitori, piccoli cani fedeli al capo della comunicazione…al capo delle televisioni”.In un’intervista lo scrittore cileno ha manifestato apertamente e senza mezzi termini i suoi timori e la sua contrapposizione nei confronti dell’attuale governo italiano e del presidente del consiglio.Durante la presentazione del film (una coproduzione italo-argentino-spagnola) ha preso ferma posizione contro la concentrazione nelle mani del capo del governo del potere della comunicazione televisiva. “La televisione, quando si fa espressione di un pensiero “unico” -afferma- è segno della fine dello sviluppo della società italiana”.

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“IL GRIGIO” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini (G.L.A.)

gennaio 21st, 2005 by Gian Luigi Ago

E’ in giro per l’Italia la nuova versione dell’opera teatrale “Il Grigio” di Gaber/Luporini nella nuova versione prodotta dal Piccolo di Milano e interpretata dal bravissimo Fausto Russo Alesi.

Non posso che confermare l’impressione che ebbi al debutto dello spettacolo al Piccolo di Milano. E’ importante sottolineare che, al momento della notizia che sarebbe stata riproposta questa nuova edizione dell’opera di Gaber/Luporini, molti manifestarono delle riserve. Tra i dubbi più ricorrenti quelli legati alla impossibilità di “replicare” Gaber e alla “distanza” di Ronconi dal modo di pensare, anche artistico, di Gaber/Luporini.

Anch’io ebbi qualche dubbio ma in ogni caso mi sembrò più giusto vedere prima quale sarebbe stato il risultato. Sul fatto della difficile interpretabilità di Gaber o della lontananza di Ronconi dallo spirito gaberiano, la cosa non mi preoccupava anzi…

Se un’opera (musicale o teatrale che sia) riesce comunque a trasmettere qualcosa (al limite anche di diverso dall’originale) vuol dire che contiene in sé un’universalità tale che le permette di essere interpretata anche prescindendo dall’autore e dalla sua cifra stilistica. E questo è per me un pregio, non un difetto. Certo, diventerà un’altra cosa, ma tutto (anche noi stessi) siamo ogni istante un’altra cosa rispetto a ieri. E’ vero che può venir fuori qualcosa di negativo e allora potremo anche criticare, ma non dovremmo in ogni caso, per farlo, fare il confronto con “Il Grigio” nella versione gaberiana. Il Grigio di Gaber/Luporini sarà senz’altro un’altra cosa rispetto a quello di Ronconi, come il Gesù di Zeffirelli è diverso da quello di Pasolini, ma questo è il bello. Queste operazioni a me sembrano stimolanti: è il testo, la parola che si libera dalla costrizione temporale e si sublima. Perché no?


Già al debutto ebbi una conferma positiva alle mie riflessioni di allora e riconfermata anche in questa nuova versione “ridotta” da due tempi di un’ora ciascuno a un atto unico di un’ora e quarantacinque .

Il “nuovo” Grigio è una grande opera teatrale. Due giovani trentenni, la regista Sinigaglia e l’attore Fausto Russo Alesi hanno compiuto un’operazione straordinaria.

Ho trovato l’’interpretazione di Russo Alesi superlativa, sia perché denota una grande capacità artistica e in lui si notano tutte le capacità tecniche di un grande attore, sia perché sa emozionare. La sua fisicità è grandiosa. Per tutto lo spettacolo ogni parte del suo corpo vibra e recita. Basta vederlo in canottiera e mutande per accorgersi che ogni suo muscolo trema e recita, perfino il suo sudore, i suoi occhi sbarrati, il tremore delle dita indicano una partecipazione e capacità recitativa da grandissimo attore.

E poi durante la rappresentazione mi sono “dimenticato” Gaber e dico questo in senso positivo: intendo cioè dire che non ho mai fatto un paragone, un confronto, perché questo Grigio è stato riletto in maniera diversa eppure fedele.

Voglio dire che il fatto che questo Grigio, nei suoi monologhi, nel suo scorrere della parola, sia lontano da quello di Gaber valorizza e “ratifica” la validità di un testo che diviene a tutta ragione un “classico” e che può quindi essere portato in scena tranquillamente da un attore molto più giovane di quanto fosse Giorgio al momento della sua proposizione dell’opera, e può essere giocato su una lettura diversa e su una recitazione che non è mai scimiottattura anche nei passi che sono chiaramente tipici dell’impostazione teatrale e vocale di Gaber.

Fausto Russo Alesi è indubbiamente un grande attore, il testo di G/L è indubbiamente un grande classico e la regia, addirittura giocata su una scenografia più scarna di quella originale e con alcune trovate sceniche importanti e significative, non solo non fa torto alla versione gaberiana, ma anzi ne sottolinea la grande valenza teatrale e consegna il “teatro di evocazione” al giusto posto che ha nel Teatro italiano, fugando i dubbi di quanti pensavano che quest’opera potesse contare solo per la “popolarità” di Gaber.

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