( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

Quadri di Eugenio Alfano commentati dall’autore

marzo 11th, 2008 by Gian Luigi Ago

eugenio-alfano

Studente di Giurisprudenza all’Università di Firenze, è appassionato di poesia (conoscitore dell’opera di Pasolini) e dello studio della criminalità organizzata.

Nel 2006 ha realizzato,insieme a Gian Luigi Ago e Claudia Bellucci, la Lezione-spettacolo sul Teatro Canzone di G. Gaber e S. Luporini, progetto didattico presentato, tra l’altro, a Cosenza, Firenze e Milano. Nel 2007 ha realizzato un’intervista al poeta Gianni D’Elia (”Pasolini: morte italiana”).

Appassionato di arte, realizza lavori che coniugano un tratto pittorico preciso e dal sapore metafisico a temi concettuali legati alla realtà sociale e psicologica («Le capacità di concettualizzare i suoi disegni pur all’interno di una visione metafisica e di farli parlare del sociale», Gian Luigi Ago).

A novembre del 2007 realizza “Finestra sulla realtà”, recensito dal poeta Gianni D’Elia.

Un suo dipinto, Un uomo e una donna, viene utilizzato per la copertina dell’e-book “Diario” di G. Laguardia. E’ socio-attivista di Amnesty International.

http://notte-privata.blogspot.com


MORTE ITALIANA

morte-italiana-21

“Ma ho spiegato loro che

L’architettura non è giustizia”

(da Umiliato in catene di Sami Al Haj,

Poesie da Guantànamo, acd Marc Falkoff)

Un omaggio a uno dei poeti che più amo: Pier Paolo Pasolini. Morte italiana perché la morte di Pasolini in Italia ha portato alla morte della Giustizia innanzitutto, della politica e delle istituzioni in generale, dei mass media, degli italiani e quindi della cultura. E’ uno dei molti esempi di casi irrisolti in Italia, di misteri che a più di uno fa comodo che rimangano tali. Il mistero di questo delitto, infatti, è tutto racchiuso all’interno di “Petrolio” e delle parti mancanti del romanzo: “Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano” (G. D’Elia).

E’ l’altra faccia della medaglia-Giustizia, di quella parte della Giustizia che si rende complice di crimini e assassini.

Vuole essere quindi un omaggio anche a tutti coloro che sono vittime di questa “Giustizia-malata”.

Bisogna esporsi (questo insegna

Il povero Cristo inchiodato?),

la chiarezza del cuore è degna

di ogni scherno, di ogni peccato

di ogni più nuda passione…

(La crocifissione, da L’usignolo della chiesa cattolica, P.P. Pasolini)


FINESTRA SULLA REALTA’

finestra-sulla-realta

E’ abbastanza esplicito. Il titolo lo ha scelto Daniela. Si ricollega ad alcune poesie di D’Elia sul problema dell’ambiente e alla scoperta di una canzone bellissima di Bertoli, “Eppure soffia”.

Non manca la filosofia: il filosofo Hans Jonas, si fa banditore di un “minimalismo programmatico” che individua nella sopravvivenza dell’uomo, anziché nella perfezione, il suo obiettivo primario. Per questi non ha senso parlare di oltreuomo, esteta, o altro ancora, bisogna pensare alla sopravvivenza dell’uomo attraverso la cura e la salvaguardia della natura.

C’è un vaso con tre “fiori particolari”: un bicchiere di plastica accartocciato (inquinamento quotidiano umano), una lattina (conseguenze delle grandi industrie e multinazionali a livello ambientale) e la  “M” di McDonald (e questo mi sembra giusto commentarlo con le parole di Gianni D’Elia:

“ci stanno avvelenando, lentamente,

da decenni, per la fretta d’incassare,

produrre, distribuire, vendere, smerciare

ogni creatura vegetale e animale; bestie,

han fatto diventare cannibali gli erbivori,

dando loro da mangiare loro stessi;

le chiamano farine, ma son ceneri queste,

degli animali morti e sminuzzati,

che per mangiarsi si sono ammalati,

impazzendo di prioni nei

cervelli”

RECENSIONE DI GIANNI D’ELIA:

Finestra sulla realtà ricorda i “fiumi di carbone” del famoso Paesaggio di Baudelaire nei Quadri di Parigi, dei Fiori del male:
[…] E’ così dolce dalle nebbie veder poi come nasce nell’azzurro la stella, la lampada alla finestra, quei fiumi di carbone che salgono su in alto e il pallido incantesimo che la luna ci versa. […]
Un tramonto industriale e urbano, uno dei primi in poesia.

Ma ecco il tuo fiore mutante sul davanzale, che fiorisce l’artificiale sullo stelo, nel vaso con i simboli del detrito contemporaneo (carta, lattina, sigla dell’impero gastronomico omologato), contro i fumi di due ciminiere.

Mi attira la tua persiana scostata, un pò vangogghiana, nel suo verde-feritoia che lascia affiorare gli strati del mondo a salire: il grigio degli alveari umani, il marrone dei monti, il verde giallastro del cielo malato.

Le ombre dei vasi, col più piccolo che pare lo stecco d’alluminio di una antenna, dicono del tramonto della vita naturale.

Gianni D’Elia


LE SOLITUDINI

le_solitudini

Si chiama Le solitudini perchè vengono raffigurate tre diversi tipi  di solitudine, partendo dalla più personale, per poi continuare in senso antiorario, a quella diciamo più universale.

Come struttura è molto simile alle piazze italiane di De Chirico.

Dentro c’è un pò di tutto: Giorgio Gaber,  Rino Gaetano, Pink Floyd, Gianni D’Elia e la Scuola di Francoforte.

Si parte dalla solitudine PERSONALE rappresentata dal cane. Ho pensato soprattutto a Rino Gaetano (Mio fratello è figlio unico ed Escluso il cane) e Gaber (I soli).

Poi c’è la solitudine INTERPERSONALE, quella dei rapporti tra le persone. L’immagine sembra la copertina di Wish you were here dei Pink Floyd. Mi era venuta in mente una frase di Marcuse, tratta da L’uomo a una dimensione,  che parlava di “rapporti anonimi e impersonali”. Basta andare più a fondo per capire la mancanza di veridicità dei rapporti…è come una stretta di mano che non permette di vedere il fuoco che c’è dietro le spalle. Anche qui c’è un riferimento al nostro GG (”e poi vivere in due e capire che siamo tutti soli”).

Infine una solitudine IDEOLOGICA, POLITICA. In una delle sue poesie, D’Elia parla più o meno “di ideali che questo tempo ha reso nani”. Le bandiere rosse e nere rappresentano proprio la mancanza di ideologia: per quanto potessero avere aspetti negativi le ideologie simboleggiate da quelle bandiere, da quel colore… però c’erano, uno poteva “attaccarsi” a qualcosa. E’ quella mancanza di valori che è uno dei temi più frequenti nell’opera di D’Elia. Poi c’è la bandiera della Repubblica e quella si commenta da sola! Come non pensare ad Anni Affollati di Gaber (”Anni affollati di gente che ha pensato a tutto senza mai pensare a un Dio”).


UN UOMO E UNA DONNA

un_uomo_e_una_donna

Questo dipinto è tutto gaberiano. Mi venne in mente leggendo Questi assurdi spostamenti del cuore. Due furono le parti che mi piacquero molto: «E capire che le cose fondamentali sono poche, semplici. E imparare a vivere veramente cominciando da noi due:un uomo e una donna»; «All’universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni. L’universo sa soltanto che senza due corpi e due pensieri differenti non c’è futuro»  (da Il Dio bambino). Questo pensiero venne espresso poi in molte canzoni. Il senso, il significato dell’amore in Gaber e Luporini  è stupendo è qualcosa che sfugge sia dal punto di vista formale alla rima cuore/amore, sia alla riduzione di tale sentimento alla banalità. E’ un lungo percorso (più di 30 anni) che parte da un’analisi realista (quale è sempre stata quella di Gaber e Luporini) dell’amore o meglio della crisi che coinvolge l’individuo e che inevitabilmente si rispecchia anche sulla coppia, sulla famiglia…sull’amore, che diventa abitudine, routine; per arrivare ad una bellissima canzone, Quando sarò capace di amare, all’interno della quale si parla di un amore «maturo, un amore come evento naturale, senza stranezze e svilimenti né sul piano fisico né su quello spirituale» (Andrea Pedrinelli), un amore come gesto naturale (“non come quando si ragiona ma come quando si respira”).

Però c’è qualcosa di più: considerato così l’Amore (“no, non dico l’amore che possiamo anche fare, ma l’Amore”, L’impotenza, G.G.)penso che non sia una contraddizione parlare anche di omosessualità e di PACS. Se amore è, è amore sia quello etero che quello omosessuale….un po’ come l’Etica: se una vera etica esiste, un’unica etica, questa non sarà né cattolica né laica, ma sarà più semplicemente Etica. E’ un periodo in cui in Italia si discute molto di “unioni civili”, PACS, ecc ecc. Però ci si ferma lì, alla discussione e a volte non si arriva neanche a quella. I signori parlamentari, e mi riferisco soprattutto a quelli divorziati, a quelli che hanno avuto due o tre mogli o peggio ancora qualche “scappatella parlamentare”, dovrebbero smetterla di tirare sempre in ballo la famiglia e cercare di guardare la questione da un’altra angolazione: dall’amore.


PACE

pace

Si sa che sono un pacifista sfegatato. Qualche anno fa andai alla presentazione di un libro del politologo Giovanni Sartori:”Mala tempora”. Criticò i pacifisti o come li definiva lui i “cecopacisti” o “pacifisti alla Gino Strada”. Intervenni…Quale migliore occasione per difendere la mia posizione? Iniziai a parlare di Kant, il quale nella “Pace perpetua” sosteneva che o si è pacifisti o non si è pacifisti; la pace è cosa diversa dal non interventismo o dal patto di non belligeranza, cercai di dimostrare con Kant che non esisteva una “pace alla Gino Strada”, una “pace senza se e senza ma”, ma esisteva una Pace e dei pacifisti. Penso che finché l’uomo penserà alla guerra come strumento, soluzione possibile, anche se solo come “ultima ratio”, staremo ancora a parlare di guerra e pace.


ARCO DELLA VITA

arco_della_vita

Doveva essere solo una bozza in carboncino per poi diventare una tela con colori ad olio, poi però mi è piaciuto così come era e quindi…niente colori.

Penso che il senso del disegno possa  riassumersi con alcuni versi di una di una canzone di Gaber e Luporini, Verso il terzo millennio: “che cosa c’è di vero/ nell’arco di una vita/ tra la culla e il cimitero“.

C’è un pò di Pascal anche: mi è sempre rimasto impresso un suo pensiero, che poi era la sua concezione dell’uomo: “l’uomo è una canna al vento, una canna pensante”.

Nel suo complesso il disegno può sembrare molto pessimistico, e lo è!, ma può essere visto anche da un’altra angolazione: è vero che la vita è questo piccolo “arco”, questo “filo” che congiunge il momento iniziale con quello finale, ma Gaber stesso ci dice: “ma io ti voglio dire/ che non è mai finita/ e tutto quel che accade/ fa parte della vita”.

Se consideriamo la vita come un “filo” per stendere il bucato, ecco allora che il bucato, ogni singolo calzino, pantalone, ecc, che può essere appeso, rappresenta un evento della vita.

Siamo noi quindi (e qui ritorna la ragione, il pensare della “canna-uomo”!) a fare la differenza, a decidere cosa mettere e cosa non mettere.


BASSA STAGIONE

bassa-stagione

Disegnato su un cartoncino con una matita in pochissimi minuti…un disegno “d’impeto”, dopo la visione di un’intervista televisiva a Bertinotti: notai una sostanziale differenza nelle sue dichiarazioni tra il prima e il dopo della formazione del governo Prodi…e pensai: «Ora anche lui ha ottenuto la sua “poltrona”…e chi lo smuove più!?».

Ero appena tornato dalla Sardegna e avevo trovato a casa di Daniela una vecchia biografia di Gramsci e vidi una foto che mi scosse molto: Antonio Gramsci fotografato a Torino…per la prima volta lo vidi per intero e non a mezzo busto.

Non sapevo nulla dei suoi problemi fisici, della sua malattia. Allora l’ammirazione per lui crebbe (e già ne avevo….avendo letto tra le altre cose alcuni brani sulla Questione meridionale), per quello che riuscì a fare nel suo breve “arco” di vita.

Il titolo è tratto da una raccolta poetica di Gianni D’Elia: una bellissima raccolta con la quale il poeta traccia un «bilancio esistenziale e politico.

E’ bassissima stagione per le vicende pubbliche, per gli ideali collettivi dispersi nella svendita o nella menzogna» (Bassa Stagione, Einaudi).

Nell’esprimere in segni grafici la politica italiana non si può non pensare a maschere e poltrone. L’immagine grande di Gramsci sembra quasi un poster appeso al muro del quale ognuno si vanta.

L’apostrofo de L’Unità sembra una lacrima e sembra quasi volesse dire…: “che fine ha fatto il mio giornale e il giornalismo in generale!”. Esprime quindi ciò che penso della politica italiana attuale e purtroppo non è una visione ottimistica.

Pensare a questa classe dirigente, pensare che poco meno di 40 anni fa erano in piazza a combattere quella classe politica, quel sistema sociale, quel sistema scolastico e addirittura quel sistema familiare….non può che farti star male quando si avvicina il periodo elettorale e sei chiamato in un collegio ad esprimere il tuo voto, a fare “un segno sul tuo segno” (Gaber e Luporini). Sì, ma quale segno?!


LA PAZZIA

ala_pazzia1

La tempesta in cui siamo ha il nostro nome

(Gianni D’Elia)

Prima pagina: “ancora morti sulla strada”. Seconda pagina: “violenza negli stadi”. Terza pagina: “diciottenne si butta dal V piano”. Quarta pagina: “ancora mistero sul delitto familiare”.

“Non un giornale – ho pensato – ma un cimitero in fogli!”. E’ come se a governare fosse la pazzia.

«Non ci rendiamo conto

Che siamo tutti in preda

Di un grande smarrimento

Di una follia suicida.

E sento che hai ragione se mi vieni a dire

Che anche i più normali

In mezzo ad una folla

Diventano bestiali

E questa specie di calma

Del nostro mondo civile

È solo un’apparenza

Solo un velo sottile».

(Verso il Terzo millennio, Gaber-Luporini)

La pazzia, che si esplica nella totale convivenza di elementi di serenità quasi quotidiana (una poltrona, una televisione, un tavolo e una sedia sono elementi tipici di un nido familiare) ed elementi di violenza e di morte (la strada, il coltello, il cappio, il pallone da calcio).

“Si parla molto della follia contemporanea, del suo correlarsi all’universo della macchina e al venire meno dei rapporti affettivi diretti tra gli uomini. Questa correlazione non è certo fittizia, e non è un caso se il mondo patologico assume così di frequente, ai nostri giorni, l’aspetto di un mondo in cui la razionalità meccanicistica esclude il persistere della spontaneità della vita affettiva” (da Malattia mentale e psicologia, di M. Foucault).

Mi colpirono molto le parole del poeta Gianni D’Elia: «Gli italiani sono maleducati sentimentalmente. Perché, l’analfabetismo sentimentale e quindi la violenza, da dove viene? Viene dal fatto che uno non scava dentro di sé, non conosce niente di se stesso e quindi giudica gli altri e il mondo sempre da fuori» (dall’intervista Pasolini: morte italiana). Manca proprio quel rapporto di sentimento, di “sentire” tra “L’io e gli altri” (dall’omonimo saggio di R. D. Laing). Mai come ora è venuta a mancare la “pietas umanistica”. Come si spiegherebbe allora il filmare la tragica morte di una sedicenne marocchina, investita da un autobus, da parte dei compagni di scuola?

Ed ecco allora il ruolo educativo della poesia e quindi del teatro, del teatro che «ci rinvia alla trascritta vita». Questo spiega il “mio” teatro senza un pannello una parete di fondo, senza uno sfondo ben delimitato, ma solo l’orizzonte, le montagne, il cielo, la realtà. L’occhio della poesia e del teatro sulla realtà.

«Se il reale è lingua orale,

e il cinema lo scrive,

che cos’è il teatro, padre?

«Eh, lingua orale della lingua orale

è il teatro, e come la lingua

scritta del cinema, ci rinvia alla

trascritta

vita, che di se stessa è lingua orale,

rende il teatro presente la fitta della vita,

che si dà nel parlare

parlare nel parlare e nel pensare…»


INSOMNIA o NOCHE PRIVADA

noche-privata1

a N y S

Che m hanno regalato

Un pezzettino

Del loro mondo

“De fierro,

de encorvados tirantes de enorme fierro, tiene que ser la noche,
para que no la revienten y la desfonden

Las muchas cosas que mos abarrotados ojos han visto,
las duras cosas que insoportablemente la pueblan.”

(J. L. Borges, Insomnia)


“Buio d’inferno e di notte privata”

(Dante, Purgatorio XVI, I)


“Ah, come solo in un lampo

Di mortaretto si placa,

se squarcia il Buio d’inferno

un incanto di notte privata”

(Gianni D’Elia, Notte privata)

Tutto tace, tutto è calmo, è pacato, sereno, ma è una calma apparente, ambigua. La frenesia del giorno si riversa immancabilmente nella notte,  gravata dall’onere di sorreggere le “dure cose che insopportabilmente la popolano”: i valori del mercato, che sostituiscono i vecchi valori del secolo passato, e religiosi, lontani ormai dal loro vero credo; le ciminiere industriali; la crescita “violenta” della città legata all’abusivismo edilizio (“forte petomane/scritta dal diavolo/in spregio solenne dell’umanità”, Molto lontano, Paolo Conte); le catene gastronomiche; le violenze private.

La notte come un  immenso vaso di pandora, pronto a trasbordare con il peso  dei mali  che ricadono sul mondo, che inghiottono tutto e tutti, le opere in generale e l’individuo in particolare, necessita di una forza maggiore che la aiuti a sorreggersi: due “encorvados tirantes”, metafora di un lavoro costante per la costruzione forse di un mondo migliore che parte necessariamente dall’io, dalla persona, per arrivare alla società.

Una notte vangogghiana dei nostri giorni , uno stile surreale caratterizza questo quadro dai toni pacati sfumati, interrotti dalla comparsa dei due tiranti, che  irrompono violentemente nella scena notturna, marcando il senso  della poesia di Borges (Insomnia, da L’altro, Lo Stesso), quindi con funzione di sostegno, di atlanti ferrei del moderno.

Daniela P.


Non manca certo un significato molto più intimistico (il più intimistico di tutti!), personale, autobiografico, legato proprio  ad un determinato periodo, ad una lunga-breve notte privata.


SCACCO MATTO

scacco-matto2

“Andatelo a dire

ai caduti di ieri

che il loro morire

fu come le nevi”

(Gianni D’Elia)

“Ed io, Antonius Block, sto giocando a scacchi con la morte.”

(da IL SETTIMO SIGILLO, Bergman)

“Possiamo sempre fare qualcosa”

(G. Falcone)

E’ un omaggio a Giovanni Falcone e a chi, come lui, ha perso la vita per giocare questa bergmaniana partita degli scacchi bianchi contro quelli neri, dell’”Eroe” contro la Morte, dell’antimafia contro la mafia. E’ un omaggio a chi si batte, ancora, ogni giorno per difendere valori di giustizia, a chi ha scelto come motto di vita, uno degli insegnamento di Giovanni Falcone:  “Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo”.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a difendere”(G. F.).

Infatti, ad un certo punto, si arriva ad una “zona grigia” dai contorni sfumati, dove l’antimafia compenetra nella mafia stessa, come pedine “mangiate”. Ciò che rimane è solo la festività delle inaugurazioni agli anniversari e gli “omaggi” materiali dello Stato (un ulivo, una statua), metafora della solitudine di quella parte della Giustizia non corrotta.


PAURA

paura

HTML clipboard

“la tierra es una fruta negra que el cielo muerde”
(Tengo miedo, da Crepusculario, di P. Neruda
)

Ho paura. La sera è grigia e la tristezza

del cielo si apre come la bocca di un morto.

Il mio cuore ha un pianto di principessa

dimenticata nel fondo di un palazzo deserto.

Ho paura. E mi sento così stanco e piccolo

che rifletto la sera senza meditare su lei.

(Nella mia testa malata non deve entrare un sogno

così come nel cielo non è entrata una stella).

Tuttavia nei miei occhi una domanda esiste

e c’è un grido nella mia bocca che la mia bocca non grida.

Non v’è orecchio nella terra che oda il mio lamento triste

abbandonato in mezzo alla terra infinita!

L’universo muore d’una calma agonia

senza la festa del sole o il crepuscolo verde.

Agonizza Saturno come una pena mia,

la terra è un frutto nero che il cielo morde.

Per la vastità del vuoto vanno cieche

le nubi della sera, come barche perdute

che nascondessero stelle spezzate nelle loro stive.

E la morte del mondo cade sulla mia vita.

(Paura, da Crepuscolario, di Pablo Neruda)

“Non è lo stesso terrore che suscita il toro iracondo, il pugnale che minaccia, o l’acqua che s’inghiotte. E’ un terrore cosmico, un’istantanea insicurezza, l’universo che crolla e si dissolve. E intanto, la terra risuona d’un sordo tuono, con una voce che nessuno le conosceva.”

(da Confesso che ho vissuto, di P. Neruda)


FONTANA CHIARA

fontana-chiara

«…

y en la fontana dulce de mi sueño

se reflejó otra fuente estremecida».

(P. NERUDA, El padre, da Crepusulario)


“Fontana chiara” deve il suo nome all’omonima canzone del cantautore calabrese Rino Gaetano, le cui uniche parole sono “Fontana chiara, un poco dolce un poco amara”. Pochissime parole, quasi una poesia ermetica, per esprimere, allo stesso tempo, le bellezze e le contraddizioni del Meridione.

Infatti l’oggetto del dipinto è proprio il Sud, richiamato metaforicamente attraverso una fontana, dalla quale scaturisce, seppur a piccole gocce, un’acqua fresca, limpida, pulita, «A no è aga pì fres-cia che tal me paìs» (Dedica, da La Meglio Gioventù, P.P. Pasolini). Esprime l’immagine e il simbolo delle bellezze paesaggistiche del Sud, ma anche la sua vitalità, l’accoglienza e la voglia di vivere insita nelle sue popolazioni, ricche di culture e di tradizioni, che si riflettono in maniera esemplare in una “fontana”, la quale pare offrire «un sorso di vita ad ogni vita,/che in sé grata l’accoglie» (Fontanella, da Ultime Cose, U.Saba).

Lo sgorgare dell’acqua non dal canale d’uscita ma lateralmente, e in eccesso rispetto a quella contenuta nel secchio, manifesta una critica esplicita alle contraddizioni presenti nel Meridione, sia a livello politico che socio-culturale, un’amara constatazione pasoliniana:


Fontana di aga di un paìs no me.

A no è aga pì vecia che ta chel paìs.

Fontana di amòur par nissùn.

(Dedica, da La Nuova Gioventù)

Ed ecco che anche la goccia d’ acqua che cade all’interno del secchio, acquista allora un valore simbolico: rappresenta tutte quelle persone che cercano di opporsi ad un determinato sistema, politico e sociale, tutte quelle persone che si battono, lottano, affinché la loro terra non sia governata da una mentalità e una classe dirigenziale “mafiosa”.


INTERPRETAZIONE EVOLUTIVA ART.1 COST.

interpretaz-art-1-cost

A P e M,

che lavorano

E le chiamano morti bianche,

ma non dovrebbero chiamarle

piuttosto, morti tante, tante, tante…

(La ballata dell’invalido, di Gianni D’Elia)


“L’Italia è una Repubblica democratica,

fondata sul lavoro”

(art.1 Cost)


La Repubblica italiana fonda le proprie radici sul lavoro, in primis sul diritto al lavoro e quindi su tutta una serie di diritti (alla sicurezza, alla pensione, alla salute…).

Uno Stato che ha una media di 3,5 morti sui posti di lavoro al giorno, viene meno al proprio fondamento, al proprio pilastro, alla propria natura democratica. Ecco allora la mia interpretazione evolutiva dell’articolo 1 della Costituzione: la personificazione scultorea della Repubblica che stringe tra le mani la Costituzione, una Repubblica rivolta al lavoro, che si fonda sul lavoro, ma che è sorda e non riesce a garantirne i diritti fondamentali. Per tale motivo volta le sue spalle a una lapide, simbolo delle numerose morti bianche, su cui il candido giglio dell’innocenza rimane solo, sfiorito, sgualcito a rappresentare quelle voci inascoltate, quei pianti e quella rabbia di coloro che rimangono, di coloro che hanno perduto i propri cari, e che nessuno e niente potrà ripagare.

Sullo sfondo, sono raffigurati gli elementi essenziali del lavoro: una fabbrica e altri edifici industriali, espressione dei gravi danni alla salute cui possono essere esposti gli operai nel tempo; un edificio in costruzione con una scala (l’idea principale era una impalcatura, ma poi ho pensato alla scala perché rappresenta maggiormente il livello di insicurezza sui posti di lavoro). Infine, in secondo piano un treno, lavoro molto ambito soprattutto in passato, ma espressione anche di quel fenomeno che è l’emigrazione, tema a me molto caro, essendo figlio di emigranti ed emigrante io stesso!


Gianni D’Elia

Ballata dell’invalido


E li chiamano incidenti sul lavoro,

ma non li dovrebbero chiamare

piuttosto, incidenti sul capitale?…


Meno soldi e meno diritti,

questa è la danza che s’ha da danzare,

il ballo del lavoro col capitale!…


E le chiamano morti bianche,

ma non dovrebbero chiamarle

piuttosto, morti tante, tante, tante…


Tante morti sui luoghi del capitale:

cantiere, sterro, officina,

sui ponteggi, al tornio, sotto terra,


questo ballo del lavoro è una guerra!…

Morti e feriti, ogni giorno, e via!…

Questo è il ballo italiano e globale..


Meno soldi e meno diritti, mafia,

questa è la danza illegale,

il ballo del lavoro col capitale!…


Chi non ci lascia la pelle,

ci lascia qualcos’altro,

Ogni parte del corpo è buona!…


Buona la faccia, buona la mano,

buono il braccio, l’occhio, il moto umano!…

La vita rubata qui si assapora…

“E quindi uscimmo a riveder le stelle.”…

Sì, ora ho tutto il tempo per la poesia,

ma sulla mia sedia a rotelle!…


E li chiamano incidenti sul lavoro,

ma non li dovrebbero chiamare

piuttosto, incidenti sul capitale?…


IL BACIO

il_bacio


Posted in Eugenio Alfano | No Comments »

“La democrazia: storia di una parola in Gaber e Luporini” intervento di Salvatore Veca  al Convegno Gaber 2007 (trascrizione a cura di Claudia Bellucci)

dicembre 14th, 2007 by Gian Luigi Ago

gaber21

‹‹ Vorrei soltanto un luogo un posto più sincero

dove magari un giorno molto presto

io finalmente possa dire questo è il mio posto

dove rinasca non so come e quando

il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo ››


In questo testo noi possiamo identificare alcuni temi dominanti, alcuni termini chiave, che ci sono, mi sembra, molto utili per gettar luce e suggerire qualche congettura a proposito della faccenda complicata, ingarbugliata, che mi è stata affidata come compito scientifico. Nella “Canzone dell’appartenenza” come in tutti i frammenti di poesia,  Gaber fa giocare tra loro almeno tre termini complementari. Il primo naturalmente è quello dell’appartenenza e, se volete, dell’identità collettiva, del far parte di qualcosa.

Il secondo è quello della dimensione di ciascuno di noi, cioè la dimensione individuale, che è stata spesso chiamata esistenziale, anche Giorgio usava questo termine, io preferisco chiamarla dimensione personale.

Il terzo termine chiave è quello dello sforzo collettivo, del senso collettivo, cioè dello stare insieme per fare qualcosa, dell’azione collettiva mirante a scopi per rendere meno innocenti e più degni di lode i nostri modi di convivere nel tempo per ritrovare il mondo, per una democrazia per cui si possa confutare l’argomento scettico 1996, che abbiamo sentito ora.

Proviamo a far lavorare questi tre termini fondamentali, queste parole chiave, per avanzare una congettura – questo è il punto che mi interessa proporvi – sul rapporto tra le vicende politiche, culturali e sociali degli anni ’70 e dintorni – Gaber negli anni ’70 è a Milano, sfondo di questa nostra conversazione – e la straordinaria esperienza artistica del Teatro Canzone, cui Gaber e Luporini dedicano a partire da quegli anni la loro vita e la loro creatività.

Tanto per esser precisi, chiediamoci che cosa voglia dire propriamente rapporto tra vicenda collettiva e opera d’arte. Io risponderei così: Gaber e Luporini si mettono alla prova nel tentativo di raggiungere una comprensione chiara, perspicua, delle trasformazioni, dei cambiamenti di cui sono al tempo stesso a volta a volta osservatori e partecipanti. E l’interesse, la motivazione, la voglia che anima il modello, il tentativo, è naturalmente quello di comunicarla a un pubblico. E comunicare a un pubblico, soprattutto nella dimensione dell’evento teatrale vuol dire costituire un pubblico, costituire qualcosa che sa di appartenenza. Ci sono molti modi differenti di costituire un pubblico nel comunicare, ci sono i modi del guru televisivo, ci sono i modi dell’offrire ragioni agli altri e ci sono i modi dell’offrire emozioni agli altri, offrire agli altri legami, offrire agli altri evocazioni, parole, musica e gesti e questa è la cassetta degli attrezzi. L’abbiamo sentito adesso, l’abbiamo vissuto adesso (1) , la cassetta degli attrezzi di quello che vorrei chiamare Giorgio, il divino giullare. Una comprensione chiara e perspicua è un’espressione che non ha qualificato. Io penso che la caratteristica distintiva di Gaber e Luporini sia quella di mirare alla veridicità, dire e cantare quello che sono e quello che pensano. Per mirare con efficacia alla veridicità occorre praticare l’esercizio dell’interrogazione. “Per me cultura – dice Giorgio – è un modo d’interrogazione, e l’interrogazione è centrale per capire di più di sé e del mondo” (2).

Questa tensione alla veridicità implica l’esercizio dell’interrogazione e dello smascheramento. Il pezzo sulla democrazia è un pezzo di smascheramento, sistematico. Che cosa fa quel pezzo, che effetto ha quel pezzo su di noi? Questo è il mio problema. Quel pezzo fa si che noi, insieme – perché ci sono persone in carne ed ossa qui – siamo colpiti da ciò che ci viene detto e dal modo in cui ci viene detto, siamo colpiti dalla mente-corpo che vediamo, la corporeità in Gaber è straordinariamente importante, e questo fa sì che noi riflettiamo su noi stessi insieme, questo è il punto.

È questa cifra distintiva dell’opera di Gaber/Luporini che è responsabile dell’effetto che l’opera di Teatro Canzone ha nella sua offerta di comunicazione, che io chiamerò l’esito di rinominare noi stessi e il mondo. Questo tema del dare nomi alle cose è cruciale, perché potremo ancora usare il termine “democrazia” nello stesso modo in cui lo facevamo col pensiero omologato, dopo aver veramente ascoltato questo? Gaber sta rinominando delle cose. E uno dei punti fondamentali, io credo, dell’opera di Gaber, non l’unico, ma uno dei fondamentali, è stato il suo essere una persona libera, un artista libero rispetto agli etichettamenti e alle classificazioni date del discorso pigro, e questo discorso è un discorso invece che rinomina la democrazia e quindi ci costringe a fare un passo in avanti. Questo almeno è quello che penso io.

Un “mondo che deve essere ritrovato” diceva la “Canzone dell’appartenenza”, un mondo in cui possiamo ritrovare ragioni che evidentemente si sono perse o sono state dissipate, e ritrovare una chiarezza che è stata resa opaca o tritata, infangata ai tempi dell’omologazione del pensiero. Cito: “Se non si lotta per cercare una ragione, per inseguire la chiarezza, tanto vale crepare” (3)

Torniamo ora ai nostri tre termini. Ve li ricordo: il termine dell’appartenenza, il termine della dimensione personale, individuale, e il termine di qualcosa di collettivo, come azione, sforzo collettivo per far qualcosa, per raggiungere certi scopi. Tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 noi assistiamo, osservatori o partecipanti, appassionati o scettici, devoti o critici, intimoriti o entusiasti, allegri o depressi, all’insorgenza di movimenti collettivi che coinvolgono ampi strati di popolazione giovanile. L’insorgenza ha le sue radici nei processi di modernizzazione degli anni ’60 e i movimenti giovanili, all’inizio quasi esclusivamente studenteschi, non solo in Italia come è noto, perseguono fini, io sostengo, intrinsecamente non politici, se un fine politico è qualcosa che ha a che vedere con l’acquisizione di potere per avere governo su altri, quanto piuttosto etici nel senso elementare di questa parola, per cui ciò che diviene oggetto di controversia, contestazione collettiva, discussione, mobilitazione, è lo spazio sociale, non politico, in cui una società ingessata modella e disciplina le relazioni fra persone. I movimenti giovanili mettono in questione i modi di esercizio dell’autorità, dell’autorità culturale, religiosa, familiare, sociale, maschile, prima ancora dell’autorità politica, verso cui si avanza piuttosto una revoca di fiducia (fine anni ’60).

I vocabolari ereditati sono divenuti quello che si dice “lingua fossile”, e per dirla in breve è facile credere che il re è nudo. Cito: “Quel tipo di movimento giovanile ci colpì moltissimo. Siamo stati coinvolti nel ’68 perché ha prodotto una grossa svolta nelle scelte della gente” (4). Pensate, oggi, negli stanchi rituali e poco attivi degli anniversari – avete già visto che viene anticipata l’annosa querelle sulla natura del ’68, sulle rivalutazioni del ’68, adesso c’è il tormentone del 2008 – ma a me sembra che una diagnosi come quella del filosofo Gaber, quello che per me è il divino giullare, sia penetrante e convincente, molto semplice. Cito: “Il rifiuto è stato l’elemento meno sottolineato, immediatamente si è ritornati, ci si è rapportati, a un piano politico di lotta”(4), ma per che cosa, per quale indirizzo culturale?

Anche in Italia, nella fase dell’insorgenza, il ’68 connette quei tre termini fondamentali da cui sono partito. Per l’appartenenza, assistiamo a una domanda di identità collettiva definita per differenza e per contrasto rispetto al sistema delle etichette, dei poteri, delle assegnazioni di ruoli sociali, istituzionali, culturali, religiosi e morali. La dimensione personale, secondo termine, assume rilievo in quanto connessa e cucita con tante dimensioni personali, in virtù dell’identità collettiva come richiesta o come conquista. Lo sforzo collettivo per ritrovare un mondo, terzo termine fondamentale, coincide con l’insieme delle speranze e delle aspettative per un mondo possibile che è a portata di mano, purché lo si riconosca e solo se lo si voglia perseguire come fine desiderabile. Questo è il succo dello slogan paradigmatico, l’imagination au pouvoir, dei Dreamers che piacciono a Bertolucci, del celebre e molto veloce maggio di Parigi.

Non ho usato e sottolineato a caso il termine “speranza”. Ricordate, di “Qualcuno era comunista” Giorgio dice che non è una canzone politica, ma una pagina esistenziale che parla di uno slancio, di una grande speranza. Come ho sostenuto altrove, la mia congettura sull’insorgenza dell’azione contestativa e anti-autoritaria tende a considerare quello del ’68 come un terminus ad quem, cioè quasi una conclusione, piuttosto che un terminus a quo, cioè qualcosa da cui parte quella lunga stagione dei movimenti che si nutrono della speranza e della devozione politica. Bertolucci ci dice che si andava a dormire sapendo che al mattino dopo ci si sarebbe svegliati nel futuro. E se ci pensate oggi sui muri appare spesso una scritta che io trovo fantastica, enigmatica e sapiente: “Il futuro non è più quello di una volta”. Provate a riflettere su questo, sulle varie implicazioni che ha sui nostri modi di convivere. Ma ciò, prosegue la mia congettura, è vero, cioè il fatto dell’interpretazione del ’68 come movimento collettivo in quanto avente implicazioni politiche, come terminus ad quem, non come terminus a quo, è vero per quanto attiene all’ambito, alla sfera dell’agire politico, mentre è falso se lo sguardo mette a fuoco lo spazio sociale e interpersonale dei modi di convivere del tempo. Ed è allora, io credo, che si annuncia la grande questione dei limiti della politica, del sistema politico, dell’agire politico, che è una eccellente risorsa perché una democrazia possa essere rinominata dopo la confutazione scettica di Giorgio.

Devo constatare per onestà intellettuale che la mia congettura non è molto popolare, ma è facile spiegare perché. In Italia, come in Germania e in parte in Giappone, ma non come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia, il repertorio delle ideologie politiche di salvezza è un capitale troppo significativo e influente per non generare processi di revival e forte ideologizzazione e distorsione dei movimenti, e da quella parte il sistema politico, percependo a fatica la natura delle nuove domande sociali, o adotta la tattica del muro di gomma, o insegue fuochi di devozione politica per ricostituire il suo decrescente capitale di fiducia e di legittimazione, o, nei casi più loschi, trama in forma latente per persistenti arcana imperii.

Dalla metà degli anni ’70, l’interrogazione che mira alla verità e alla veridicità di Gaber e Luporini mette a nudo e smaschera impietosamente con le virtù usuali della sincerità e dell’autenticità le trasformazioni e i mutamenti che investono il nostro paesaggio sociale. In una fase drammatica, piena come sempre di luci e di ombre, in cui l’operare delle istituzioni e del sistema politico estende la propria influenza pervasiva – alla faccia dei limiti della politica – recupera progressivamente terreno sulla società, in presenza di fazioni di dissenso, o di dissenso radicale e di lotta armata terroristica. E questa è grosso modo la questione del lungo ’68 italiano, come si usa chiamare, che mette a dura prova la democrazia, che incentiva il carattere consociativo del sistema politico sino alla lunga implosione – e qui ci sono le radici – fino all’inizio degli anni ’90 del sistema politico italiano.

E allora il giullare non può trattenersi, perché verrebbe meno a se stesso e alla propria coerenza, nel riabilitare il tema della dimensione personale, che è uno dei tre punti, della responsabilità individuale, della battaglia da fare nelle piccole cose, nella coerenza dei piccoli gesti quotidiani, in una parola nella cura di sé. Ed è allora che una frazione di seguaci e devoti si scandalizzano, “Gaber non è più dei nostri” ci si chiede. Notate “non è più dei nostri”, si esclude dalla cerchia della comune appartenenza. Potremmo dire laicamente per rispondere ai devoti dell’identità fossile oportet ut scandala eveniant, bisogna che accadano scandali. Perché la lezione di Gaber e Luporini è tenuta assieme da un filo di coerenza sottile ma tenace, e resta aperta la sempre di nuovo la questione del mondo da ritrovare, ma si deve dire la verità, la propria verità naturalmente. Ed ecco allora la critica irridente e severa sullo sfondo tragico della nostra storia della professione politica, “la politica fa male alla pelle” di “Io, se fossi dio”, ecco allora il bisogno irrefrenabile di rinominare le cose, di dire no, di rifiutare le etichette e le denominazioni assegnate e imposte da potenti, che siano potenti politici o potenti sociali, quali per dir così il mercato idealizzato.

Mi chiedo ora e vi chiedo: se l’accento è posto sulla priorità nella dimensione personale, liberata e emancipata dal dominio delle appartenenze politicamente assegnate, dobbiamo inesorabilmente rinunciare alla connessione con quell’appartenenza e quella voglia di fare insieme per ritrovare il mondo, quella per cui “libertà è partecipazione”, da cui sono partite queste mie osservazioni che avete sentito? Giorgio dice: “Oggi non esiste appartenenza a nulla. Ricordo anni in cui il senso collettivo era presente come istinto nelle persone” (5) e ancora “I nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo” (6). Questa potrebbe essere interpretata, e ci sono ragioni per questo, come la conclusione scettica, cioè la conclusione di un bilancio con perdite, non con profitti, che è anche un bilancio generazionale. È curioso, perché Gaber aggiunge “Riconoscere questo –  che i nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo – vuol dire che non è finito tutto”(6). È il contrario di quello che molti hanno detto, che riconoscere questo voleva dire che non c’era più nulla da fare che valesse la pena. Perché? Perché ammettere la propria sconfitta è indispensabile per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi slanci vitali. Sandro e io abbiamo una fiducia illimitata nelle potenziali risorse dell’individuo e questa potrebbe essere la nostra fede. Laica, naturalmente.” (7).

Così, posso concludere, il filo che connette il nostro convivere assieme, l’avventura personale delle nostre vite, e l’impegno civile per una democrazia accessibile a tutti, “vorrei cantare per tutti”, non è spezzato e in tempi difficili, aggiungo, è prezioso ed è l’origine della mia o della nostra gratitudine.

Solo un’ultima citazione come scudo protettivo, e ho voluto evitare qualsiasi accenno a quello che io sento per Giorgio, l’emozione, l’ho messo da parte.


‹‹Ma io ti voglio dire che non è mai finita

che tutto quel che accade fa parte della vita ››

Questo è vero nell’amore, ma anche in democrazia.

NOTE:

(1) Il filmato del monologo “La democrazia” ha preceduto l’intervento.

(2) W. Gatti, “Parlo in Grigio”, Il Sabato – 20/07/1991.

(3) Michele Serra, “Giorgio Gaber. La canzone a teatro”,  il Saggiatore, Milano 1982.

(4) C. Bernieri, “Non sparate sul cantautore”, Mazzotta editore, Torino 1978.

(5) L. Putti, “Giorgio Gaber: questa povera Italia in mano agli egoisti”, La Repubblica 8/11/1994.

(6) F. Poletti “Giorgio Gaber: I miei cattivi pensieri”, Specchio – n.271 – 21/04/2001.

(7) Milano, marzo 2002 – a cura di V. Pattavina, “Giorgio Gaber – La libertà non è star sopra un albero”, Einaudi, Torino 2002,

Posted in Articoli, Buttare lì Qualcosa | No Comments »

QUADRI E DISEGNI DI EUGENIO ALFANO (commentati dall’autore)

maggio 23rd, 2007 by Gian Luigi Ago

eugenio-alfano

Studente di Giurisprudenza all’Università di Firenze, è appassionato di poesia (conoscitore dell’opera di Pasolini) e dello studio della criminalità organizzata.

Nel 2006 ha realizzato,insieme a Gian Luigi Ago e Claudia Bellucci, la Lezione-spettacolo sul Teatro Canzone di G. Gaber e S. Luporini, progetto didattico presentato, tra l’altro, a Cosenza, Firenze e Milano. Nel 2007 ha realizzato un’intervista al poeta Gianni D’Elia (”Pasolini: morte italiana”).

Appassionato di arte, realizza lavori che coniugano un tratto pittorico preciso e dal sapore metafisico a temi concettuali legati alla realtà sociale e psicologica («Le capacità di concettualizzare i suoi disegni pur all’interno di una visione metafisica e di farli parlare del sociale», Gian Luigi Ago).

A novembre del 2007 realizza “Finestra sulla realtà”, recensito dal poeta Gianni D’Elia.

Un suo dipinto, Un uomo e una donna, viene utilizzato per la copertina dell’e-book “Diario” di G. Laguardia. E’ socio-attivista di Amnesty International.                   

http://notte-privata.blogspot.com


MORTE ITALIANA

morte-italiana-21

“Ma ho spiegato loro che

L’architettura non è giustizia”

(da Umiliato in catene di Sami Al Haj,

Poesie da Guantànamo, acd Marc Falkoff)

Un omaggio a uno dei poeti che più amo: Pier Paolo Pasolini. Morte italiana perché la morte di Pasolini in Italia ha portato alla morte della Giustizia innanzitutto, della politica e delle istituzioni in generale, dei mass media, degli italiani e quindi della cultura. E’ uno dei molti esempi di casi irrisolti in Italia, di misteri che a più di uno fa comodo che rimangano tali. Il mistero di questo delitto, infatti, è tutto racchiuso all’interno di “Petrolio” e delle parti mancanti del romanzo: “Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano” (G. D’Elia).

E’ l’altra faccia della medaglia-Giustizia, di quella parte della Giustizia che si rende complice di crimini e assassini.

Vuole essere quindi un omaggio anche a tutti coloro che sono vittime di questa “Giustizia-malata”.

Bisogna esporsi (questo insegna

Il povero Cristo inchiodato?),

la chiarezza del cuore è degna

di ogni scherno, di ogni peccato

di ogni più nuda passione…

(La crocifissione, da L’usignolo della chiesa cattolica, P.P. Pasolini)


FINESTRA SULLA REALTA’

finestra-sulla-realta

E’ abbastanza esplicito. Il titolo lo ha scelto Daniela. Si ricollega ad alcune poesie di D’Elia sul problema dell’ambiente e alla scoperta di una canzone bellissima di Bertoli, “Eppure soffia”.

Non manca la filosofia: il filosofo Hans Jonas, si fa banditore di un “minimalismo programmatico” che individua nella sopravvivenza dell’uomo, anziché nella perfezione, il suo obiettivo primario. Per questi non ha senso parlare di oltreuomo, esteta, o altro ancora, bisogna pensare alla sopravvivenza dell’uomo attraverso la cura e la salvaguardia della natura.

C’è un vaso con tre “fiori particolari”: un bicchiere di plastica accartocciato (inquinamento quotidiano umano), una lattina (conseguenze delle grandi industrie e multinazionali a livello ambientale) e la  “M” di McDonald (e questo mi sembra giusto commentarlo con le parole di Gianni D’Elia:

“ci stanno avvelenando, lentamente,

da decenni, per la fretta d’incassare,

produrre, distribuire, vendere, smerciare

ogni creatura vegetale e animale; bestie,

han fatto diventare cannibali gli erbivori,

dando loro da mangiare loro stessi;

le chiamano farine, ma son ceneri queste,

degli animali morti e sminuzzati,

che per mangiarsi si sono ammalati,

impazzendo di prioni nei

cervelli”

RECENSIONE DI GIANNI D’ELIA:

Finestra sulla realtà ricorda i “fiumi di carbone” del famoso Paesaggio di Baudelaire nei Quadri di Parigi, dei Fiori del male:
[…] E’ così dolce dalle nebbie veder poi come nasce nell’azzurro la stella, la lampada alla finestra, quei fiumi di carbone che salgono su in alto e il pallido incantesimo che la luna ci versa. […]
Un tramonto industriale e urbano, uno dei primi in poesia.

Ma ecco il tuo fiore mutante sul davanzale, che fiorisce l’artificiale sullo stelo, nel vaso con i simboli del detrito contemporaneo (carta, lattina, sigla dell’impero gastronomico omologato), contro i fumi di due ciminiere.

Mi attira la tua persiana scostata, un pò vangogghiana, nel suo verde-feritoia che lascia affiorare gli strati del mondo a salire: il grigio degli alveari umani, il marrone dei monti, il verde giallastro del cielo malato.

Le ombre dei vasi, col più piccolo che pare lo stecco d’alluminio di una antenna, dicono del tramonto della vita naturale.

Gianni D’Elia


LE SOLITUDINI

le_solitudini

Si chiama Le solitudini perchè vengono raffigurate tre diversi tipi  di solitudine, partendo dalla più personale, per poi continuare in senso antiorario, a quella diciamo più universale.

Come struttura è molto simile alle piazze italiane di De Chirico.

Dentro c’è un pò di tutto: Giorgio Gaber,  Rino Gaetano, Pink Floyd, Gianni D’Elia e la Scuola di Francoforte.

Si parte dalla solitudine PERSONALE rappresentata dal cane. Ho pensato soprattutto a Rino Gaetano (Mio fratello è figlio unico ed Escluso il cane) e Gaber (I soli).

Poi c’è la solitudine INTERPERSONALE, quella dei rapporti tra le persone. L’immagine sembra la copertina di Wish you were here dei Pink Floyd. Mi era venuta in mente una frase di Marcuse, tratta da L’uomo a una dimensione,  che parlava di “rapporti anonimi e impersonali”. Basta andare più a fondo per capire la mancanza di veridicità dei rapporti…è come una stretta di mano che non permette di vedere il fuoco che c’è dietro le spalle. Anche qui c’è un riferimento al nostro GG (“e poi vivere in due e capire che siamo tutti soli”).

Infine una solitudine IDEOLOGICA, POLITICA. In una delle sue poesie, D’Elia parla più o meno “di ideali che questo tempo ha reso nani”. Le bandiere rosse e nere rappresentano proprio la mancanza di ideologia: per quanto potessero avere aspetti negativi le ideologie simboleggiate da quelle bandiere, da quel colore… però c’erano, uno poteva “attaccarsi” a qualcosa. E’ quella mancanza di valori che è uno dei temi più frequenti nell’opera di D’Elia. Poi c’è la bandiera della Repubblica e quella si commenta da sola! Come non pensare ad Anni Affollati di Gaber (“Anni affollati di gente che ha pensato a tutto senza mai pensare a un Dio”).


UN UOMO E UNA DONNA

un_uomo_e_una_donna

Questo dipinto è tutto gaberiano. Mi venne in mente leggendo Questi assurdi spostamenti del cuore. Due furono le parti che mi piacquero molto: «E capire che le cose fondamentali sono poche, semplici. E imparare a vivere veramente cominciando da noi due:un uomo e una donna»; «All’universo non gliene importa niente dei popoli e delle nazioni. L’universo sa soltanto che senza due corpi e due pensieri differenti non c’è futuro»  (da Il Dio bambino). Questo pensiero venne espresso poi in molte canzoni. Il senso, il significato dell’amore in Gaber e Luporini  è stupendo è qualcosa che sfugge sia dal punto di vista formale alla rima cuore/amore, sia alla riduzione di tale sentimento alla banalità. E’ un lungo percorso (più di 30 anni) che parte da un’analisi realista (quale è sempre stata quella di Gaber e Luporini) dell’amore o meglio della crisi che coinvolge l’individuo e che inevitabilmente si rispecchia anche sulla coppia, sulla famiglia…sull’amore, che diventa abitudine, routine; per arrivare ad una bellissima canzone, Quando sarò capace di amare, all’interno della quale si parla di un amore «maturo, un amore come evento naturale, senza stranezze e svilimenti né sul piano fisico né su quello spirituale» (Andrea Pedrinelli), un amore come gesto naturale (“non come quando si ragiona ma come quando si respira”).

Però c’è qualcosa di più: considerato così l’Amore (“no, non dico l’amore che possiamo anche fare, ma l’Amore”, L’impotenza, G.G.)penso che non sia una contraddizione parlare anche di omosessualità e di PACS. Se amore è, è amore sia quello etero che quello omosessuale….un po’ come l’Etica: se una vera etica esiste, un’unica etica, questa non sarà né cattolica né laica, ma sarà più semplicemente Etica. E’ un periodo in cui in Italia si discute molto di “unioni civili”, PACS, ecc ecc. Però ci si ferma lì, alla discussione e a volte non si arriva neanche a quella. I signori parlamentari, e mi riferisco soprattutto a quelli divorziati, a quelli che hanno avuto due o tre mogli o peggio ancora qualche “scappatella parlamentare”, dovrebbero smetterla di tirare sempre in ballo la famiglia e cercare di guardare la questione da un’altra angolazione: dall’amore.


PACE

pace

Si sa che sono un pacifista sfegatato. Qualche anno fa andai alla presentazione di un libro del politologo Giovanni Sartori:”Mala tempora”. Criticò i pacifisti o come li definiva lui i “cecopacisti” o “pacifisti alla Gino Strada”. Intervenni…Quale migliore occasione per difendere la mia posizione? Iniziai a parlare di Kant, il quale nella “Pace perpetua” sosteneva che o si è pacifisti o non si è pacifisti; la pace è cosa diversa dal non interventismo o dal patto di non belligeranza, cercai di dimostrare con Kant che non esisteva una “pace alla Gino Strada”, una “pace senza se e senza ma”, ma esisteva una Pace e dei pacifisti. Penso che finché l’uomo penserà alla guerra come strumento, soluzione possibile, anche se solo come “ultima ratio”, staremo ancora a parlare di guerra e pace.


ARCO DELLA VITA

arco_della_vita

Doveva essere solo una bozza in carboncino per poi diventare una tela con colori ad olio, poi però mi è piaciuto così come era e quindi…niente colori.

Penso che il senso del disegno possa  riassumersi con alcuni versi di una di una canzone di Gaber e Luporini, Verso il terzo millennio: “che cosa c’è di vero/ nell’arco di una vita/ tra la culla e il cimitero“.

C’è un pò di Pascal anche: mi è sempre rimasto impresso un suo pensiero, che poi era la sua concezione dell’uomo: “l’uomo è una canna al vento, una canna pensante”.

Nel suo complesso il disegno può sembrare molto pessimistico, e lo è!, ma può essere visto anche da un’altra angolazione: è vero che la vita è questo piccolo “arco”, questo “filo” che congiunge il momento iniziale con quello finale, ma Gaber stesso ci dice: “ma io ti voglio dire/ che non è mai finita/ e tutto quel che accade/ fa parte della vita”.

Se consideriamo la vita come un “filo” per stendere il bucato, ecco allora che il bucato, ogni singolo calzino, pantalone, ecc, che può essere appeso, rappresenta un evento della vita.

Siamo noi quindi (e qui ritorna la ragione, il pensare della “canna-uomo”!) a fare la differenza, a decidere cosa mettere e cosa non mettere.


BASSA STAGIONE

bassa-stagione

Disegnato su un cartoncino con una matita in pochissimi minuti…un disegno “d’impeto”, dopo la visione di un’intervista televisiva a Bertinotti: notai una sostanziale differenza nelle sue dichiarazioni tra il prima e il dopo della formazione del governo Prodi…e pensai: «Ora anche lui ha ottenuto la sua “poltrona”…e chi lo smuove più!?».

Ero appena tornato dalla Sardegna e avevo trovato a casa di Daniela una vecchia biografia di Gramsci e vidi una foto che mi scosse molto: Antonio Gramsci fotografato a Torino…per la prima volta lo vidi per intero e non a mezzo busto.

Non sapevo nulla dei suoi problemi fisici, della sua malattia. Allora l’ammirazione per lui crebbe (e già ne avevo….avendo letto tra le altre cose alcuni brani sulla Questione meridionale), per quello che riuscì a fare nel suo breve “arco” di vita.

Il titolo è tratto da una raccolta poetica di Gianni D’Elia: una bellissima raccolta con la quale il poeta traccia un «bilancio esistenziale e politico.

E’ bassissima stagione per le vicende pubbliche, per gli ideali collettivi dispersi nella svendita o nella menzogna» (Bassa Stagione, Einaudi).

Nell’esprimere in segni grafici la politica italiana non si può non pensare a maschere e poltrone. L’immagine grande di Gramsci sembra quasi un poster appeso al muro del quale ognuno si vanta.

L’apostrofo de L’Unità sembra una lacrima e sembra quasi volesse dire…: “che fine ha fatto il mio giornale e il giornalismo in generale!”. Esprime quindi ciò che penso della politica italiana attuale e purtroppo non è una visione ottimistica.

Pensare a questa classe dirigente, pensare che poco meno di 40 anni fa erano in piazza a combattere quella classe politica, quel sistema sociale, quel sistema scolastico e addirittura quel sistema familiare….non può che farti star male quando si avvicina il periodo elettorale e sei chiamato in un collegio ad esprimere il tuo voto, a fare “un segno sul tuo segno” (Gaber e Luporini). Sì, ma quale segno?!


LA PAZZIA

ala_pazzia1

La tempesta in cui siamo ha il nostro nome

(Gianni D’Elia)

Prima pagina: “ancora morti sulla strada”. Seconda pagina: “violenza negli stadi”. Terza pagina: “diciottenne si butta dal V piano”. Quarta pagina: “ancora mistero sul delitto familiare”.

“Non un giornale – ho pensato – ma un cimitero in fogli!”. E’ come se a governare fosse la pazzia.

«Non ci rendiamo conto

Che siamo tutti in preda

Di un grande smarrimento

Di una follia suicida.

E sento che hai ragione se mi vieni a dire

Che anche i più normali

In mezzo ad una folla

Diventano bestiali

E questa specie di calma

Del nostro mondo civile

È solo un’apparenza

Solo un velo sottile».

(Verso il Terzo millennio, Gaber-Luporini)

La pazzia, che si esplica nella totale convivenza di elementi di serenità quasi quotidiana (una poltrona, una televisione, un tavolo e una sedia sono elementi tipici di un nido familiare) ed elementi di violenza e di morte (la strada, il coltello, il cappio, il pallone da calcio).

“Si parla molto della follia contemporanea, del suo correlarsi all’universo della macchina e al venire meno dei rapporti affettivi diretti tra gli uomini. Questa correlazione non è certo fittizia, e non è un caso se il mondo patologico assume così di frequente, ai nostri giorni, l’aspetto di un mondo in cui la razionalità meccanicistica esclude il persistere della spontaneità della vita affettiva” (da Malattia mentale e psicologia, di M. Foucault).

Mi colpirono molto le parole del poeta Gianni D’Elia: «Gli italiani sono maleducati sentimentalmente. Perché, l’analfabetismo sentimentale e quindi la violenza, da dove viene? Viene dal fatto che uno non scava dentro di sé, non conosce niente di se stesso e quindi giudica gli altri e il mondo sempre da fuori» (dall’intervista Pasolini: morte italiana). Manca proprio quel rapporto di sentimento, di “sentire” tra “L’io e gli altri” (dall’omonimo saggio di R. D. Laing). Mai come ora è venuta a mancare la “pietas umanistica”. Come si spiegherebbe allora il filmare la tragica morte di una sedicenne marocchina, investita da un autobus, da parte dei compagni di scuola?

Ed ecco allora il ruolo educativo della poesia e quindi del teatro, del teatro che «ci rinvia alla trascritta vita». Questo spiega il “mio” teatro senza un pannello una parete di fondo, senza uno sfondo ben delimitato, ma solo l’orizzonte, le montagne, il cielo, la realtà. L’occhio della poesia e del teatro sulla realtà.

«Se il reale è lingua orale,

e il cinema lo scrive,

che cos’è il teatro, padre?

«Eh, lingua orale della lingua orale

è il teatro, e come la lingua

scritta del cinema, ci rinvia alla

trascritta

vita, che di se stessa è lingua orale,

rende il teatro presente la fitta della vita,

che si dà nel parlare

parlare nel parlare e nel pensare…»


INSOMNIA o NOCHE PRIVADA

noche-privata1

a N y S

Che m hanno regalato

Un pezzettino

Del loro mondo

“De fierro,

de encorvados tirantes de enorme fierro, tiene que ser la noche,
para que no la revienten y la desfonden

Las muchas cosas que mos abarrotados ojos han visto,
las duras cosas que insoportablemente la pueblan.”

(J. L. Borges, Insomnia)


“Buio d’inferno e di notte privata”

(Dante, Purgatorio XVI, I)


“Ah, come solo in un lampo

Di mortaretto si placa,

se squarcia il Buio d’inferno

un incanto di notte privata”

(Gianni D’Elia, Notte privata)

Tutto tace, tutto è calmo, è pacato, sereno, ma è una calma apparente, ambigua. La frenesia del giorno si riversa immancabilmente nella notte,  gravata dall’onere di sorreggere le “dure cose che insopportabilmente la popolano”: i valori del mercato, che sostituiscono i vecchi valori del secolo passato, e religiosi, lontani ormai dal loro vero credo; le ciminiere industriali; la crescita “violenta” della città legata all’abusivismo edilizio (“forte petomane/scritta dal diavolo/in spregio solenne dell’umanità”, Molto lontano, Paolo Conte); le catene gastronomiche; le violenze private.

La notte come un  immenso vaso di pandora, pronto a trasbordare con il peso  dei mali  che ricadono sul mondo, che inghiottono tutto e tutti, le opere in generale e l’individuo in particolare, necessita di una forza maggiore che la aiuti a sorreggersi: due “encorvados tirantes”, metafora di un lavoro costante per la costruzione forse di un mondo migliore che parte necessariamente dall’io, dalla persona, per arrivare alla società.

Una notte vangogghiana dei nostri giorni , uno stile surreale caratterizza questo quadro dai toni pacati sfumati, interrotti dalla comparsa dei due tiranti, che  irrompono violentemente nella scena notturna, marcando il senso  della poesia di Borges (Insomnia, da L’altro, Lo Stesso), quindi con funzione di sostegno, di atlanti ferrei del moderno.

Daniela P.


Non manca certo un significato molto più intimistico (il più intimistico di tutti!), personale, autobiografico, legato proprio  ad un determinato periodo, ad una lunga-breve notte privata.


SCACCO MATTO

scacco-matto2

“Andatelo a dire

ai caduti di ieri

che il loro morire

fu come le nevi”

(Gianni D’Elia)

“Ed io, Antonius Block, sto giocando a scacchi con la morte.”

(da IL SETTIMO SIGILLO, Bergman)

“Possiamo sempre fare qualcosa”

(G. Falcone)

E’ un omaggio a Giovanni Falcone e a chi, come lui, ha perso la vita per giocare questa bergmaniana partita degli scacchi bianchi contro quelli neri, dell’”Eroe” contro la Morte, dell’antimafia contro la mafia. E’ un omaggio a chi si batte, ancora, ogni giorno per difendere valori di giustizia, a chi ha scelto come motto di vita, uno degli insegnamento di Giovanni Falcone:  “Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo”.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a difendere”(G. F.).

Infatti, ad un certo punto, si arriva ad una “zona grigia” dai contorni sfumati, dove l’antimafia compenetra nella mafia stessa, come pedine “mangiate”. Ciò che rimane è solo la festività delle inaugurazioni agli anniversari e gli “omaggi” materiali dello Stato (un ulivo, una statua), metafora della solitudine di quella parte della Giustizia non corrotta.


PAURA

paura

HTML clipboard

“la tierra es una fruta negra que el cielo muerde”
(Tengo miedo, da Crepusculario, di P. Neruda
)

Ho paura. La sera è grigia e la tristezza

del cielo si apre come la bocca di un morto.

Il mio cuore ha un pianto di principessa

dimenticata nel fondo di un palazzo deserto.

Ho paura. E mi sento così stanco e piccolo

che rifletto la sera senza meditare su lei.

(Nella mia testa malata non deve entrare un sogno

così come nel cielo non è entrata una stella).

Tuttavia nei miei occhi una domanda esiste

e c’è un grido nella mia bocca che la mia bocca non grida.

Non v’è orecchio nella terra che oda il mio lamento triste

abbandonato in mezzo alla terra infinita!

L’universo muore d’una calma agonia

senza la festa del sole o il crepuscolo verde.

Agonizza Saturno come una pena mia,

la terra è un frutto nero che il cielo morde.

Per la vastità del vuoto vanno cieche

le nubi della sera, come barche perdute

che nascondessero stelle spezzate nelle loro stive.

E la morte del mondo cade sulla mia vita.

(Paura, da Crepuscolario, di Pablo Neruda)

“Non è lo stesso terrore che suscita il toro iracondo, il pugnale che minaccia, o l’acqua che s’inghiotte. E’ un terrore cosmico, un’istantanea insicurezza, l’universo che crolla e si dissolve. E intanto, la terra risuona d’un sordo tuono, con una voce che nessuno le conosceva.”

(da Confesso che ho vissuto, di P. Neruda)


FONTANA CHIARA

fontana-chiara

«…

y en la fontana dulce de mi sueño

se reflejó otra fuente estremecida».

(P. NERUDA, El padre, da Crepusulario)


“Fontana chiara” deve il suo nome all’omonima canzone del cantautore calabrese Rino Gaetano, le cui uniche parole sono “Fontana chiara, un poco dolce un poco amara”. Pochissime parole, quasi una poesia ermetica, per esprimere, allo stesso tempo, le bellezze e le contraddizioni del Meridione.

Infatti l’oggetto del dipinto è proprio il Sud, richiamato metaforicamente attraverso una fontana, dalla quale scaturisce, seppur a piccole gocce, un’acqua fresca, limpida, pulita, «A no è aga pì fres-cia che tal me paìs» (Dedica, da La Meglio Gioventù, P.P. Pasolini). Esprime l’immagine e il simbolo delle bellezze paesaggistiche del Sud, ma anche la sua vitalità, l’accoglienza e la voglia di vivere insita nelle sue popolazioni, ricche di culture e di tradizioni, che si riflettono in maniera esemplare in una “fontana”, la quale pare offrire «un sorso di vita ad ogni vita,/che in sé grata l’accoglie» (Fontanella, da Ultime Cose, U.Saba).

Lo sgorgare dell’acqua non dal canale d’uscita ma lateralmente, e in eccesso rispetto a quella contenuta nel secchio, manifesta una critica esplicita alle contraddizioni presenti nel Meridione, sia a livello politico che socio-culturale, un’amara constatazione pasoliniana:


Fontana di aga di un paìs no me.

A no è aga pì vecia che ta chel paìs.

Fontana di amòur par nissùn.

(Dedica, da La Nuova Gioventù)

Ed ecco che anche la goccia d’ acqua che cade all’interno del secchio, acquista allora un valore simbolico: rappresenta tutte quelle persone che cercano di opporsi ad un determinato sistema, politico e sociale, tutte quelle persone che si battono, lottano, affinché la loro terra non sia governata da una mentalità e una classe dirigenziale “mafiosa”.


INTERPRETAZIONE EVOLUTIVA ART.1 COST.

interpretaz-art-1-cost

A P e M,

che lavorano

E le chiamano morti bianche,

ma non dovrebbero chiamarle

piuttosto, morti tante, tante, tante…

(La ballata dell’invalido, di Gianni D’Elia)


“L’Italia è una Repubblica democratica,

fondata sul lavoro”

(art.1 Cost)


La Repubblica italiana fonda le proprie radici sul lavoro, in primis sul diritto al lavoro e quindi su tutta una serie di diritti (alla sicurezza, alla pensione, alla salute…).

Uno Stato che ha una media di 3,5 morti sui posti di lavoro al giorno, viene meno al proprio fondamento, al proprio pilastro, alla propria natura democratica. Ecco allora la mia interpretazione evolutiva dell’articolo 1 della Costituzione: la personificazione scultorea della Repubblica che stringe tra le mani la Costituzione, una Repubblica rivolta al lavoro, che si fonda sul lavoro, ma che è sorda e non riesce a garantirne i diritti fondamentali. Per tale motivo volta le sue spalle a una lapide, simbolo delle numerose morti bianche, su cui il candido giglio dell’innocenza rimane solo, sfiorito, sgualcito a rappresentare quelle voci inascoltate, quei pianti e quella rabbia di coloro che rimangono, di coloro che hanno perduto i propri cari, e che nessuno e niente potrà ripagare.

Sullo sfondo, sono raffigurati gli elementi essenziali del lavoro: una fabbrica e altri edifici industriali, espressione dei gravi danni alla salute cui possono essere esposti gli operai nel tempo; un edificio in costruzione con una scala (l’idea principale era una impalcatura, ma poi ho pensato alla scala perché rappresenta maggiormente il livello di insicurezza sui posti di lavoro). Infine, in secondo piano un treno, lavoro molto ambito soprattutto in passato, ma espressione anche di quel fenomeno che è l’emigrazione, tema a me molto caro, essendo figlio di emigranti ed emigrante io stesso!


Gianni D’Elia

Ballata dell’invalido


E li chiamano incidenti sul lavoro,

ma non li dovrebbero chiamare

piuttosto, incidenti sul capitale?…


Meno soldi e meno diritti,

questa è la danza che s’ha da danzare,

il ballo del lavoro col capitale!…


E le chiamano morti bianche,

ma non dovrebbero chiamarle

piuttosto, morti tante, tante, tante…


Tante morti sui luoghi del capitale:

cantiere, sterro, officina,

sui ponteggi, al tornio, sotto terra,


questo ballo del lavoro è una guerra!…

Morti e feriti, ogni giorno, e via!…

Questo è il ballo italiano e globale..


Meno soldi e meno diritti, mafia,

questa è la danza illegale,

il ballo del lavoro col capitale!…


Chi non ci lascia la pelle,

ci lascia qualcos’altro,

Ogni parte del corpo è buona!…


Buona la faccia, buona la mano,

buono il braccio, l’occhio, il moto umano!…

La vita rubata qui si assapora…

“E quindi uscimmo a riveder le stelle.”…

Sì, ora ho tutto il tempo per la poesia,

ma sulla mia sedia a rotelle!…


E li chiamano incidenti sul lavoro,

ma non li dovrebbero chiamare

piuttosto, incidenti sul capitale?…


IL BACIO

il_bacio


Posted in Buttare lì Qualcosa, Quadri e Disegni | No Comments »

TESTI

gennaio 1st, 2007 by Gian Luigi Ago

Album “Parole sante” di Ascanio Celestini (2007)

Ci stanno due palazzi.

Uno è il centro commerciale con la sua bella insegna, il tetto iperbolico e le vetrate lucide che lo fanno sembrare un autogrill da superstrada per Marte. L’altro, un parallelepipedo dritto pensato da qualche geometra con le coliche è il call center. Uno è fatto per essere guardato e infatti lo vedono tutti. L’altro è invisibile un po’ perché non fa piacere vederlo, un po’ perché il gemello sgargiante che gli sta accanto si prende tutta l’attenzione. Però si fa sentire. Ci parli al telefono quando ti chiama a casa per venderti un aspirapolvere o un nuovo piano tariffario. Ci parli quando chiami il numero verde scritto sull’etichetta di una bevanda gassata o un assorbente interno. Accanto ai gemelli di cemento armato ci passa la strada e intorno ci sta la borgata. Affianco alla borgata ci sta la città, o forse è il contrario. E in mezzo ci si muove il popolo.

Il popolo che è un bambino.

Si arrabbia per le ingiustizie, si commuove davanti al dolore, si illude e si innamora. Poi spenge la televisione e va a dormire sereno. Il popolo lavora, guadagna e spende. L’hanno convinto che l’economia funziona così. Bisogna far girare la ruota. Ma poi tra i neon del centro commerciale e i telefoni del call center qualcuno smette di girare. Forse è solo il bruco che esce dal buco, il cadavere che prova a resuscitarsi da solo. Forse è il ladro e si rende conto che non basta rubare ai ladri per pareggiare i conti. E infatti è un collettivo di lavoratori, ma è anche un pezzo di popolo. Christian dice “abbiamo incominciato perché non avevamo niente da perdere”. Maurizio dice “quel posto è come il Titanic. Il transatlantico affonda e i passeggeri fanno finta di niente. Ma noi non affonderemo cantando”.

Parole sante!

La rivoluzione

Visto e considerato che non ne potevano più della loro malasorte

incominciarono ad aggirarsi come s’aggirò quel famoso spettro per l’Europa

tutti evidentemente erano dei disgraziati

ma ciascuno lo era in maniera differente

perché la disgrazia colpisce i miseri, ma con incredibile fantasia nella sorte.

Infatti c’era quello che aveva perso la casa

Insieme a quello che più semplicemente aveva perso le chiavi di casa,

c’era quello che aveva perso la memoria

e mò non si ricordava manco più che cos’è che si era perso

c’era quello che aveva perso la ragione

e insieme alla ragione aveva perso anche il torto

e infine c’era quello che aveva perso tempo

e mò non c’aveva più tanto tempo da perdere

e difatti fu lui che disse: “Attenzione

Tra cinque minuti comincia la rivoluzione!”

nel mentre che s’aggiravano

come s’aggira quel famoso spettro per l’Europa,

si trovarono a passare sotto le finestre di quelli che una volta dicevano Avanti Popolo

e dicevano Avanti Popolo perché mandavano sempre davanti il popolo

e loro rimanevano indietro, magari d’un passo magari d’un metro

perché loro ad andare davanti gli veniva da ridere.

e con le lacrime agli occhi e la morte nel cuore

videro lo scompiglio nelle forze dell’ordine

che mò non erano più né tanto forti né tantomeno ordinate

infatti erano scappati via i generali, tenenti, sottotenenti, nullatenenti,

perfino i Pompieri di Viggiù da qualche minuto non c’erano più

erano velocemente scomparsi i gagliardi soldati

che ringhiavano mostravano i denti

per strada c’era soltanto qualche brigadiere in pensione che mostrava la dentiera

ma è risaputo che anche i militari sdentati capiscono bene ne come va la situazione

e si dicono sottovoce

“Tra cinque minuti comincia la rivoluzione”

Il capo dei capi della polizia e di tutti quanti gli eserciti riuniti

stava guardando in televisione

un programma sui gamberi in salsa rosa

quando ci fu una spiacevole interruzione

il giornalista autorizzato dalla redazione disse che il quiz del sabato sera,

il tirassegno sul negro che passa la frontiera,

il telegiornale di Paperino,

il Grande Fratello con suo cugino

e le olimpiadi di mazza fionda non sarebbero più andati in onda

disse “ è saltata è la programmazione

Perché tra cinque minuti comincia la rivoluzione!”

Cosi il capo dei capi della polizia e di tutti quanti gli eserciti riuniti

per la prima volta durante la sua lunga carriera

si sentì di essere la persona sbagliata nel posto peggiore,

lui che per tutta la vita era sempre stato cosi tanto sicuro di sé,

che le parole gli stavano in bocca come famosi quadri dentro ad un museo,

adesso invece si vergognava che in una giornata cosi piena di sole

sporcasse il muro con la sua ombra.

quelli che s’aggiravano come lo spettro si aggira per l’Europa

si fermarono in silenzio poi incominciarono a fare il conto all’incontrario

come la notte di capodanno

e dissero meno 5, 4, 3, 2, 1

con un po’ di emozione

gentili signori comincia la rivoluzione!

Il popolo è un bambino_1

Il popolo è un bambino.

Non ci capisce niente di politica.

Se tu gli parli di rivoluzione e lo fai seriamente finisce che il popolo la fa per davvero la rivoluzione.

Allora bisogna fare come ha fatto il partito comunista.

La rivoluzione gliel’ha fatta vedere da lontano al popolo come una ballerina della televisione.

Il popolo è un bambino e gli piace guardare le ballerine.

I maschietti si guardano la televisione perché gli piace il culo delle ballerine.

E le femminucce si guardano la televisione perché vorrebbero averci il culo come quello delle ballerine che piacciono tanto ai maschietti.

Tutti guardano il culo in Tv.

Ma sia le femminucce che i maschietti sanno che la televisione è un elettrodomestico.

Che quel culo esiste solo là dentro.

Si guardano intorno e la realtà è che si ritrovano sul divanetto del loro appartamento senza culi e senza balletti.

Ma sono contenti lo stesso. Sono contenti perché tutte le volte che ri-accenderanno il televisore ci avranno un culo in diretta pronto per essere guardato.

E non importa che sia finto come la favola di cenerentola.

Importa solo che dopo il culo in diretta si vada a letto sereni.

AI popolo gli piace la rivoluzione, ma gliela devi mostrare come il culo delle ballerine.

Come una cosa bella e impossibile.

Gliela devi raccontare come una favola.

Il mondo dei bruchi

Nel mondo dei leoni viviamo da padroni

nella savana

che è vasta, è pianura,

è quasi padana

se vedo la preda

l’acchiappo e l’ammazzo

me ne mangio un pezzo

il resto lo porto

dentro alla tana

nel mondo dei leoni viviamo da padroni

nel mondo dei bruchi

invece nel mondo dei bruchi viviamo nei buchi

nel mondo dei pesci stai bene e non esci

tu pensi a nuotare nell’acqua del mare

lì fuori c’è gente

non te ne frega niente

perché là di fuori

son solo dolori

nel mondo dei pesci stai bene e non esci

nel mondo dei bruchi

invece nel mondo dei bruchi viviamo nei buchi

nel mondo dei gatti ti stiri e ti gratti

arriva il padrone

fai il gatto sornione

e trovi una scusa

per fargli le fusa

fai tutta una scena e lui porta la cena

e quando è distratto gli rubi anche il letto

nel mondo dei gatti ti stiri e ti gratti

nel mondo dei bruchi

invece nel mondo dei bruchi viviamo nei buchi

nel mondo del bruco

arriva quel giorno

che esco dal buco

che mi guardo attorno

il cielo stellato

il buio l’immenso

davanti al creato

ma poi ci ripenso

ripenso ai pesci, stai bene e non esci

e ripenso ai gatti, ti stiri e ti gratti

ripenso ai leoni che sono i padroni

e penso e ripenso

che io sono il bruco

e torno nel buco

perché nel mondo dei bruchi

nel mondo dei bruchi viviamo nei buchi

Cadaveri vivi

C’è stato un tempo in cui

noi eravamo cadaveri vivi

c’è stato un tempo in cui

vivevamo nei cimiteri al fosforo

camposanti di lusso

con connessione veloce alla rete

c’è stato un tempo in cui

frequentavamo solo funerali

dietro alle bare degli eroi morti in guerra

pomiciavamo con le veline

c’è stato un tempo in cui

il tempo non era né bello né brutto

c’è stato un tempo in cui

tutto era lutto

ma poi c’è stato il tempo in cui

noi siamo risorti

dal nostro ossario di ossi di seppia

dove eravamo pasto per gli uccelli

e pure i pigri e i distratti ci hanno visto a noi

noi siamo i froci, siamo gli ebrei, palestinesi dell’intifada

siamo i barboni lungo la strada, siamo le zecche comuniste

noi siamo anarchici, noi siamo spastici, noi siamo quelli col cesso a parte

noi siamo brutti, sporchi ma buoni, che detto in sintesi significa coglioni

noi siamo i negri, meridionali,

siamo gli autonomi dei centri sociali

siamo l’elogio della pazzia

siamo un errore di ortografia

noi siamo i punti dopo le virgole

siamo drogati, zingari e zoccole

c’è stato un tempo in cui

noi eravamo cadaveri vivi

c’è stato un tempo in cui

noi correvamo sempre

restare fermi era vietato

persino i sassi erano in divieto di sosta

sua santità Babbo Natale

era ancora vestito di bianco e di rosso

c’è stato un tempo in cui

c’aveva renne di lusso

ai padroni portava regali

ai servi carbone

ma poi c’è stato il tempo in cui noi siamo risorti

dall’happy hour del megaraduno delle indulgenze

e i vampiri del sangue del santo ci hanno visto a noi

noi siamo i froci…

c’è stato un tempo in cui

noi eravamo cadaveri vivi

e la camorra e la mafia

erano il meglio del made in italy

avevano ottenuto dal ministero

una certificazione di qualità

criminalità organizzata

però d’origine controllata

c’è stato un tempo in cui

noi eravamo picciotti

ma poi è arrivato il tempo in cui noi siamo risorti

dalla tranquillità del mare dove eravamo rugginosi relitti

e pure i tristi giornalisti fascisti ci hanno visto a noi

noi siamo i froci…

Il popolo è un bambino_2

Il popolo è un bambino.

Vuole sempre avere ragione.

Allora chi governa il popolo gli deve dire che “gli altri c’hanno sempre torto.

Gli altri sono atei miscredenti, pervertiti omosessuali, zozzi meridionali, negri puzzolenti…eccetera.

..insomma: relativisti”.

Allora il popolo è contento.

Perché il popola è un bambino e come tutti i bambini gli piace giocare.

Nei giochi dei bambini c’è sempre uno che vince e un altro che perde.

Per questo che al popolo gli piace tanto il calcio.

Il popolo lo sa che il calcio vero non è quello dei campetti, delle partitelle.

Il popolo lo sa che al calcio vero non ci può giocare.

Che il vero calcio se lo può soltanto guardare in televisione.

Allora il popolo si mette seduto e guarda.

Il popolo strilla, si agita, si stanca come un bambino.

E quando arriva la sera si addormenta subito. È buono buono il popolo, è una pecorella.

Il popolo lo sa che la vita è come una partita di calcio in televisione, come la finale dei mondiali: tutto il mondo la guarda, ma poi la palla se la giocano solo due squadre.

Bello il calcio! Bella la vita!

Solo pochi se la godono, ma tutti gli altri possono fare il tifo.

Poveri partigiani

Poveri partigiani

portati in processione

nei telegiornali

alla televisione

sopravvissuti un tempo

alle fosse comuni

ma seppelliti in questo tempo

dall’informazione.

Sfilano il 25 aprile

con le medaglie appese alle bandiere

accanto alle mogli dei sottosegretari

appena uscite dal parrucchiere.

dicono a mezza voce

“viva la costituzione

ma adesso è tardi, mi chiude la posta, devo prendere la pensione”

Poveri deportati

che mostrano la matricola alle telecamere

tra una pubblicità e l’altra,

il tetro tatuaggio.

Questo sterminio

vi è gentilmente offerto

da una bibita gassata

e da un famoso formaggio.

Poveri nomi e cognomi

dei caduti di tutte le guerre

che stanno sempre sulla bocca

degli onorevoli politici.

Con tutti quei morti in bocca

avranno sicuramente un alito pesante.

La loro lingua e’ un camposanto

dove resuscitano ogni tanto.

Poveri morti di Nassirya

che forse ci credevano davvero

chi muore muore con onore

chi sopravvive vive nel dolore.

Povero Nicola Calipari

che gli hanno pure intitolato un’isola pedonale

sarà contenta la moglie che ha sposato

una zona a traffico limitato.

Poveri parenti degli eroi,

che almeno per un giorno

sono stati eroi anche loro

nei funerali in mondovisione

ma appena il giorno dopo,

erano morti anche loro

erano morti

che ricordavano altri morti.

Ma voi:

Ricordate i morti ma ricordateli vivi!

Ricordate i morti ma ricordateli vivi!

Ricordate i morti ma ricordateli vivi!

Ricordate i morti ma ricordateli vivi!

Ricordate i morti ma ricordateli vivi!

Noi siamo gli asini

Noi siamo una testa senza giudizio

Siamo una scimmia senza cervello

Siamo la fine senza l’inizio

Siamo il becco, ma senza l’uccello

Siamo una guerra senza armistizio

Siamo la falce senza il martello

Siamo la chiave senza la porta

Siamo una bella natura morta

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio

Siamo buffoni siamo pagliacci

Siamo vestiti di pezze e di stracci

Siamo pagliacci siamo buffoni

Col cazzo fuori dai pantaloni

Facciamo ridere tutta la gente

Ci abbiamo in bocca soltanto un dente

Ma se facciamo troppo casino

Ci attacchiamo subito alla corrente

Noi ci mangiamo la terra e i sassi

Nel giardino a angolo retto

Inciampiamo sui nostri passi

Quando fa buio torniamo a letto

Per fare in fretta la nostra cena

Per non avere troppi pensieri

Ce la servono in endovena

Le suore, i medici e gli infermieri

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio

Per chi ha bisogno di santi e di eroi

Chi cerca un briciolo di poesia

Venga pure a guardare noi

Che sfiliamo lungo la via

Ci guarderete con interesse

Come uno squalo dentro a una vasca

L’ultimo mulo che tira il calesse

La stella cadente che adesso casca

Ci alterniamo coi nani e le zoccole

L’orso che tiene sul naso una palla

Il leone che mangia le vongole

La scimmietta sopra la spalla

Noi siamo quelli pieni di caccole

Che con il moccolo fanno la bolla

Pure se siamo poveri cristi

Facciamo coppia col bue nella stalla

Perchè siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio

Però ce l’abbiamo una folle idea

Che forse forse vi sembrerà strana

Cacare sui vostri mobili Ikea

Sui vestitini di Dolce e Gabbana

Sugli onorevoli sempre corrotti

Che non finiscono mai in galera

Sulla gobba di Andreotti

Sui telequiz del sabato sera

Sulle preghiere dei bigotti

Sulla triste camicia nera

Sulle combriccole dei salotti

Sulla retorica della bandiera

Noi siamo storpi, noi siamo brutti

Siamo discarica, siamo il vizio

Noi siamo l’odio contro voi tutti

Siamo vecchi pure per l’ospizio

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio

Voi perdonate se troppo sgarbata

Ci venne fuori questa canzone

Ma per trovare la rima baciata

Ci lavorò tutto il padiglione

Il padiglione che verso quell’ora

Si deve bere la camomilla

Che ce la porta la vecchia suora

Prima di chiuderci nella stalla

Noi siamo gli asini

Noi siamo i matti del manicomio

Noi siamo gli asini

Noi siamo i mani del matticomio

La casa del ladro

Così entro di nascosto come un ladro nella casa del ladro

Mi guardo intorno nella casa del ladro è tutto rubato

Pure l’aria che adesso respiro con il fiato corto

è frutto di un furto.

Quando un ladro trova un ladro dentro casa non è mica contento

E difatti quel ladro mi vede e mi dice: “stai attento”

lui mi dice: “guardami bene, io non sono ladro soltanto,

io sono il padrone.”

Non sappia l’occhio destro

quel che guarda il sinistro

taccia la bocca memore di quel che ha visto

che io mi muovo adesso

prima che sia mattino

nessuno spia il mio passo sotto il cielo turchino.

Ma io dico che suonare un sonaglio davanti a un serpente

io dico che pure il serpente, pure quello, si pente

e capisce che sputare veleno per tutta una vita

non gli è servito a niente.

Ma il padrone è una cosa diversa, è uno strano serpente

il padrone è una cosa diversa, è una bestia curiosa

lui comincia succhiando il latte da quando è bambino

ma poi succhia ogni cosa.

Non sappia l’occhio destro…

E difatti alla fine il padrone è una specie di ladro

solo che quando ruba il padrone non è mica reato

e anche quando che viene arrestato il suo alibi regge

perchè lui è la Legge.

Così entro di nascosto come un ladro nella casa del ladro

E quel ladro mi dice che lui non è un ladro soltanto

“Ma neanch’io sono un ladro” gli dico e così mi avvicino

“Io sono un assassino”

E così sotto il cielo turchino c’è un padrone di meno.

Non sappia l’occhio destro…

Il popolo è un bambino_3

Il popolo è un bambino.

Se gli rubi le caramelle il bambino si arrabbia.

Ma se gliele metti in vetrina quello se le compra subito.

Allora tu che sei più furbo del popolo gliele fai pagare il doppio di quello che valgono.

Così per ogni caramella che si compra una gliela vendi e un’altra gliela rubi.

Se metti le mani in tasca al popolo sei un ladro,

ma se è il popolo che si viene a svuotare le tasche da te è solo una legge di mercato.

Il popolo è un bambino, gli piace comprare le caramelle.

Poi magari se le porta a casa e manco se le mangia.

Magari le butta al secchio, magari.

Perché ai bambini gli piace comprare comprare comprare.

Allora tu che sei più adulto del popolo gli vendi tutto.

Il popolo vuole mangiare? E tu gli vendi le porcherie fino a farlo scoppiare.

Il popolo vuole le canzonette? E tu gli vendi qualche chilo di ritornelli da canticchiare sotto la doccia.

Il popolo vuole gli ideali? E tu gli vendi anche quelli.

Poi magari li porta a casa e non ci crede più.

Magari li butta al secchio.

Meglio! Meglio…

Così torna subito al supermercato a comprarsi le caramelle.

La morte del disertore

Se io fossi morto io non potrei

fermarmi al semaforo rosso

se fosse verde non ripartirei

direi “sono morto, mi dispiace, non posso”

se io fossi morto io non potrei

pagare il conto al ristorante

se io fossi morto io non potrei

vestirmi sudicio vestirmi elegante

se io fossi morto io non potrei

essere un gentile cliente

se io fossi morto non sarei molto

se io fossi morto non sarei niente

se io fossi morto io non potrei

restare in bilico e poi cadere

se io fossi morto io non starei

seduto comodo sul mio sedere

soffiarmi il naso in mezzo alla faccia

a grattarmi i diti in fondo alle braccia

se io fossi morto io non potrei

seguire le masse

pagare le tasse

se io fossi morto io non sarei

un elettore un contribuente

se io fossi morto non sarei molto

se io fossi morto non sarei niente

se fossi morto io non potrei

piangere sul latte versato

se fossi morto io non potrei

sputare nel piatto in cui ho mangiato

se fossi morto io non potrei

guardare in bocca al caval donato

se fossi morto io non potrei

veder piovere sul bagnato

se fossi morto io non potrei

sapere che buon sangue non mente

se io fossi morto non sarei molto

se io fossi morto non sarei niente

se fossi morto io non potrei

alimentare le mie illusioni

se fossi morto io non vedrei

i morti accatastati come mattoni

e benedetti a reti unificate

dai loro stessi assassini

il cuore stitico spesso produce

una diarrea di parole

se io fossi morto per fargli torto

io puzzerei in modo irriverente

se io fossi morto non sarei molto

se io fossi morto non sarei niente

se fossi morto io non potrei

scegliere dove farmi seppellire

preferirei lassù in montagna

sotto l’ombra del famoso fiore

e tutti quelli che passeranno

e diranno oggi è morto un disertore

che non si dica che sono crepato

per dio, la patria o la ragion di stato

io morirei più semplicemente

come un pacifico nullafacente

e poi da morto non sarei più molto

e poi da morto non sarei più niente

pure noi giocavamo alla guerra

pure noi con le frecce e con l’arco

pure noi strillavamo “t’ammazzo!”

Però noi morivamo per scherzo

L’amore stupisce

L’amore no non è possibile

nel mondo fragile dei fiori

quando finisce il giorno

ti dice “ritorno”,

ma tu resti fuori

l’amore no non è possibile

nel mondo fragile dei fiori

il petalo appassisce

il profumo svanisce

l’amor se ne va

perché l’amore stupisce

tu non capisci e lui ti colpisce

perché l’amore inquina

è come una multi-nazionale in Cina

perché l’amore è un segreto,

ma io non ve lo dirò.

Perché l’amore è un segreto

ed essendo un segreto io no lo so.

L’amore no non è possibile

nel mondo critico dei liquidi

per stare un poco insieme

per fare una famiglia

ci vuole la bottiglia

l’amore no non è possibile

nel mondo critico dei liquidi

il sole è una dannazione

con l’evaporazione

l’amore se ne va

perché l’amore stupisce…

l’amore no non è possibile

nell’universo della fogna

c’ho tutti i miei parenti

in mezzo agli escrementi

il più pulito c’ha la rogna

l’amore no non è possibile

nell’universo della fogna

pure il più bello di natura

fa schifo e fa paura

l’amore se ne va

perché l’amore stupisce…

forse l’amor, forse è possibile

tra innamorati cardiopatici

un bacio sulla bocca

il cuore scoppia

l’amore resta eterno

la vita se ne va

perché l’amore stupisce…

Parole sante

Verrà quel giorno

il giorno è venuto

che ricorderemo

i precari del lavoro

come alla Liberazione

con i fiori e le bandiere

i caduti della guerra

nel conflitto mondiale

Maurizio: non riconfermato

Mara: non firma la conciliazione

Alessandra: non firma la conciliazione

Christian: non firma la conciliazione

Valerio: licenziato

Cecilia: non riconfermata, con invalidità ancora non riconosciuta

Emanuela: non riconfermata

Andrea: rinuncia dopo essere finito in ospedale

Jimmy: non riconfermato

Salvatore: licenziato

tutti gli altri: stoppati, licenziati, non riassunti

ave ave ave ave

avevamo versato il sangue

per una Repubblica fondata sul lavoro

lode lode lode lode

lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti

per un piatto di lenticchie

verrà quel giorno

il giorno è venuto

che le parole

usciranno dai denti

e ricorderemo

i giorni delle barricate

come in quinta elementare

le date del Risorgimento

2005

Marzo: prima assemblea spontanea e nascita del collettivo PrecariAtesia.

Maggio: primo sciopero con adesione del 90%.

Luglio: licenziamento di 4 lavoratori

Pochi giorni dopo: presentazione dell’esposto all’ufficio provinciale del lavoro.

2006

Maggio: non riassunti 400 lavoratori.

Agosto: l’ispezione dice che i precari devono essere tutti assunti.

Autunno: articolo 178 della finanziaria e condono per le aziende.

2007

Inverno: il collettivo non accetta di firmare la conciliazione.

Tutti costretti a uscire, a rinunciare al lavoro

in estate arrivano gli avvisi di garanzia per i membri del Collettivo.

ave ave ave ave…

Verrà quel giorno

il giorno è venuto

che siamo stati

tutti quanti licenziati

non abbiamo mangiato

questo piatto di lenticchie

non siamo mica il Titanic

non affonderemo cantando

Parole Sante! Parole Sante! Parole Sante!

ave ave ave ave…..

Il popolo è un bambino_4

Il popolo è un bambino.

Fa tante domande e tu non gli

puoi dire la verità

sennò quello ti mette in difficoltà.

Per esempio io c’ho un figlio, si chiama Robertino Casoria, è il peggiore della classe.

Mi ha detto “papà cosa sono i terroristi?”

lo gli ho voluto dire la verità, gli ho detto: “Ti ricordi quando eri bambino? A Natale ti ho detto che sarebbe arrivato Babbo Natale.

Tu eri un bambino intelligente o non ci hai creduto.

Ma poi la notte io sono andato a mettere i regali sotto l’albero e la mattina appresso quando li hai visti hai incominciato a credere che li aveva portati Babbo Natale. Hai pensato che se c’è il regalo significava che c’è anche il barbone che lo porta con le slitte, con le renne.

E invece ero sempre io.

E i terroristi sono la stessa cosa. Qualcuno ti dice che ci sono i terroristi e tu non ci credi.

Poi scoppia ‘na bomba, crollano un paio di grattacieli

e tutti pensano che se c’è l’attentato significa che ci stanno anche i terroristi che l’hanno fatto…

ma è tutta una bugia, è sempre papà che zitto zitto di notte fa scoppiare le bombe e poi da’ la colpa ai terroristi” .

E mio figlio mi fa:

“l’amico mio Pancotti Maurizio – ché Robertino frequenta

un bambino ciccione che è insopportabile e secondo me è pure un po’ deficiente – m’ha detto “­Pancotti Maurizio dice che questa cosa si chiama strategia della tensione!”

Allora io gli ho risposto “l’amico tuo Pancotti Maurizio è comunista!

E lo sai perché è così ciccione? Perché i comunisti si mangiano i bambini. Stai attento quando vai a fare la merenda da lui perché ti si mangia!”

E mio figlio Robertino ha cominciato a tremare.

Per una settimana non è più uscito di casa.

Gli ho fatto fare tutto quello che volevo, gli dicevo “lava la macchina! Metti a posto la stanzetta! Portami le ciabatte!”, lui mi ubbidiva come un cagnolino. Perché si governa con la paura.

E il popolo è uguale.

Il popolo è un bambino.

Se vuoi che non si perda nel bosco gli devi dire che c’è il lupo cattivo, l’uomo nero!

I terroristi, l’arabi col barbone, i pirati della Malesia. Ogni tanto insomma bisogna cambiare, fare la rotazione.

Il diavolo, gli zombie, il mostro di Loch Ness, il bocio, i marziani, i fantasmi.

Il popolo è un bambino.

Se gli metti paura ti porta le ciabatte, ti lava la macchina.

Il popolo è un bambino.

Se gli metti paura ti ubbidisce subito.

Posted in Buttare lì Qualcosa, Testi | No Comments »

LODE DEL CALCIO

maggio 27th, 2006 by Gian Luigi Ago

.

Vorrei provocatoriamente, ma sinceramente, lanciarmi in un elogio apologetico del calcio.

Sì, lo so,  molti non amano (e qualcuno addirittura snobba) il calcio, eppure io credo che ci sia in questo sport, o meglio nelle emozioni che provoca questo sport, qualcosa di culturalmente positivo.

Sì, lo so: i miliardi, gli interessi, il doping, la violenza ultras, ecc. .

Son sempre stato uno che li ha regolarmente denunciati.

E’ vero, ma in fondo sono ovunque, dalla musica al cinema, al teatro, alla politica, ecc.

Qualcuno  non ama le emozioni del calcio spesso (non sempre e non tutti, tengo a precisare) per “snobismo”, per cui giudica questo sport “figlio di un dio moralmente minore”.

Molti affermano: “Io non so niente di calcio e non  guardo mai la televisione…”. Intendiamoci: conosco molte persone per cui questa scelta è apprezzabile e conseguenza di un atteggiamento ben definito di approccio alla realtà. Ma sono pochi: la maggioranza “snobba”. E preferisce la Cultura (con la C maiuscola): il calcio,per costoro, è solo per il popolino non acculturato, pecorone e frustrato. Come se non ci fosse spesso frustrazione, ansia di emergere e di “distinguersi” anche nel dedicarsi a cose molto “elevate culturalmente”. Qualcuno poi non ama il calcio perché deriva questo atteggiamento da un vetero malinteso “impegno”.

Il calcio (e ripeto fuori dagli interessi, dai miliardi, ecc.) è invece una delle espressioni  più popolari che esistano. La storia delle squadre di calcio dalla fine dell’ottocento ad oggi è uno spaccato di vita popolare che potrebbe dirci molto anche della storia, dell’economia, finanche della psicologia sociale e dell’individuo.

Ma poi, e soprattutto, ci sono le emozioni. Milioni di persone che si identificano e appartengono a qualcosa , non importa se è finto o corrotto, non importa perché tanto è un pretesto. Ma attenzione: non denigriamo quelle gioie, quei dolori: sono vere gioie, sono vere lacrime, che prescindono dal “business”. Chi ama una squadra di calcio ama un’entità astratta spersonalizzata a volte persino dai giocatori, ama un nome, una maglia, un qualcosa che ti fa gioire o soffrire quasi sempre indipendentemente dalla tua volontà.

E a quanti “snobbano” il calcio vorrei ricordare che alcuni dei più grandi filosofi, uomini di cultura, intellettuali, ecc. hanno gioito e pianto per delle partite di calcio. La valenza sociologica e culturale di queste emozioni travalica il fatto che in fondo si tratta di ventidue ragazzotti in mutande (più gli arbitri) che corrono dietro a un pallone e non invece di un monologo shakespeariano. Questo contenuto e quello che sta intorno al calcio diventa minimo e misero (anzi lo è di fatto) rispetto a questo “vivere e sentire” quelle emozioni per un “nome”, per una “maglia”, per una scelta (si può cambiare tutto nella vita: moglie o marito, casa, idee politiche,ecc. Ma quasi mai la squadra del cuore)

E allora io “mi interesso di politica e sociologia per trovare gli strumenti e andare avanti” (per dirla alla Gaber), mi appassiono alla musica, all’arte, alla filosofia, al cinema, alla letteratura. Ma non mi vergogno affatto a dichiarare che raramente  provo emozioni così forti, così autentiche, di vera gioia e di vera sofferenza come nel calcio.

Qualcuno ha detto che “il calcio è la metafora della vita”.

Lasciatemi esagerare, io voglio dire di più: “la vita è la metafora del calcio…”

Un caro saluto in “fuorigioco”.

.

Posted in Articoli | No Comments »

Claudia Frandi

maggio 5th, 2006 by Gian Luigi Ago

.

25790_1419610732764_1307522185_31178553_4957495_s

.

IL CARNEFICE

.

Le sue mani ossute, stringevano la preda, dimenatasi per poco sotto la prepotente pressione; le vene mutavano spessore emergendo dalle braccia scarne, ma vigorose.

I tendini andavano delineando le sagome dei muscoli.

Tozzo, il collo, in ultimo sforzo, si gonfiava fino a rassomigliare ad un rospo nell’atto del corteggiamento.

L’uomo piano sentì la pressione diminuire sotto le dita contratte ed il rilassarsi dei muscoli della vittima, segno di rassegnazione al destino decretato dal suo carnefice.

Smise di stringere e lasciò cadere il corpo inanime sul freddo bancone di marmo, sua lapide, si voltò a prendere l’accetta, getto un breve sguardo(indietro)agli occhi sbarrati, fermi su di lui, pensò che erano imbarazzanti e così per liberarsene sferrò un colpo proprio alla base del collo.

La testa pelosa saltò via rotolando sul pavimento.

Sollevò il primo strato di pelle e la strappò scoprendo i tendini vividi di sangue.

Poi con calma divise il corpo in parti: cosce, petto,…tutto diventò un’entità distinta.

Finita l’operazione depose il tutto in una pentola a vapore.

Coniglio a cena, stasera.

.

NECESSITA’

.

Necessità di cavar fuori dal nostro seno la rosa germogliata dalle tante spine, per poi rincorrerla affannati e felici nelle buie foreste del nostro essere.

Necessità di liberarci del nostro cumulo di atroci verità che poi abbiamo bisogno di ricavare poiché il solco si fa sentire. E grava sui nostri cuori la mancanza di ciò che può farci sentire vivi.

Sangue che pulsa insistente sotto le vene. Non faccio fatica a vederlo zampillare davanti ai miei occhi da una preda che di certo, se non per mano della morale, lascerei morire.

Trionfale immagino l’atto in cui mi confermerei sul corpo da me stremato.

Trionfale ed armoniosa nei miei gesti che hanno dato fine all’Essere da me tanto sospirato.

Essere, Essenza la stessa che nelle buie foreste andavo cercando, rincorrendo, bramando.

Essenza che è ancora appendice di me e mi deve ancora terra affinché io possa ricoprire il solco da lei lasciato nel mio cuore. Che batte! Batte! In funzione ch’ella lo senta e tremi perché a lei sto avanzando!

Quasi arriverei davanti ai suoi occhi a carponi, umili citazioni solo per lei avrei ed appena vedessi gli occhi farsi languidi, il colpo alla base del collo ed ai miei piedi la farei scivolare.

Sempre carponi striscerei accanto a lei, annusandone l’odore.

Il sangue che dalla ferita sgorgherebbe vivo sarebbe copertura al mio solco e fertile essenza da rendere nuovamente germogliata quella terra, la mia , da me creduta ormai sterile.

Placida accoglierei l’ultimo suo respiro e si poserebbe un velo di malinconia sul mio cuore sentendola andar via dopo l’ultimo gioco.

Disonesta l’ho incastrata, me ne vanto ed in solitudine mi crogiolo alla luce velata della notte.

Il freddo riempie le ossa di lei non toccando le mie.

Piano la mia pelle si fa più lucida, splendente. La sua rinsecchisce al pallore lunare. Le mie labbra palpitano vermiglie, le sue avvizziscono. Il mio corpo germoglia di sensualità mentre il suo sprofonda nell’arsa terra rossa in cui avvinghia ancora le unghie.

Risalirei il collo scarno, il mento, le labbra, i timidi zigomi e nel riflesso dei suoi occhi sbarrati, tra le sue paure, riconoscerei le mie.

Dimentica dell’atto che mi ha appena visto trionfatrice tornerei indifferente tra i mortali, ma pregherei ogni notte affinché mi venisse tolto il fardello del corpo pesante che, invisibilmente, mi porto appresso.

E pregherei l’amico, pregherei il fratello, il pescivendolo, il servo, pregherei il masso al centro dello stagno ed il rospo che vi sta sopra.

Ma ignari della mia croce mostrerebbero il languido sguardo e da me un feroce colpo inevitabilmente sarebbe sferrato.

.

TI HO DOVUTO

.

“Ti ho dovuto incrociare,

assaporare la tua

fugace essenza,

sfiorarti per sapere quanto

lacerante sarebbe stato negarti al mio cuore,

e se ti ho visto,

ti ho visto sparire.

Ho dovuto assaggiare

il sale dalle tue labbra

ebbre distillato

per sfuggire ogni mia emozione

che ora più non penetra

la congelata mia ingenuità.

Ho dovuto essere felice,

farfalla mia,non ne ho potuto fare a meno.

Del tuo delirio ero lo stendardo su cui sei salito

per vedere da un po’ più in alto

che eri già in cielo.”

.

FRAMMENTI DI UN UOMO….CHE NON C’ERA

.

Occhi dipinti, d’un grigio perlato. Tracciava il suo cammino un percorso di gigli. E’ un uomo sfumato, quello dinanzi a voi oggi.

Si è perso in un giorno di marzo, tra i campi d’oro, sotto un sole promiscuo.

Si è perso nei suoi pantaloncini a quadretti scozzesi rossi e verdi; si è perso nella sua camicia ocra sotto le bretelle mimosa. Nei suoi calzettoni bianchi dentro la sua sacca di pelle, si è perso.

Si è sdraiato al sole, facendosi spazio tra i fili d’erba sibillini.

E lì è scomparso.

Sono passati trent’anni.

Ed eccolo di nuovo a noi.

Non possiamo spiegarci come sia ritornato, né con quale escamotage abbia ingannato il tempo così lontano da qui e poi magari…molto vicino…chissà.

Possiamo credere, se da parte nostra vi è l’interesse, che sia uscito dalla stessa giacca che l’aveva sottratto al mondo . Quella medesima che si è portato appresso sin d’ora.

Ma voi, voi che non vi siete mai persi, sempre in compagnia di voi stessi; voi come potete capire il dramma di quest’uomo?

Pensate.

Se un giorno, una mattina come le altre cercandovi nel letto non vi foste trovati?

Di certo non avreste creduto subito alla realtà che vi si proponeva. Ma dopo esservi cercati in bagno, sotto il tavolo della cucina, tra i divani ed in ogni altro luogo della casa, che avreste fatto?

Sareste di certo usciti, all’aperto, a cercare nei posti che erano soliti avere la vostra compagnia.

Bene , quest’uomo, che è oggi qui dinanzi a voi, non si è più ritrovato.

Ha dichiarato di aver sin noleggiato una mongolfiera, pochi mesi fa, nell’estremo tentativo di esaminare nuovamente , ma da un’altra prospettiva la città, vicolo per vicolo. POVERO DIAVOLO.

Ed ora rispondete ad un quesito che mi assilla: nell’animo della signoria vostra quest’uomo è condannato?

Questo tormenta la mia persona.

Da buon avvocato non intraprendo mai una causa senza un cospicuo anticipo – siamo pescecani in un mare di squali – , ma quando questo corpo stanco si è presentato nel mio ufficio le sue occhiaie mi hanno detto che aveva una storia da raccontare e così ho ascoltato…

Tremante, sfinito dalla testa ai piedi non riusciva a quietarsi andando da una parte all’altra del mio ufficio con passo inquietante finché al mio secondo invito di sedersi si accasciò sulla sedia.

Mi parlò dell’aratro, di quel giardino, del sole accecante della campagna toscana. Quando si perse. E mi parlò dello sgarbo fatto a Vostra Signoria e  a tutti i cittadini di questo paese salendo sul tetto della chiesa in quel modo…insomma quest’uomo è andato nudo fin lassù non per sdegnare la Vostra Persona, ma se stesso. Era l’ultimo porto d’un viaggio in tempesta.

Forse vedendosi così ridotto, vergognandosi di sé sarebbe tornato, Se Stesso, almeno per tirarlo giù dal campanile.

Capite, ora Voi, che lo sgarbo l’ha fatto a se stesso?

Potete Voi condannare un uomo che già da solo si punisce? Ogni giorno della sua vita è la sua condanna.

Se la risposta è “sì” allora fatelo pure, ma prima dovete trovarlo, Giancarlo Giarlo, non è più tra noi da trent’anni…….

La giuria attonita, dopo essersi ritirata chiese se si potesse avere una foto di questo presunto Giancarlo Giarlo .

L’accusato non ostentò un attimo.

Portò la mano al portafoglio, lo rubò dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo aprì e vi sfilò una foto in bianco e nero. La porse al suo avvocato che gli gettò uno sguardo fuggente come se avesse già presente l’immagine e volesse solo accertarsi che si trattasse di quella richiesta dalla giuria.

L’avvocato la prese e la porse al capo giuria.

L’uomo levatosi per un attimo tornò a sedersi esaminando il “corpo del reato”. Dopo poco destò gli occhi dalla foto e la passò agli altri membri della giuria. L’esaminazione durò un paio d’ore.

Volete sapere come è andata a finire tutta questa storia? Giancarlo Giarlo fu condannato…c’era da aspettarselo, il mondo non è pronto a tanta chiarezza. Perciò un consiglio: se capitasse anche a voi di smarrirvi…SSSSSH  Non fatene parola con nessuno. Se potete andate in un posto lontano e solitario. Solo lì soli soletti potrete ululare alla luna la vostra solitudine senza essere giudicati da un branco di ignoranti , stizzosi e un po’ gelosi che rappresentano benissimo la popolazione umana.

.

MESTIERE DI POETA

.

E’ scrosciante il getto ed il tonfo con cui la vita apre la tua esistenza.

“E luce fu” da un antro oscuro o da una caverna sinistra?

Dove abbiamo mosso i nostri primi passi?

I primi passi da uomini certo,..

Ma quelli da poeti?

Noi narranti dove siamo venuti al mondo? Quale fertile terreno ci ha consegnato all’aria e a questo odore di vita che nessuno di noi riesce a levarsi di dosso?

E poi una canzone, sonetto sillabato ci porta via e già non siamo più in grado di dire se fu dolce o reale.

Quando il mondo ci attraversa ci diamo a lui, che muova egli la nostra mano.

Che regga il nostro passo all’arricchirsi di vita-arroganti a volte regnanti del mondo

altre mendicanti.

Certo è che il vestito è sempre troppo largo e tuttavia troppo corto.

Siamo spazzacamini per vocazione

che si lamentano della notte

mentre sognano

La Luna.

.

POESIA DELL’ABBANDONO

.

Ti stringi

a uovo per attutire

nascondi dietro una forma scivolosa la porosità della tua pelle

che di tutto si impregna e odora.

Sono sulle tue natiche i ricordi voluttuosi del passato rosso.

Sono su i tuoi fianchi i ricordi di rocambolesce vicissitudini.

Sono sulle tue spalle i pesanti ricordi della perdita.

Tutto su di un corpo che stenta a reggere il passato per affrontare il suo presente.

Un latrato riempie il vuoto sonoro del tuo cuore.

Un sibilo percorre i polmoni sincroneggiando il tuo respiro.

Sei inesatta.Sei inattesa.Ma soprattutto sei inadeguata.

Speri sterilmente.

Sei peccaminosa preghiera impronunciabile.

.

.

————————————————————————————————

Nozione di tessuto non curante dei ricordi blu fiamminghi con cui ricopro il tuo viso negli annali delle mie memorie.

Spegne la candela nello sguardo dell’oblio di pomice e piume ricade sul tavolo la noce

Scavata a mani nude.


ha perso l’anima

ed è leggero allontanarsi

quasi fosse il mio mestiere.

Cantiere di sentimenti

ferrovia di sensazioni

autolavaggio per sbagli sgualciti

evidenza offuscata

domanda senza incognite

comprensione senza compassione

pedina senza gioco

altalenante singhiozzo di arcigno imbarazzo

desumi il tratto dalle slavate pagine .

Consumi con commensali glabri pasti

Senza denti.


Danza

come spasmo nevrotico

contrae i gangli

prostrati ad ogni battito da polmone    amplificato.


E’ la trachea a tenere

ogni ritmo dei nostri malevoli

umori.

Ritirati per poca compartecipazione

in strazi aggiustati da sentinelle

ipocondriache

per dazi non pagati.

Gioca con i pensieri solerti

d’un anno in rivolta

la tela

sporca delle mie intenzioni

non posso cedere il passo

a sotterrare l’anima sotto dirupi di macerie.

Cimeli accagionabili

trattenuti da rospi ingordi di ricordi velenosi

che bloccano lo stipite alla porta della malinconia.

Ti aspetto sul bordo di tutte le parole da me sussurrate, sul pendio della mia rettitudine

t’aspetto per poter protesa intravedere l’arcano delle tue voglie scolpirsi sulle mie labbra pronte a ricevere.


Rosso sgomita sul ciglio di ogni nostro sguardo la cometa di tutti gli intenti che non possiamo più sussurrare.

E’ una stretta malevola quella che ti impongo dall’ebano delle mie dita.

Ti estraggo.

Come rumore d’onda condita di ricordi, non avanzi il passo,

fenice incatenata,

e nel deserto delle mie intenzioni

mi dimentico di aver chiuso con te.

Ci sono piccole rondini di vetro a grattare il mio cielo,

mi arrampico smodata sulla scala incerta della mia caparbietà,

tutto stride di saccenti umori e sorrisi nel vento.

Come valore indecente,

come valore bollato che non sai a chi spedire

come valore sprecato e non vai a canestro

come cieco che non vede la rotta e sensitivo che non stima la distanza dal pericolo

mi ribello per non interferire

e le mie poesie sono le mie visioni di farina e vento che prendono corpo sul viale del meridione.

Anima abbandonata

scalda sul divano il nonno la tela

e resto muta.

Poco può il mio passo sulla linea del tempo

poco può il mio io nei guazzabugli della tua psicanalisi

e sono luci interrotte quelle che vedo

sul viale che conduce

inerte guida ghibellina

ai neri spazi dell’anima mia.

Si rivolta l’immagine

sulla sua sfavillante incudine

incido la mia sigla

la stessa che un giorno

d’uggiosa provenienza,

abbandonai a stento.

Barbara investitrice di fragili ricordi.

Di che colore è il tuo vestito nuovo?

Mi appallottolo nel mio riflesso

e resto qui

apparentemente priva di sensi.

Ingordigia di organi cementati.

Chi si muove in questo mio petto?

A mani aperte è la terra che scorre

vivacemente dalle unghie mie trattenuta.

Erra il passo come su di laguna ardente.

Minaccia la tempesta

un cuore perso in spirali di solitudine.

Hai lasciato

dal letto sfatto

antichi dissapori avvinti nella chioma .

Disilluso

d’ogni possibilità di cimentarti nell’altrui conoscenza

arretri il passo

davanti ad un nuovo sguardo che nulla sa

delle notti di bufera tua interna, del contorcerti avvinghiato alle budella altrui.

Gomorra di occhi placentati

vitrei intendimenti che non puoi comunicare.

Ci sono ottusi sentimenti,

rimbalzano sulla tua cornea

in un dissapore di sguardo altrui.

Non cogli l’accento,

si fa monotono il tutto.

Come spiegarti che un cuore non batte per l’altrui intenzione?

“Di notte penseranno di aver visto il sole
Quando si vedrà il porcello mezzo uomo.
Rumore, canto, battaglia nel cielo si vedrà ,e si udiranno
parlare le
bestie malvage.” Nostradamus                                                                                                              Centuria I Quartina 64

E’ vietato fare rumore

ogni dito alzato è una minaccia

ogni sibilo un insulto

i portavoce sono disoccupati

da contratto

ed io attonita guardo i miei giorni senza sapere che farne.

Perché non batti più?

Hai smesso di giocare lasciando ogni pedina in disordine.

E nell’intento di ritrovare il Nord perdo il mio Sud.

Pensando d’esser arrivata devo ripartire.

La mia anima si squarcia

la mia anima si riduce

divampa in lei ogni tormento in spore di rosa

di tutte le parole che non ti posso più dire

di tutte le parole che non posso più pronunciare.

Dolce è il dolore che mi culla lontano da ogni nostro ricordo.

La spirale evanescente di petali di memoria risucchia la mia rettitudine.

Ma il vascello ha vele troppo piccole e venti deboli poiché, amico mio, mi

trovo a scorger sovente la costa  dopo giorni di navigazione.

.


Posted in Claudia Frandi | No Comments »

IL SIGNOR SPRINGSTEEN… parallelo tra il Boss e Giorgio Gaber (G.L.A.)

dicembre 14th, 2005 by Gian Luigi Ago

gaber-venezia-1994 bruce-springsteen-supports-barack-obama

Credo che esista un parallelismo tra Giorgio Gaber e Bruce Springsteen.
Capisco benissimo che una simile considerazione può sembrare a prima vista azzardata e non pertinente, eppure ci sono molti elementi assimilabili che fanno di questi artisti due facce di una omologa analisi sull’animo dell’individuo e del suo rapporto con l’odierna società.

A mio parere non deve trarre in inganno l’enorme apparente diversità dei due artisti, le differenze di contesto culturale e sociale, di tipo di musica, di modo di porsi rispetto al pubblico, inevitabili tra una “rockstar americana” e un “intellettuale” europeo, per di più italiano.

Ma la storia dell’esegesi ci ha insegnato che a volte anche in letteratura e in arte si trovano precisi parallelismi e coincidenze tra scrittori, pittori, musicisti, ecc. divisi da secoli e nati in luoghi e contesti sociali tra i più disparati. Questo credo accada perché il “grande” artista, pensatore, intellettuale e quant’altro, si muove a un altro livello, livello in cui il “materiale” sociologico, culturale, storico, ecc. ed anche le modalità espressive, sono sì importanti ma, ai fini dell’espressività concettuale possono essere una ” contingenza” da cui partire per un’analisi che, a simili livelli, non può che essere “universale” e volta ad evidenziare lo “stato dell’arte” dell’animo umano e del suo rapporto con la realtà psicologica, relazionale e sociale con cui si trova a dover convivere.
Per questo, alla fine, le analisi, pur partendo da realtà diverse e mediate da linguaggi e forme estetiche diverse, pervengono, nel caso dei grandi, a conclusioni pressoché simili.

Le canzoni del “Boss” ci descrivono un’umanità disorientata dalla disgregazione del mondo “occidentale”, umanità che cerca di ripartire dall’interno del proprio io, delle proprie emozioni per ricostruire un uomo nuovo (concetto che troviamo anche in Gaber/Luporini).

Sono personaggi che per usare le parole di Springsteen “cercano di navigare attraverso le proprie confusioni, a volte in maniera efficace, a volte tragicamente”. Sono canzoni che ci parlano di un uomo “arrivato al minimo storico di coscienza” (come direbbero Gaber/Luporini).

Sono storie che ricordano quelle di Steinbeck e degli scrittori della beat generation. Sono storie di ragazzi di periferia, di provincia, che lottano contro la disoccupazione, la crisi economica, la “nuova depressione”, che sognano di riuscire a superare gli ostacoli ai loro amori sempre sofferti e difficili, che si dibattono nell’altra faccia della “scintillante America”; sono personaggi della work-class, lontana dalle patinate immagini televisive.

Sono storie contro la guerra, che ci parlano di ragazzi uccisi senza motivo dai poliziotti, che ci parlano di piccola delinquenza, ma anche di amicizia, di sogni di redenzione, di rassegnazione e speranza, di miserabili e di “ultimi”. D’altronde, pur con le succitate differenze, Gaber e Springsteen sono stati lo specchio e la coscienza fastidiosa e inquieta di una e più generazioni, e di un intero Paese. Altri parallelismi, sono quelli della grande fisicità dei due artisti che, ovviamente in modi totalmente diversi, trovano la loro completa dimensione solo nel rapporto diretto col pubblico. C’è un modo di dire, nato da un critico “il mondo si divide in due parti: quelli che amano Springsteen e quelli che non lo hanno mai visto dal vivo”. Come per GG, anche per il Boss è impensabile di limitarsi all’ascolto: va visto sul palcoscenico. Altra importante coincidenza è quella dell’onestà intellettuale e della grandissima coerenza che accomuna i due artisti. Ovviamente le diversità di modalità espressiva sono spesso notevoli e nel caso di Springsteen possono apparire penalizzanti per chi ne ha solo un’idea approssimativa e lo confonde con un semplice rocker o rockstar, ignorando la grande portata dei suoi testi, della profonda coerenza e contenuto del suo percorso “letterario”, della sua grande capacità di scavare dentro l’animo umano così profondamente, pur muovendosi in una realtà certamente meno predisposta e storicamente meno abituata a simili intellettualismi artistici. E questo è riuscito a farlo con l’arma apparentemente contraddittoria del rock, delle arene con 250.000 persone e riuscendo a volgere a suo favore un mercato discografico e mediatico che ormai non può più permettersi di tappargli la bocca, come cercò di fare il sindaco di New York Giuliani che invitò a boicottare i suoi concerti, quando Springsteen scrisse “American skin-41 shots”.

Posted in Articoli, Buttare lì Qualcosa | No Comments »

CENNI CRITICI PER UN’ ETICA DELLA LIBERAZIONE ANIMALE (pamphlet di Gian Luigi Ago)

novembre 16th, 2005 by Gian Luigi Ago

PREMESSA

In un mondo quotidianamente percorso da tensioni e violenza, inquietato da dilemmi etici, lacerato da questioni politiche e sociali drammatiche, tuttora dominato da guerre e sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dove l’equilibrio ecologico è ogni giorno più precario, può sembrare secondario e quasi irrispettoso sollevare il problema della sofferenza degli animali non umani e riduttivo sottolineare l’urgenza dell’intensificazione di un movimento per la liberazione animale.

Eppure lo sfruttamento dell’uomo nei confronti degli altri animali non umani altro non è che una delle molteplici manifestazioni di un’unica concezione e il progresso morale, politico e sociale dell’uomo non può che realizzarsi avvertendone le interconnessioni, capendo che questa è rimasta un’ultima barriera insanguinata non ancora superata e che il suo abbattimento ha pari dignità e deve camminare di pari passo con altre conquiste morali, politiche e sociali.

Si aggiunga a ciò che gli animali non umani non sono in grado di organizzare la loro protesta, di rivendicare i diritti di cui sono portatori e che inoltre la tirannia, il dolore inflitto e il disprezzo della vita che l’uomo ha nei loro confronti non ha termini di paragone.

Quali sono i motivi che spingono l’uomo a sentirsi autorizzato sistematicamente a sfruttare, infliggere sofferenze e procurare la morte ad altri esseri viventi e senzienti?

Esistono per questo comportamento fondamenti logici e “superiori necessità” che non ammettano alternative?

E, in ogni caso, è tutto ciò eticamente fondato?

Sono queste alcune delle domande su cui bisogna riflettere e da cui partire per poter accedere alla possibilità di una sorta di “nuova rivoluzione copernicana” che rimetta in discussione la visione antropocentrica che vede l’uomo arbitro assoluto dell’universo, investito di un “diritto divino” di vita e di morte su tutti gli altri esseri viventi.


UN APPROCCIO ETICO: LO STATUS MORALE


La moralità dovrebbe essere per noi un modo di vita pervasivo, il che non significa necessariamente richiedere o progettare l’eliminazione della non-morale, ma soltanto l’assunzione di un punto di vista morale come atteggiamento di base.

Il punto di vista morale riveste una fondamentale importanza nel processo di liberazione animale in quanto l’ulteriore passo che viene richiesto all’umanità in campo etico presuppone la presa di coscienza dell’esistenza di diritti e di uno status morale degli animali non umani che li riconosca meritevoli di considerazione, rispetto e giustizia.

L’approccio etico deve partire da questa considerazione:

Un’entità può essere un agente morale o un paziente morale o l’uno e l’altro, oppure né l’uno né l’altro.

Si definisce AGENTE MORALE un essere in grado di agire, i cui atti possono essere propriamente sottoposti a valutazione in quanto giusti o sbagliati.

Gli adulti umani normali e, probabilmente, gli adulti di altre specie animali sono agenti morali (alcuni filosofi inseriscono in questo novero anche altre entità quali le culture, le società, le nazioni, ecc.).

Un bambino molto piccolo e così pure i pazzi, i ritardati gravi e i comatosi non possono essere definiti agenti morali.

Si definisce PAZIENTE MORALE un essere il cui trattamento può essere propriamente sottoposto a valutazione in quanto giusto o sbagliato.

Un infante umano non è un agente morale ma è un paziente morale, in quanto ha importanza se viene maltrattato. Gli umani e gli altri animali non umani sono pazienti morali.

Infliggere sofferenze a dei pazienti morali è intrinsecamente sbagliato in quanto essi sono detentori di uno status morale.

Un’altra importante considerazione è quella riguardante il concetto di PERSONA.

Come molti filosofi hanno sempre sottolineato UMANO E PERSONA non esprimono lo stesso concetto e la confusione tra due termini ha sempre generato notevoli problemi concettuali.

Per fare dei semplici esempi pensiamo che secondo la dottrina cristiana i componenti della Trinità sono persone ma solo una ha natura umana. E se più profanamente si pensa che, ad esempio, in Star Trek il personaggio del Dr. Spock è rappresentato evidentemente come una persona sebbene sia solo semi-umano si può dedurre che, se non altro anche solo concettualmente, è possibile pensare ad una persona che non sia umana.

In realtà non si è persone per appartenenza di specie ma piuttosto l’accesso a questo stato viene correntemente concesso a chi possiede CARATTERISTICHE MORALI RILEVANTI.

Ma quali caratteristiche possono essere definite moralmente rilevanti?

I filosofi morali non sono concordi al proposito ma fra le plausibili candidate troviamo la sensibilità, la memoria, il senso del sé, la capacità di comunicare, l’interesse per i propri cospecifici, la socievolezza, l’intelligenza ed altre ancora.

Un caso a parte riguarda il presunto possesso, solo umano, di un’anima immortale.

Ma se si ritiene che gli altri animali non umani ne siano sprovvisti apparirà chiaro che è molto più grave uccidere un animale che non un uomo. L’anima dell’umano, secondo questa prospettiva, continua ad esistere, ma privare l’animale dell’esistenza corporea significa privarlo di tutto.

A parte questo caso limite si può facilmente notare che quasi tutte le caratteristiche che aspirano alla rilevanza morale possono variare secondo delle gradazioni.

Questo fa nascere istintivamente la tentazione di individuare delle linee di delimitazione che non possono che essere arbitrarie.

In pratica si verifica quello che può succedere riguardo ad altre questioni.

Prendiamo ad esempio il concetto di ‘maturità’. E’ innegabile che esiste certamente uno stato quale la ‘maturità’ ma non ci sono limiti precisi che stabiliscano a quale età si è veramente maturi. Ogni linea di delimitazione non può che essere arbitraria e convenzionale.

C’è poi da tenere in considerazione un altro aspetto: assumere una sola caratteristica come criterio per l’attivazione dello status di persona può essere fuorviante.

Prendiamo ad esempio il caso dell’intelligenza:

Se definiamo l’intelligenza come capacità di elaborazione dell’informazione si potrebbe arrivare a dire che i computer sono persone e i comatosi non-persone.

Se definiamo l’intelligenza come adattamento dei mezzi ai fini essa è senz’altro riscontrabile anche in molte altre specie animali.

Altri esempi potrebbero essere fatti con altre definizioni.

Rimanendo al nostro esempio, la realtà è che molti sono gli aspetti dell’intelligenza e le sue varietà e, anche non escludendone alcuno, l’intelligenza continuerà a non essere tutto.

Inoltre se possedere un maggior grado di intelligenza non autorizza un umano a servirsi di un altro umano per i propri fini come può utilizzare gli umani a sfruttare i non umani per gli stessi scopi?

La verità è che nessuna singola caratteristica è tutto e anche il confine tra i concetti di ‘persona’ e ‘non-persona’ è in realtà molto sfumato arrivando a comprendere anche delle quasi-persone.

Tutti gli esseri consci hanno diritto ad un’equa considerazione e noi abbiamo il dovere morale di rispettare i loro interessi e la loro autonomia.

ALCUNI CENNI STORICO-TEORICI

Numerose e diverse sono state nel corso della storia e della filosofia morale le posizioni assunte sul rapporto tra l’uomo e gli altri animali non umani.

Prendiamo in esame, per sommi capi, alcune di esse che storicamente e teoricamente assumono un notevole rilievo.

Il pensiero pre-cristiano

E’ un periodo dominato da due concezioni fondamentali. La prima è quella ebraica di derivazione biblica, una concezione gerarchica per cui tutte le creature sono state consegnate da Dio nelle mani dell’uomo con l’autorizzazione divina di disporne a piacimento.

La seconda è quella ricollegabile al pensiero greco e all’interno di esso (prescindendo da alcune eccezioni quali il pensiero di Pitagora) la posizione dominante è stata senz’altro quella di Aristotele, concezione teleologica per cui ogni essere ‘inferiore’ è stato creato con il fine di ‘servire’ agli esseri ‘superiori’.

Il pensiero cristiano

Il pensiero cristiano rappresenta una grande svolta e riesce ad unire la concezione ebraica con quella aristotelica con però un’enfasi maggiore sull’uomo. Esso appare, in questa concezione, unico nel creato, dotato di un’anima immortale. Il possesso di questa caratteristica detrmina la ‘santità’ della vita umana. Se questa concezione rappresenta indubbiamente un progresso morale nei confronti dell’uomo, garantendo a tutti uguale valore e dignità, nei confronti degli animali non umani rappresenta un vero regresso morale in quanto, elevando enormemente l’uomo al di sopra degli altri animali non umani, trasforma in un baratro la distanza che già li divideva dagli uomini.

Anche alcune posizioni cristiane, senz’altro più avanzate, risentono di questa concezione.

Prendiamo come esempio San Francesco. Egli chiamava fratelli e sorelle non solo gli animali ma tutte le cose. Questa visione olistica portava a questa conclusione: tutto ha lo stesso valore e, poiché dobbiamo mangiare per sopravvivere, è indifferente mangiare una pianta o un animale. Infatti San Francesco mangiava i suoi ‘fratelli animali’.

Il pensiero cartesiano

Il pensiero meccanicista di Cartesio portò a conseguenze funeste per gli animali non umani.

Egli arrivò a sostenere che essi altro non erano che ‘macchine’ prive di qualsiasi coscienza e sensibilità e che il loro organismo non era niente di più di un meccanismo come quello degli orologi. Si poteva quindi agire su di essi con la stessa indifferenza che possiamo avere nello smontare un orologio.

Kant/Tommaso d’Aquino

Questi due pensatori sono accomunati dall’affermazione che la crudeltà verso gli animali è sbagliata, non intrinsecamente, ma solo in quanto chi è crudele con gli animali sarà portato ad esserlo anche con gli umani. Questa concezione denota una mancanza totale di interessamento diretto per le sofferenze subite dagli animali.

Jeremy Bentham

L’importanza di questo pensatore inglese risiede nella sua formulazione della “sensibilità” quale prerequisito morale.

Questa concezione è esemplarmente espressa in questo brano del 1789:

“C’è stato un giorno, e mi addolora dire che in molti luoghi non è ancora passato, nel quale la maggior parte della specie, grazie all’istituzione della schiavitù, è stata trattata dalla legge esattamente nello stesso modo in cui, in Inghilterra per esempio sono ancora trattate le razze inferiori degli animali.

Verrà il giorno in cui il resto degli animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I Francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere abbandonato senza riparazione ai capricci di un torturatore.

Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato.

Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile?

La facoltà di ragionare, o forse quella del linguaggio?

Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana o persino di un mese.

Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe?

Il problema non è: ‘Possono ragionare?’, né: ‘Possono parlare?’, ma: ‘Possono soffrire?’

(da The Principles of Morals and Legislation, 1789, cap. 17, sez. 1)

Il XIX secolo

E’ il secolo della nascita della compassione e della benevolenza verso gli animali non umani e in cui si cominciano a promulgare leggi che, anche se limitatamente, tutelano gli animali non umani da indiscriminati maltrattamenti. Influisce in parte su questo nuovo atteggiamento anche l’affermarsi della teoria evoluzionista di Darwin.

Il XX secolo

E’ soltanto in questo secolo che nascono dei gruppi ‘animalisti’ che a diversi livelli e da diverse prospettive teorizzano la necessità della ‘liberazione animale’.

In questo secolo nascono le più strutturate ed importanti teorizzazioni sull’argomento.

Tesi della crudeltà

E’ una tesi che offusca i fondamentali temi morali rischiando di risultare controproducente. Questa concezione, che si riallaccia a quella di Kant e ad alcune posizioni di Locke, sostiene che non dobbiamo infliggere sofferenze agli animali perché ciò è crudele.

Questo ragionamento mette l’accento sullo stato mentale dell’agente dato che la crudeltà afferisce ad esso. Ma la correttezza morale di un’azione non dipende dallo stato mentale dell’agente. Una persona può fare quello che è giusto o quello che è sbagliato qualunque sia il suo stato mentale.

Questa tesi condanna le persone per ‘ciò che sono’ non per ‘quello che fanno’.

Un allevatore che fa soffrire ed uccide vitelli non è necessariamente crudele ma la sua azione è comunque sbagliata.

La prospettiva utilitarista

Peter Singer può essere giustamente ritenuto uno degli alfieri della liberazione animale ma la sua prospettiva di stampo utilitarista lascia la strada aperta a molte contraddizioni suscitando notevoli perplessità teoriche.

L’utilitarismo, basandosi sui due principi di eguaglianza e di utilità, pone l’accento sui risultati e le conseguenze di un’azione. Il suo scopo è di ottenere una massimizzazione dell’eccedenza di bene sul male.

Questo criterio esclude di fatto che un’azione possa essere giusta o sbagliata in sé ma solo in quanto soddisfi o meno a questa condizione.

La tesi dei diritti animali

La tesi dei diritti animali formulata da Tom Regan

è senz’altro la più avanzata fra le teorizzazioni della liberazione animale.

Prendendo atto dei limiti insiti nelle altre teorie, incapaci a garantire principi morali certi, questa teoria postula l’esistenza di diritti animali.

I diritti individuali devono sempre prevalere sugli scopi del gruppo. Cioè i diritti morali dell’individuo pongono un limite legittimo a ciò che la collettività può fare all’individuo stesso.

Ma qual è l’elemento insito negli umani e negli altri animali tale che noi possiamo dire: “Questa è la ragione per cui non si deve danneggiare l’individuo anche se il gruppo ne trae beneficio?”

La risposta è data dall’affermazione che gli individui hanno un VALORE INTRINSECO senza che esso sia derivato, ad esempio, dalla loro utilità.

Ma quale elemento insito in un individuo è tale da costituire la base di questo valore intrinseco?

La risposta di Tom Regan è questa: Gli individui non sono soltanto vivi; essi ‘HANNO UNA VITA’. Ciò significa che ciascun individuo è il SOGGETTO DI UNA VITA che è migliore o peggiore per lui in quanto individuo in modo logicamente indipendente dagli interessi degli altri.

Gli altri possono certo contribuire ad accrescere o diminuire il valore delle nostre vite (si pensi all’amore, all’amicizia, oppure all’odio, alla solitudine, alla rassegnazione, ecc.) ma il nostro essere ‘soggetti di una vita’ esiste in sé in ogni caso senza dipendere da ciò che gli altri fanno o non fanno.

Esiste quindi uno STATUS MORALE DEGLI INDIVIDUI DI PER SE STESSI.

O si detengono diritti in quanto soggetti di una vita oppure no e chiunque detiene diritti li detiene in eguale misura.

Questa teoria dei diritti lascia indubbiamente pochissimo spazio ad ambiguità e condizionamenti sulla strada di un’effettiva liberazione animale.

ALCUNE OBIEZIONI ALLA LIBERAZIONE ANIMALE

L’atteggiamento verso chi propugna la necessità di un diverso rapporto tra l’uomo e gli altri animali non umani, anziché essere pacato e, come minimo, di apprezzamento per persone che, bene o male, cercano di porre degli interrogativi di natura etica e sociale, assume molto spesso la forma di una reazione aggressiva che, nell’acredine con cui si cerca di minimizzare la portata di tale scelta quasi ‘criminalizzandola’ e di giustificare la corrente pratica di sfruttamento degli animali non umani, lascia quasi sospettare l’esistenza di inconsci ‘sensi di colpa’ e di meccanismi psicologici di ‘proiezione’.

Cerchiamo di prendere in esame solo alcune delle più frequenti e comuni obiezioni sollevate al riguardo.

Obiezione ‘NATURALE’

Alla base di questa obiezione stanno queste due affermazioni:

“Gli animali si mangiano l’un l’altro…”

“Ciò che noi facciamo è ‘naturale’ e noi assumiamo solo il nostro ruolo nella natura…”

Per quanto riguarda la prima affermazione possiamo subito notare che è vera solo in parte in quanto non riguarda, ad esempio, i bovini e gli altri erbivori.

Inoltre è alquanto strano che chi così argomenta non accetti con rassegnazione che un animale divori un uomo ma anzi tenda a criminalizzarlo e magari a ‘punirlo’ (nonostante non lo consideri capace di far propri degli obblighi morali).

E’ vero che gli animali si mangiano l’un l’altro ma essi non hanno scelta, per loro questo è ‘CIO’ CHE DEBBONO FARE PER SOPRAVVIVERE ‘. Da ciò consegue che anche noi dovremmo limitarci a fare solo ‘CIO’ CHE DOBBIAMO FARE PER SOPRAVVIVERE ‘ e per questo non è necessario mangiare, indossare, torturare e sfruttare gli altri animali non umani.

Per quanto riguarda la seconda affermazione notiamo come viene reintrodotta una visione gerarchica ormai superata dopo Hume e Darwin e che comunque tende come conseguenza a legittimare il principio per cui ‘IL PIU’ FORTE E’ AUTORIZZATO DALLA SUA POSIZIONE ‘NATURALE’ A SACRIFICARE GLI INTERESSI DEL PIU’ DEBOLE A VANTAGGIO DEI PROPRI’.

Ma uno dei fini primari della GIUSTIZIA dovrebbe essere proprio quello di ‘CORREGGERE L’ARBITRARIETA’ DI QUESTO MONDO’.

La storia del progresso morale è sempre stata, per certi versi, la storia di sostituzioni di visioni del mondo gerarchiche con visioni di egualitarismo (uguaglianza tra bianchi e neri, tra uomo e donna, ecc.).

Abbattere quest’ultima sanguinaria barriera gerarchica non sarebbe che un ulteriore passo avanti del progresso morale.

Obiezione del CONTRATTO NATURALE

Alla base di quest’obiezione sta la seguente affermazione:

“Abbiamo diritto a disporre degli animali come vogliamo perché li abbiamo fatti nascere ed allevati…”

Partiamo da questa considerazione concettuale: a chi viene procurato il ‘favore’ dell’esistenza? All’animale non-esistente? Non è possibile né favorire né danneggiare ‘un essere che non esiste’ (già il termine è una contraddizione).

Ma anche ammesso ciò, perché lo stesso ragionamento non dovrebbe valere per i figli umani? A tale proposito Jonatan Swift avanzò l’ironica proposta di ingrassare i bambini al fine di mangiarli dal momento che “un bambino in buona salute, ben nutrito, costituisce, a un anno di età un pasto altamente appetitoso, nutriente e sano, sia che venga cotto in umido, o al forno, o arrosto, o lesso”.

Obiezione ‘PERSONALE’

Alla base di questa obiezione sta la seguente affermazione:

“Se anche smettessi di cibarmi di animali o di usare prodotti da loro derivati ci sarebbero pur sempre altri che continuerebbero a farlo”.

A parte altre considerazioni che potrebbero essere sollevate (es. la legge della domanda e dell’offerta) SE SI RITIENE CHE UN’AZIONE SIA IMMORALE QUESTA E’ GIA’ IN SE’ STESSA UNA RAGIONE SUFFICIENTE PER RIFIUTARE DI PRENDERVI PARTE.


LO SPECISMO


Forse a questo punto può cominciare ad apparire un po’ più chiaro che, se sviluppassimo ulteriormente le considerazioni etiche, storiche e filosofiche a cui abbiamo solo molto sommariamente accennato, non riusciremmo a trovare nessun motivo realmente giustificativo o fondato moralmente per il nostro atteggiamento nei confronti degli animali non umani.

O meglio si potrebbe dire che le argomentazioni che l’uomo sostiene per giustificare questo suo atteggiamento servono a mascherare il vero motivo, esaustivo in se stesso, per cui lo ritiene fondato.

Questo motivo è il fatto che NOI APPARTENIAMO ALLA SPECIE UMANA, GLI ALTRI ANIMALI NO. Solo l’APPARTENENZA DI SPECIE ci darebbe il diritto di ‘usare’ gli altri animali.

Quando una persona, solo perché appartiene ad una razza, si ritiene in diritto di esercitare potere su un’altra di razza diversa, parliamo di RAZZISMO.

Quando una persona, solo in virtù del suo sesso, pretende di poterne dominare un’altra di sesso diverso, parliamo di SESSISMO (connotatosi storicamente soprattutto come MASCHILISMO).

Quando una persona ritiene di avere diritti su un altro essere vivente solo perché non appartiene alla sua stessa specie, parliamo di SPECISMO.

SPECISMO, RAZZISMO e SESSISMO hanno le stesse caratteristiche.

Dovrebbero essere logicamente inconcepibile, ad esempio, dichiararsi anti-razzisti e anti-sessisti e contemporaneamente giustificare e aderire a teorie e pratiche basate sullo SPECISMO.

VEGETARIANESIMO E ANTISPECISMO

Il rapporto tra vegetarianesimo e antispecismo si sviluppa e articola su diversi livelli che cercheremo di prendere sommariamente in esame. Molti e diversi sono i motivi che possono spingere a questa scelta che non sempre si identifica con una precisa coscienza antispecista.

Vedremo come partendo da ragioni semplicemente salutistiche e pratiche si “salga” ad un livello politico, sociale, ambientale, fino a giungere a ragioni di “diritto etico”.

Dalle ragioni pratiche alle ragioni etiche

Molti hanno adottato una dieta vegetariana per ragioni salutistiche poiché nella carne sono presenti additivi, coloranti, conservanti, aromizzanti, estrogeni, cortisone, antibiotici, tranquillanti, antitiroidei, sulfamidici e altre sostante dannose per l’uomo. Inoltre nella carne sono presnti le tossine prodotte dall’animale a causa della sofferenza e della paura provata al momento della morte nel mattatoio.

Ci sono poi altri fattori come il grasso animale, nocivo per l’aumento del tasso di colesterolo.

Inoltre va tenuto presente che, a differenza di quanto comunemente si crede, l’uomo non è né carnivoro né onnivoro. A parte alcune differenze anatomiche ( denti, mandibole, unghie.ecc.) l’intestino umano è lungo 10/12 volte la lunghezza del tronco (nei carnivori solo tre volte) e non è adatto a digerire la carne che staziona a lungo nell’intestino. Infine la placenta, degli uomini è diversa da quella dei carnivori e anche da quella degli onnivori: è più simile a quella dei frugivori. L’ uomo non è neanche simile agli erbivori, non avendo enzimi atti a trasformare in zuccheri semplici la cellulosa delle piante. Quind i p ossiamo concludere che la specie umana si identifica come specie VEGETARIANA anche se per SCELTA CULTURALE, e sottolineo “scelta culturale” può alimentarsi con qualsiasi cibo.

Il vegetariano è meno sottoposto a disturbi cardiocircolatori, all’obesità, ai rischi di trombosi, appendicite, calcoli biliari, enteriti ed enterocoliti, ipertrofia prostatica, ipertensione, rischi di tumore, ecc.

Il sistema vegetariano non è “un sistema mutilato” (cioè ciò che resta, tolta la carne) ma un sistema che perviene a sostituzioni ovunque vi siano stati dei tagli.

Il ragionamento adottato fin qui dimostra che adottare una dieta vegetariana si configura per molti come un’ottima scelta di tipo PRATICO, come mezzo per prevenire danni alla salute fisica.

Ma a queste motivazioni si possono, anzi si devono aggiungere motivazioni etiche.

E’ allora che dalla semplice dieta vegetariana si passa al vegetarianesimo.

L’antispecista adotta un regime alimentare vegetariano, non solo perché è più salutare ma perché è l’espressione di un AVANZATO RAPPORTO ETICO fra gli uomini e fra l’uomo e gli altri animali.

Andiamo ora ad analizzare i tre fondamentali argomenti di tipo etico a favore del vegetarianesimo:

. La difesa dell’uomo;

. La difesa dell’ambiente;

. La difesa degli animali.

La difesa dell’uomo

Vegetarianesimo significa difesa della vita umana perché c’è un legame molto stretto tra consumo di carne e fame nel mondo. Oggi esiste una drammatica scarsità di risorse alimentari.

Si usano le terre per coltivare un’enorme quantità di cereali (molto superiore a quella che potremmo consumare se l’assumessimo sotto forma di cereali o derivati) quindi la destiniamo a cibo per gli animali e infine….ci cibiamo di questi animali.

Alcuni esempi:

1 pollo deve assumere circa 3 Kg di proteine vegetali per “restituirne” 1 kg in carne…

1 suino deve assumere circa 6 Kg di proteine vegetali per “restituirne” 1 kg in carne…

1 bovino deve assumere ben 16Kg di proteine vegetali per “restituirne” 1 kg in carne…

Dobbiamo fornire agli animali UNA MEDIA DI 8 KG di proteine in cereali per ottenerne

1KG IN FORMA DI CARNE……

Lo spreco così prodotto equivale al 90% del fabbisogno mondiale di PROTEINE, il che significa che SE SI MANGIASSERO DIRETTAMENTE I CEREALI IL PROBLEMA DELLA FAME NEL MONDO SAREBBE AUTOMATICAMENTE RISOLTO !!!!!

E allora PERCHE’ CONSUMIAMO LA CARNE?

La carne NON E’ più sostanziosa dei cereali con cui vengono nutriti gli animali che la producono e in più comporta molti più rischi.

Ma allora PERCHE’ CONSUMIAMO LA CARNE?

CONSUMIAMO LA CARNE PER IL SUO SAPORE !

E’ sufficiente a giustificare lo spreco di cibo utile a sfamare popoli affamati?

E inoltre: per quale ragione una, pur umile, vita articolata (nascita, gioventù, , ecc.) deve essere SACRIFICATA A UN PIACERE DELLA DURATA DI UN PASTO?

Essere vegetariani significa anche essere consapevoli che occorre adottare uno stile di vita meno egoistico, maggiormente rispettoso delle giuste esigenze degli altri popoli e del diritto alla vita di tutti.

E’ un’ingiustizia grave che UN QUINTO dell’umanità consumi i QUATTRO QUINTI delle risorse disponibili.

Ecco perché occorre pervenire a una nuova visione dei rapporti politici ed economici, ad una maggior attenzione ai problemi planetari e ad una più matura disponibilità ad attuare le necessarie modifiche nei comportamenti individuali e collettivi.

L’idea e la scelta vegetariana sono una delle risposte più importanti e concrete a questa urgente necessità.

La difesa dell’ambiente

Vegetarianesimo significa anche difesa dell’ambiente naturale.

Si pensi che mille maiali producono 13 tonnellate di urina ogni settimana e che solo in Italia si macellano ogni anna 10 milioni di suini!

Un allevamento di 60 galline produce 82 tonnellate di escrementi ogni settimana e, solo in Italia, si macellano ogni anno 100 milioni di galline!

Gli allevamenti intensivi sono responsabili di gravi forme di inquinamento ambientale producendo milioni di tonnellate di liquami.

Va aggiunto che le deiezioni animali sono sature di elementi chimici dannosi per l’uomo. Tutto questo, aggiunto alla mancanza di adeguati sistemi per lo smaltimento dei liquami, aggrava pericolosamente la contaminazione ambientale. Elementi patogeni vanno così a finire nelle falde acquifere o nei corsi d’acqua aggravando l’eutrofizzazione dei mari.

Non va poi dimenticata la distruzione di grandi foreste per fare spazio, in vaste zone del pianeta, ai pascoli. La coltivazione di meno terre porterebbe, tar l’altro, all’aumento di animali selvaggi con un riconoscimento di aree a loro destinate, mettendo fine all’espropriazione del loro habitat per il nostro rendiconto.

A pensarci è abbastanza incoerente protestare per la deforestazione del’Amazzonia e, contemporaneamente, continuare il consumismo carnivoro:infatti la distruzione delle foreste pluviali dell’America del Sud è servita per la costruzione di enormi allevamenti di bovini, utili soprattutto per le grandi catene delle ristorazioni.

Finora abbiamo ragionato in un’ottica che, comunque continua a richiamarsi a INTERESSI UMANI.

Qualcuno potrebbe obiettare che basterebbe solo ridurre la quantità di carne mangiata o che sarebbe sufficiente, dal punto di vista etico, allevare gli animali senza sottoporli a inutili (?) sofferenze, senza rendersi conto che solo con sistemi di allevamento intensivi e sbrigativi, cioè crudeli, possono essere possibili produzioni tali da rendere la carne una componente usuale della nostra dieta a un prezzo accessibile (lo stesso ragionamento vale per le pellicce e gli altri prodotti di derivazione animale).

MA ANCHE SE TUTTO CIO’, PER ASSURDO, FOSSE POSSIBILE, NON SAREBBE PUR SEMPRE SBAGLIATO MORALMENTE?

La difesa degli animali

La specie umana vive sulla Terra insieme a tante altre specie, animali e vegetali e con esse deve convivere in armonia.

Gli animali sono esseri senzienti, cioè in grado di provare dolore e piacere e hanno degli interessi che devono essere tutelati anche dal punto di vista legislativo-giuridico.

Giustamente gli animali non umani sono stati definiti “gli schiavi del Duemila” , i più indifesi tra gli indifesi, i massacrati senza numero e senza nome, le vittime sconosciute di un’esistenza fatta di sola violenza, spesso segreta e sommessa. SU DI LORO TUTTO E’ PERMESSO. L’uomo si arroga il diritto di sfruttarli in maniera cruenta, di torturarli, di imprigionarli, di farli a pezzi, in nome del divertimento, della moda, del profitto e talvolta per mero sadismo.

L’uomo condivide con gli altri animali molte esperienze fondamentali, che vanno dalla dimensione sociale all’uso di un linguaggio, la tutela della prole, la paura e il dolore, l’eredità culturale, la comunicatività, ecc.

E’ chiaro che l’animale non umano va tutelato comunque, non per il fatto che tanto o poco ci somigli, ma queste somiglianze dovrebbero aiutarci a capire più a fondo il problema.

Tutti gli animali hanno un VALORE FINALE, NON STRUMENTALE.

Occorre l’adozione di un’ETICA BIOCENTRICA ed universale.

E’ chiaro che questa rivoluzione del pensiero comporterà una seria di conseguenze nei comportamenti umani e metterà in discussione molti aspetti e settori di un sistema economico in cui lo sfruttamento cruento di questi esseri è esteso e radicato ovunque.

Ma il cambiamento non porterà necessariamente problemi lavorativi, licenziamenti, ecc. (come alcuni, per difendere i loro profitti, minacciano).

Innanzitutto perché il processo di liberazione animale non potrà che essere graduale, attenuando così le ripercussioni del cambiamento e poi in un sistema così “liberato” ci sarebbe automaticamente una “riconversione” di industrie e un fiorire di attività, professioni e fonti di divertimento alternative.

L’ABOLIZIONE DELLO SCHIAVISMO comportò un grave danno economico per molti mercanti di schiavi, latifondisti, compagnie di navigazione interessate a questo turpe mercato, ecc. ma non per questo si fermò il movimento antischiavista.

IL PROCESSO PER LA CONQUISTA DI DIRITTI E DI GIUSTIZIA NON PUO’ E NON DEVE ESSERE FERMATO DALLA FORTE OPPOSIZIONE DI INTERESSI CONTRARI E INGIUSTI.

Negli allevamenti e nei mattatoi tutto è calcolato per accelerare il tempo,per diminuire gli spazi, per sveltire il lavoro, ridurre i costi e accrescere il guadagno.

In vista di questo obiettivo l’urlo di dolore dell’animale non ha nessuna importanza.

Nelle modalità di allevamento in batteria agli animali è negato il soddisfacimento di bisogni elementari ma essenziali come il movimento, il girarsi su stessi, la stazione totalmente eretta, la possibilità di sdraiarsi o di pulirsi.

Ci sono milioni di vitelli che non hanno mai camminato !

Gli spazi sono oscuri e affollatissimi , il maltrattamento è pianificato e legalizzato.

Il maiale, il bovino, il vitello passano la vita alla corta catena che li lega alla sbarra, costretti al dolore e all’angoscia, all’inerzia, all’ingrassamento forzato, obbligati a riprodursi senza tener conto dei loro ritmi biologici.

Il pollame passa la vita in pochi centimetri quadrati, in gabbie col pavimento a rete, portati all’aggressività dal superaffollamento e, per evitare che si aggrediscano tra loro, si procede al taglio della coda nei suini, delle corna nei bovini, del becco nel pollame (ovviamente….senza anestesia).

I pulcini inutili nel ciclo riproduttivo delle galline ovaiole vengono bruciati o triturati e venduti come concime.

Oche ed anatre vengono ingozzate a forza tramite un imbuto. La pratica è così violenta che l’animale stramazza a terra, determinando aumento di grasso nelle cellule del fegato, deformandolo: così nasce il patè d’oca.

Vengono bolliti vivi esseri di acuta sensibilità come aragoste, gamberi, rane e pesci.

Per avere carne bianca i vitelli vivono sospesi con delle funi nel vuoto e al buio per provocare anemia.

TUTTO QUESTO SUCCEDE AL NOSTRO PRANZO QUANDO E’ ANCORA UN ANIMALE, mentre le pubblicità ci mostrano false immagini di bovini al pascolo in verdi vallate.

Si pratica la castrazione a milioni di cavalli, galletti, maiali, bovini.

Si attua la manipolazione genetica per ottenere animali che producano di più di quello che la loro struttura fisica potrebbe sopportare senza dolore.

Viene attuato il maltrattamento farmaceutico con enormi somministrazioni di farmaci.

La macellazione è preceduta da estenuanti trasporti con sofferenze per sete, caldo, ecc.

L’animale, come l’uomo, va incontro alla morte con un forte senso di angoscia; al mattatoio percepisce la morte degli animali che l’hanno preceduto. Ma, a differenza dell’uomo, non può neanche concepire la morte come liberazione finale di quell’esistenza da incubo a cui l’uomo l’ha costretto.

L’alimentazione carnea nasconde una grande violenza che naturalmente non viene mai mostrata. Se ciò avvenisse certo molte persone smetterebbero di mangiare carne. Ma ciò provocherebbe grandi danni economici al mercato zootecnico e per questo I MATTATOI NON AVRANNO MAI DELLE PARETI DI VETRO, bensì muri e sbarre, in luoghi molto isolati.

La violenza deve rstare segreta. Il consumatore non deve vedere l’agonia e la morte dell’animale, non deve vederne la paura e lo strazio, non deve sentire le sue urla!

NON DEVE E, IN FONDO, NON VUOLE.

CONCLUSIONE


Si è concluso da poco, in modo drammatico, un secolo orrendo che più di ogni altro ha praticato la tortura, il genocidio e ogni altra forma di violenza contro l’uomo.

Non si può restare indifferenti di fronte a tanta sofferenza umana e a tanta ingiustizia.

Ma il secolo appena passato ha anche praticato, più di ogni altro, la violenza contro gli animali non umani nei modi di cui abbiamo parlato ma anche con altre pratiche orrende come le arene, la caccia, le fabbriche di pellicce, i laboratori di vivisezione, ecc. pratiche che sarebbe stato troppo lungo trattare in questa sede, meritando un particolareggiato discorso a parte, ma che non sono certo meno orribili.

C’E’ UN LEGANE TRA QUESTE DUE VIOLENZE.

E’ illusorio poter pensare di eliminare la violenza sull’uomo restando indifferenti a quella sugli animali non umani e senza essere capaci di rinunciare a dei ‘piaceri’ che generano sofferenza ad altri esseri viventi.

E’ sbagliato anche pensare di poter affrontare il problema delle sofferenze degli animali non umani solo ‘dopo’ aver risolto il problema delle umane sofferenze. Oltre che sbagliato è impossibile: perché le due cose sono strettamente collegate.

Bisognerebbe imparare che non basta annunciare e difendere la verità: bisogna soprattutto viverla, traducendo l’etica in una prassi che comporta scelte coerenti di vita.

L’antispecismo è l’espressione dell’ESTENSIONE DELLA SFERA ETICA E DI QUELLA DEI DIRITTI, cogliendo la connessione tra interessi umani e interessi animali.

Per questo l’antispecista non è un sognatore isolato dal mondo e dai suoi drammatici conflitti, ma anzi ne coglie le ragioni più profonde.

Il ruolo dell’uomo nei confronti della natura, degli altri esseri viventi e degli altri uomini non può essere quello di un feroce dominatore o di un violento e devastante predatore.

L’uomo ha invece il dovere di custodire il pianeta nella sua integrità con tutti suoi abitanti umani e non umani.

E’ NOSTRO DOVERE ALLARGARE SEMPRE DI PIU’ L’AMBITO DELLA NOSTRA SFERA MORALE.

Per quanto mi riguarda mi consola il pensiero che quando, spero, un giorno si inorridirà pensando a un tempo in cui gli uomini mangiavano, indossavano, sfruttavano, torturavano altri esseri viventi io non potrò essere annoverato tra di loro…….


Posted in Buttare lì Qualcosa, Materiali di Approfondimento e Riflessione | 1 Comment »

SANDRO LUPORINI TORNA A SCRIVERE CANZONI (G.L.A.)

ottobre 10th, 2005 by Gian Luigi Ago

lupo

Sandro Luporini torna a scrivere canzoni. Dopo quei pochi cammei, inseriti nello spettacolo “Il dottor Céline. Autoritratto”, ora il passo è molto più importante: un CD che conterrà alcune tra la dozzina e oltre di canzoni scritte da Sandro Luporini, musicate e cantate da Giulio D’Agnello, suonate e arrangiate insieme ai Mediterraneo.

Nell’intervista dal titolo “Io e Gaber uniti dallo stesso mistero, Sandro Luporini parla di questa iniziativa con queste parole “Quando Giorgio è mancato, per due anni non ho preso in mano la penna. Ero proprio convinto che non avrei scritto più. Poi però ho ricominciato con un lavoro di Teatro Canzone con Patrizia Pasqui e l’attore Mario Spallino, ‘Il dottor Céline’, e ho convinto il cantante Giulio D’Agnello a passare dai tributi a Gaber a cose inedite scritte con me“.

Tra Sandro e Giulio, due conterranei molto simili come sensibilità e carattere, esiste una vera e propria amicizia personale che va al di là della collaborazione professionale. E a me non può che far piacere di essere amico di entrambi. Mi decido a parlarne ufficialmente (dopo essermi trattenuto per mesi…), con il benestare che mi hanno dato Sandro e Giulio. L’entrata in studio di registrazione darà il via alla messa a punto di questo album che segna un ritorno importante per chi ha amato le canzoni che Sandro Luporini ha scritto insieme a Gaber per molti decenni.

Ho visto nascere e crescere queste canzoni in molti lunghi mesi, dalla prima scritta alla fine dello scorso anno (”Forse un uomo”) fino a quelle degli ultimi giorni, ho visto come le parole sono nate, le correzioni, come la musica ha seguito l’intento di vestire con l’abito più adatto le sensazioni che suscitavano, mi ha sorpreso come Sandro sia attento anche all’aspetto musicale con consigli e suggerimenti. In quelle serate passate tra Viareggio e la provincia lucchese, davanti a qualche bicchiere di vino e al fumo di molte sigarette, quelle canzoni hanno preso forma e mi sono sentito emozionato e confortato ascoltandole e rendendomi conto che Luporini aveva ancora voglia di analizzare l’uomo, le sue miserie, le sue solitudini con la stessa forza di sempre.

Basta scorrere alcuni titoli per intuire subito che i temi sono i soliti che Luporini ha già trattato nella sua collaborazione con Gaber: “Forse un uomo”, “La pazzia”, “Il testimone”, “Il letto”, “Diogene” (un’invettiva su tutto e tutti, dal mondo della politica a quello dello spettacolo e della televisione, con alcune frasi da “denuncia”… chissà se ne permetteranno la pubblicazione o se seguirà la sorte della sua “madre” “Io se fossi dio”…) ecc.

Le canzoni scritte da Luporini ripartono dalla fine di “Io non mi sento italiano”, dalla necessità di cercare un uomo nuovo che parta dal quotidiano, dalla coppia, da “un uomo e una donna” per ricominciare la ricerca dell’individuo, di un nuovo umanesimo. Per questo in queste canzoni c’è molto amore (”date fiducia all’amore, il resto è niente”…). Inutile tentare paragoni con l’irripetibile esperienza del Teatro Canzone e della collaborazione Gaber-Luporini, non intendo farlo perché non è possibile e sarebbe un giochino senza senso, anche perché le emozioni che mi ha dato Giorgio so di non poterle, purtroppo, rivivere mai più. Ma indubitabilmente in queste nuove canzoni ritroviamo tutti i temi che abbiamo conosciuto nel TC, “aggiornati” ai nostri tempi.

In quelle canzoni, c’è la conferma che la rigorosa analisi dell’uomo e della realtà a cui G/L ci avevano abituato torna ora ad essere operante. Attraverso le parole di Luporini e la musica di D’Agnello, è possibile continuare ad ascoltare canzoni inedite che, su quella scia interrotta con la scomparsa di GG, ci parlano dell’uomo e della società con l’ironia, la dolcezza, la rabbia e talvolta la ferocia che abbiamo imparato a conoscere bene. La “metodologia di pensiero”, come io la definii tempo fa, è la stessa, il modo di porsi di fronte all’uomo e alla società è lo stesso. E non potrebbe non essere così perché quelle parole non le ha scritte un epigono, ma lo stesso Sandro Luporini, l’altra metà del Teatro Canzone.

Quando il 1° gennaio del 2003 la scomparsa di Giorgio Gaber colpì tutti noi, molti avvertirono, insieme al grande dolore, la sensazione che non ci sarebbero più stati “aggiornamenti”, che si stava chiudendo definitivamente il discorso, l’analisi, portata avanti col TC, e con essi la possibilità di sorprenderci, di riflettere ed emozionarci ancora, con canzoni come quelle che avevano accompagnato la vita di più di una generazione. Mi ricordo che mi capitò di scrivere, in quell’occasione, che quanti avevano visto in Giorgio Gaber un punto di riferimento non dovessero dimenticare che la presenza di Sandro Luporini rimaneva a rappresentare la garanzia di uno spirito critico, libero, magari utopistico (ma nell’accezione più bella che può avere questo termine) e che si dovesse guardare a lui per evitare che il rivolgersi all’opera di Gaber-Luporini diventasse solo una sterile celebrazione del passato, facendo invece in modo che quella loro “metodologia di pensiero” potesse continuare a nutrirci, a emozionarci, a non farci perdere la voglia di capire.

Sono passati poco più di due anni e, dopo un primo naturale momento di riservatezza, Sandro Luporini è tornato ad affiancare alla sua opera pittorica un discorso che torna a farci ancora emozionare con le parole e i suoni delle sue canzoni, in cui tutti potranno riconoscere sonorità, atmosfere e tematiche che abbiamo imparato a conoscere in quella ultratrentennale esperienza che fu il Teatro Canzone.

Veder rinascere ancora la possibilità da parte di Luporini di continuare a manifestare il suo pensiero e le sue emozioni, oltre che con la pittura, anche attraverso la veste musicale e interpretativa di Giulio D’Agnello e dei Mediterraneo, credo che rappresenti un grande evento culturale e artistico che mi auguro sia il punto di partenza di una più intensa e proficua collaborazione e di un percorso che continui ad analizzare con spirito libero e incondizionato le malattie dell’uomo e della società.

Posted in Articoli, Buttare lì Qualcosa | No Comments »

La “Recherce” di Proust (di Gian Luigi Ago)

febbraio 17th, 2005 by Gian Luigi Ago

 

Si dice, non a torto, che nessuno può più essere lo stesso dopo aver letto “À la recherche du temps perdu” di Proust in modo approfondito, rigoroso, consapevole, avendo ben presente i diversi piani di lettura (romanzesco, di indagine psicologica, estetico, terapeutico  e molti altri)
Quest’opera monumentale (sette volumi di circa sei mila pagine fitte fitte) è considerata da molti studiosi non solo la più importante opera letteraria mai scritta ma addirittura il più grande capolavoro dell’ingegno umano.
Ma cosa ha di così particolare questa grande opera? Difficile dirlo in poche righe in quanto la sua complessità e la sua onnicomprensività emerge da diversi aspetti. Qui se ne può dare solo un accenno o qualche dettaglio per indurne alla lettura. Ad esempio quelle incredibili descrizioni in cui supera anche la meticolosità di Flaubert. Ma quella di Proust è una forma di descrizione analitica che va oltre il fatto estetico. Ogni oggetto per lui è un mezzo per rimuovere l’oblio per risvegliare sensazioni, emozioni, per ritrovare appunto il “tempo perduto”. Quando presentò a un editore la prima parte della Recherche gli fu risposto che era improponibile pubblicare un libro dove ci sono una decina di pagine per descrivere come uno si gira nel letto. Eppure lì e in altre descrizioni c’è tutto l’animo umano. Non a caso Freud ha preso molto da Proust e viceversa. E non è un caso che in quest’opera si possa intravedere un’anticipazione delle stesse neuroscienze.
Quando il piccolo Marcel bambino si appresta a inzuppare una madeleine (dolce francese) nel the, quel piccolo gesto dura  pagine e pagine e apre a un’analisi interiore di emozioni e sensazioni infinite, quelle che Proust chiama “intermittenze del cuore” (titolo originario dell’opera)
E poi c’è la scrittura stessa, altra grande protagonista. Il romanzo – se così riduttivamente vogliamo chiamarlo- si chiude nel momento in cui lo stesso romanzo  cominciava. in un circolo infinito. La fine del romanzo è la scelta di scrivere un romanzo, quello stesso romanzo: la Recherce. La scrittura è una conquista, perché per dirla con Proust “L’unica vita realmente vissuta è la letteratura”
E poi ci sono le tendenze filosofiche del pensiero filosofico europeo che nella Francia dell’ultimo Ottocento avevano trovato in Henry Bergson il loro maggiore rappresentante. Ma oltre che della filosofia spiritualista del suo tempo e di alcuni principi della poetica del decadentismo che da essa discendevano, Proust, nella Recherche, mostra di risentire anche di alcuni aspetti della tradizione classica francese espressi da autori quali Hugo, Saint-Simon, Balzac. Si tratta della tendenza a ricercare con scrupolo e razionalmente le cause degli eventi, “le verità dell’intelligenza”, che unite a quelle “delle sensazioni” dovrebbero costituire, per Proust, il contenuto dell’opera d’arte.
Come ho scritto all’inizio, la Recherce è difficile da spiegare o per lo meno occorrerebbero molti più dei migliaia di libri che ne parlano. Già riuscirlo a leggerlo tutto è un’impresa non da poco, perché è necessario soffermarsi su ogni aggettivo, su ogni sostantivo, mai inappropriati, sempre “definitivi” e questo in un libro in sette volumi richiede tempo e passione. Ma una volta entrati nella scrittura, nell’analisi dell’opera di cui il Tempo è il vero protagonista è difficile uscirne.
Cha altro dire? Non prendo provvigioni per la pubblicità che faccio al libro…. ma vivere senza aver letto quest’opera è sempre vivere, sì, ma se ne potrebbe discutere….. 


GIAN LUIGI AGO

.
954_001




 

Posted in Articoli, Recensioni | No Comments »

« Previous Entries Next Entries »