( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

“La democrazia: storia di una parola in Gaber e Luporini” intervento di Salvatore Veca  al Convegno Gaber 2007 (trascrizione a cura di Claudia Bellucci)

dicembre 14th, 2007 by Gian Luigi Ago

gaber21

‹‹ Vorrei soltanto un luogo un posto più sincero

dove magari un giorno molto presto

io finalmente possa dire questo è il mio posto

dove rinasca non so come e quando

il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo ››


In questo testo noi possiamo identificare alcuni temi dominanti, alcuni termini chiave, che ci sono, mi sembra, molto utili per gettar luce e suggerire qualche congettura a proposito della faccenda complicata, ingarbugliata, che mi è stata affidata come compito scientifico. Nella “Canzone dell’appartenenza” come in tutti i frammenti di poesia,  Gaber fa giocare tra loro almeno tre termini complementari. Il primo naturalmente è quello dell’appartenenza e, se volete, dell’identità collettiva, del far parte di qualcosa.

Il secondo è quello della dimensione di ciascuno di noi, cioè la dimensione individuale, che è stata spesso chiamata esistenziale, anche Giorgio usava questo termine, io preferisco chiamarla dimensione personale.

Il terzo termine chiave è quello dello sforzo collettivo, del senso collettivo, cioè dello stare insieme per fare qualcosa, dell’azione collettiva mirante a scopi per rendere meno innocenti e più degni di lode i nostri modi di convivere nel tempo per ritrovare il mondo, per una democrazia per cui si possa confutare l’argomento scettico 1996, che abbiamo sentito ora.

Proviamo a far lavorare questi tre termini fondamentali, queste parole chiave, per avanzare una congettura – questo è il punto che mi interessa proporvi – sul rapporto tra le vicende politiche, culturali e sociali degli anni ’70 e dintorni – Gaber negli anni ’70 è a Milano, sfondo di questa nostra conversazione – e la straordinaria esperienza artistica del Teatro Canzone, cui Gaber e Luporini dedicano a partire da quegli anni la loro vita e la loro creatività.

Tanto per esser precisi, chiediamoci che cosa voglia dire propriamente rapporto tra vicenda collettiva e opera d’arte. Io risponderei così: Gaber e Luporini si mettono alla prova nel tentativo di raggiungere una comprensione chiara, perspicua, delle trasformazioni, dei cambiamenti di cui sono al tempo stesso a volta a volta osservatori e partecipanti. E l’interesse, la motivazione, la voglia che anima il modello, il tentativo, è naturalmente quello di comunicarla a un pubblico. E comunicare a un pubblico, soprattutto nella dimensione dell’evento teatrale vuol dire costituire un pubblico, costituire qualcosa che sa di appartenenza. Ci sono molti modi differenti di costituire un pubblico nel comunicare, ci sono i modi del guru televisivo, ci sono i modi dell’offrire ragioni agli altri e ci sono i modi dell’offrire emozioni agli altri, offrire agli altri legami, offrire agli altri evocazioni, parole, musica e gesti e questa è la cassetta degli attrezzi. L’abbiamo sentito adesso, l’abbiamo vissuto adesso (1) , la cassetta degli attrezzi di quello che vorrei chiamare Giorgio, il divino giullare. Una comprensione chiara e perspicua è un’espressione che non ha qualificato. Io penso che la caratteristica distintiva di Gaber e Luporini sia quella di mirare alla veridicità, dire e cantare quello che sono e quello che pensano. Per mirare con efficacia alla veridicità occorre praticare l’esercizio dell’interrogazione. “Per me cultura – dice Giorgio – è un modo d’interrogazione, e l’interrogazione è centrale per capire di più di sé e del mondo” (2).

Questa tensione alla veridicità implica l’esercizio dell’interrogazione e dello smascheramento. Il pezzo sulla democrazia è un pezzo di smascheramento, sistematico. Che cosa fa quel pezzo, che effetto ha quel pezzo su di noi? Questo è il mio problema. Quel pezzo fa si che noi, insieme – perché ci sono persone in carne ed ossa qui – siamo colpiti da ciò che ci viene detto e dal modo in cui ci viene detto, siamo colpiti dalla mente-corpo che vediamo, la corporeità in Gaber è straordinariamente importante, e questo fa sì che noi riflettiamo su noi stessi insieme, questo è il punto.

È questa cifra distintiva dell’opera di Gaber/Luporini che è responsabile dell’effetto che l’opera di Teatro Canzone ha nella sua offerta di comunicazione, che io chiamerò l’esito di rinominare noi stessi e il mondo. Questo tema del dare nomi alle cose è cruciale, perché potremo ancora usare il termine “democrazia” nello stesso modo in cui lo facevamo col pensiero omologato, dopo aver veramente ascoltato questo? Gaber sta rinominando delle cose. E uno dei punti fondamentali, io credo, dell’opera di Gaber, non l’unico, ma uno dei fondamentali, è stato il suo essere una persona libera, un artista libero rispetto agli etichettamenti e alle classificazioni date del discorso pigro, e questo discorso è un discorso invece che rinomina la democrazia e quindi ci costringe a fare un passo in avanti. Questo almeno è quello che penso io.

Un “mondo che deve essere ritrovato” diceva la “Canzone dell’appartenenza”, un mondo in cui possiamo ritrovare ragioni che evidentemente si sono perse o sono state dissipate, e ritrovare una chiarezza che è stata resa opaca o tritata, infangata ai tempi dell’omologazione del pensiero. Cito: “Se non si lotta per cercare una ragione, per inseguire la chiarezza, tanto vale crepare” (3)

Torniamo ora ai nostri tre termini. Ve li ricordo: il termine dell’appartenenza, il termine della dimensione personale, individuale, e il termine di qualcosa di collettivo, come azione, sforzo collettivo per far qualcosa, per raggiungere certi scopi. Tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 noi assistiamo, osservatori o partecipanti, appassionati o scettici, devoti o critici, intimoriti o entusiasti, allegri o depressi, all’insorgenza di movimenti collettivi che coinvolgono ampi strati di popolazione giovanile. L’insorgenza ha le sue radici nei processi di modernizzazione degli anni ’60 e i movimenti giovanili, all’inizio quasi esclusivamente studenteschi, non solo in Italia come è noto, perseguono fini, io sostengo, intrinsecamente non politici, se un fine politico è qualcosa che ha a che vedere con l’acquisizione di potere per avere governo su altri, quanto piuttosto etici nel senso elementare di questa parola, per cui ciò che diviene oggetto di controversia, contestazione collettiva, discussione, mobilitazione, è lo spazio sociale, non politico, in cui una società ingessata modella e disciplina le relazioni fra persone. I movimenti giovanili mettono in questione i modi di esercizio dell’autorità, dell’autorità culturale, religiosa, familiare, sociale, maschile, prima ancora dell’autorità politica, verso cui si avanza piuttosto una revoca di fiducia (fine anni ’60).

I vocabolari ereditati sono divenuti quello che si dice “lingua fossile”, e per dirla in breve è facile credere che il re è nudo. Cito: “Quel tipo di movimento giovanile ci colpì moltissimo. Siamo stati coinvolti nel ’68 perché ha prodotto una grossa svolta nelle scelte della gente” (4). Pensate, oggi, negli stanchi rituali e poco attivi degli anniversari – avete già visto che viene anticipata l’annosa querelle sulla natura del ’68, sulle rivalutazioni del ’68, adesso c’è il tormentone del 2008 – ma a me sembra che una diagnosi come quella del filosofo Gaber, quello che per me è il divino giullare, sia penetrante e convincente, molto semplice. Cito: “Il rifiuto è stato l’elemento meno sottolineato, immediatamente si è ritornati, ci si è rapportati, a un piano politico di lotta”(4), ma per che cosa, per quale indirizzo culturale?

Anche in Italia, nella fase dell’insorgenza, il ’68 connette quei tre termini fondamentali da cui sono partito. Per l’appartenenza, assistiamo a una domanda di identità collettiva definita per differenza e per contrasto rispetto al sistema delle etichette, dei poteri, delle assegnazioni di ruoli sociali, istituzionali, culturali, religiosi e morali. La dimensione personale, secondo termine, assume rilievo in quanto connessa e cucita con tante dimensioni personali, in virtù dell’identità collettiva come richiesta o come conquista. Lo sforzo collettivo per ritrovare un mondo, terzo termine fondamentale, coincide con l’insieme delle speranze e delle aspettative per un mondo possibile che è a portata di mano, purché lo si riconosca e solo se lo si voglia perseguire come fine desiderabile. Questo è il succo dello slogan paradigmatico, l’imagination au pouvoir, dei Dreamers che piacciono a Bertolucci, del celebre e molto veloce maggio di Parigi.

Non ho usato e sottolineato a caso il termine “speranza”. Ricordate, di “Qualcuno era comunista” Giorgio dice che non è una canzone politica, ma una pagina esistenziale che parla di uno slancio, di una grande speranza. Come ho sostenuto altrove, la mia congettura sull’insorgenza dell’azione contestativa e anti-autoritaria tende a considerare quello del ’68 come un terminus ad quem, cioè quasi una conclusione, piuttosto che un terminus a quo, cioè qualcosa da cui parte quella lunga stagione dei movimenti che si nutrono della speranza e della devozione politica. Bertolucci ci dice che si andava a dormire sapendo che al mattino dopo ci si sarebbe svegliati nel futuro. E se ci pensate oggi sui muri appare spesso una scritta che io trovo fantastica, enigmatica e sapiente: “Il futuro non è più quello di una volta”. Provate a riflettere su questo, sulle varie implicazioni che ha sui nostri modi di convivere. Ma ciò, prosegue la mia congettura, è vero, cioè il fatto dell’interpretazione del ’68 come movimento collettivo in quanto avente implicazioni politiche, come terminus ad quem, non come terminus a quo, è vero per quanto attiene all’ambito, alla sfera dell’agire politico, mentre è falso se lo sguardo mette a fuoco lo spazio sociale e interpersonale dei modi di convivere del tempo. Ed è allora, io credo, che si annuncia la grande questione dei limiti della politica, del sistema politico, dell’agire politico, che è una eccellente risorsa perché una democrazia possa essere rinominata dopo la confutazione scettica di Giorgio.

Devo constatare per onestà intellettuale che la mia congettura non è molto popolare, ma è facile spiegare perché. In Italia, come in Germania e in parte in Giappone, ma non come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia, il repertorio delle ideologie politiche di salvezza è un capitale troppo significativo e influente per non generare processi di revival e forte ideologizzazione e distorsione dei movimenti, e da quella parte il sistema politico, percependo a fatica la natura delle nuove domande sociali, o adotta la tattica del muro di gomma, o insegue fuochi di devozione politica per ricostituire il suo decrescente capitale di fiducia e di legittimazione, o, nei casi più loschi, trama in forma latente per persistenti arcana imperii.

Dalla metà degli anni ’70, l’interrogazione che mira alla verità e alla veridicità di Gaber e Luporini mette a nudo e smaschera impietosamente con le virtù usuali della sincerità e dell’autenticità le trasformazioni e i mutamenti che investono il nostro paesaggio sociale. In una fase drammatica, piena come sempre di luci e di ombre, in cui l’operare delle istituzioni e del sistema politico estende la propria influenza pervasiva – alla faccia dei limiti della politica – recupera progressivamente terreno sulla società, in presenza di fazioni di dissenso, o di dissenso radicale e di lotta armata terroristica. E questa è grosso modo la questione del lungo ’68 italiano, come si usa chiamare, che mette a dura prova la democrazia, che incentiva il carattere consociativo del sistema politico sino alla lunga implosione – e qui ci sono le radici – fino all’inizio degli anni ’90 del sistema politico italiano.

E allora il giullare non può trattenersi, perché verrebbe meno a se stesso e alla propria coerenza, nel riabilitare il tema della dimensione personale, che è uno dei tre punti, della responsabilità individuale, della battaglia da fare nelle piccole cose, nella coerenza dei piccoli gesti quotidiani, in una parola nella cura di sé. Ed è allora che una frazione di seguaci e devoti si scandalizzano, “Gaber non è più dei nostri” ci si chiede. Notate “non è più dei nostri”, si esclude dalla cerchia della comune appartenenza. Potremmo dire laicamente per rispondere ai devoti dell’identità fossile oportet ut scandala eveniant, bisogna che accadano scandali. Perché la lezione di Gaber e Luporini è tenuta assieme da un filo di coerenza sottile ma tenace, e resta aperta la sempre di nuovo la questione del mondo da ritrovare, ma si deve dire la verità, la propria verità naturalmente. Ed ecco allora la critica irridente e severa sullo sfondo tragico della nostra storia della professione politica, “la politica fa male alla pelle” di “Io, se fossi dio”, ecco allora il bisogno irrefrenabile di rinominare le cose, di dire no, di rifiutare le etichette e le denominazioni assegnate e imposte da potenti, che siano potenti politici o potenti sociali, quali per dir così il mercato idealizzato.

Mi chiedo ora e vi chiedo: se l’accento è posto sulla priorità nella dimensione personale, liberata e emancipata dal dominio delle appartenenze politicamente assegnate, dobbiamo inesorabilmente rinunciare alla connessione con quell’appartenenza e quella voglia di fare insieme per ritrovare il mondo, quella per cui “libertà è partecipazione”, da cui sono partite queste mie osservazioni che avete sentito? Giorgio dice: “Oggi non esiste appartenenza a nulla. Ricordo anni in cui il senso collettivo era presente come istinto nelle persone” (5) e ancora “I nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo” (6). Questa potrebbe essere interpretata, e ci sono ragioni per questo, come la conclusione scettica, cioè la conclusione di un bilancio con perdite, non con profitti, che è anche un bilancio generazionale. È curioso, perché Gaber aggiunge “Riconoscere questo –  che i nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo – vuol dire che non è finito tutto”(6). È il contrario di quello che molti hanno detto, che riconoscere questo voleva dire che non c’era più nulla da fare che valesse la pena. Perché? Perché ammettere la propria sconfitta è indispensabile per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi slanci vitali. Sandro e io abbiamo una fiducia illimitata nelle potenziali risorse dell’individuo e questa potrebbe essere la nostra fede. Laica, naturalmente.” (7).

Così, posso concludere, il filo che connette il nostro convivere assieme, l’avventura personale delle nostre vite, e l’impegno civile per una democrazia accessibile a tutti, “vorrei cantare per tutti”, non è spezzato e in tempi difficili, aggiungo, è prezioso ed è l’origine della mia o della nostra gratitudine.

Solo un’ultima citazione come scudo protettivo, e ho voluto evitare qualsiasi accenno a quello che io sento per Giorgio, l’emozione, l’ho messo da parte.


‹‹Ma io ti voglio dire che non è mai finita

che tutto quel che accade fa parte della vita ››

Questo è vero nell’amore, ma anche in democrazia.

NOTE:

(1) Il filmato del monologo “La democrazia” ha preceduto l’intervento.

(2) W. Gatti, “Parlo in Grigio”, Il Sabato – 20/07/1991.

(3) Michele Serra, “Giorgio Gaber. La canzone a teatro”,  il Saggiatore, Milano 1982.

(4) C. Bernieri, “Non sparate sul cantautore”, Mazzotta editore, Torino 1978.

(5) L. Putti, “Giorgio Gaber: questa povera Italia in mano agli egoisti”, La Repubblica 8/11/1994.

(6) F. Poletti “Giorgio Gaber: I miei cattivi pensieri”, Specchio – n.271 – 21/04/2001.

(7) Milano, marzo 2002 – a cura di V. Pattavina, “Giorgio Gaber – La libertà non è star sopra un albero”, Einaudi, Torino 2002,

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LODE DEL CALCIO

maggio 27th, 2006 by Gian Luigi Ago

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Vorrei provocatoriamente, ma sinceramente, lanciarmi in un elogio apologetico del calcio.

Sì, lo so,  molti non amano (e qualcuno addirittura snobba) il calcio, eppure io credo che ci sia in questo sport, o meglio nelle emozioni che provoca questo sport, qualcosa di culturalmente positivo.

Sì, lo so: i miliardi, gli interessi, il doping, la violenza ultras, ecc. .

Son sempre stato uno che li ha regolarmente denunciati.

E’ vero, ma in fondo sono ovunque, dalla musica al cinema, al teatro, alla politica, ecc.

Qualcuno  non ama le emozioni del calcio spesso (non sempre e non tutti, tengo a precisare) per “snobismo”, per cui giudica questo sport “figlio di un dio moralmente minore”.

Molti affermano: “Io non so niente di calcio e non  guardo mai la televisione…”. Intendiamoci: conosco molte persone per cui questa scelta è apprezzabile e conseguenza di un atteggiamento ben definito di approccio alla realtà. Ma sono pochi: la maggioranza “snobba”. E preferisce la Cultura (con la C maiuscola): il calcio,per costoro, è solo per il popolino non acculturato, pecorone e frustrato. Come se non ci fosse spesso frustrazione, ansia di emergere e di “distinguersi” anche nel dedicarsi a cose molto “elevate culturalmente”. Qualcuno poi non ama il calcio perché deriva questo atteggiamento da un vetero malinteso “impegno”.

Il calcio (e ripeto fuori dagli interessi, dai miliardi, ecc.) è invece una delle espressioni  più popolari che esistano. La storia delle squadre di calcio dalla fine dell’ottocento ad oggi è uno spaccato di vita popolare che potrebbe dirci molto anche della storia, dell’economia, finanche della psicologia sociale e dell’individuo.

Ma poi, e soprattutto, ci sono le emozioni. Milioni di persone che si identificano e appartengono a qualcosa , non importa se è finto o corrotto, non importa perché tanto è un pretesto. Ma attenzione: non denigriamo quelle gioie, quei dolori: sono vere gioie, sono vere lacrime, che prescindono dal “business”. Chi ama una squadra di calcio ama un’entità astratta spersonalizzata a volte persino dai giocatori, ama un nome, una maglia, un qualcosa che ti fa gioire o soffrire quasi sempre indipendentemente dalla tua volontà.

E a quanti “snobbano” il calcio vorrei ricordare che alcuni dei più grandi filosofi, uomini di cultura, intellettuali, ecc. hanno gioito e pianto per delle partite di calcio. La valenza sociologica e culturale di queste emozioni travalica il fatto che in fondo si tratta di ventidue ragazzotti in mutande (più gli arbitri) che corrono dietro a un pallone e non invece di un monologo shakespeariano. Questo contenuto e quello che sta intorno al calcio diventa minimo e misero (anzi lo è di fatto) rispetto a questo “vivere e sentire” quelle emozioni per un “nome”, per una “maglia”, per una scelta (si può cambiare tutto nella vita: moglie o marito, casa, idee politiche,ecc. Ma quasi mai la squadra del cuore)

E allora io “mi interesso di politica e sociologia per trovare gli strumenti e andare avanti” (per dirla alla Gaber), mi appassiono alla musica, all’arte, alla filosofia, al cinema, alla letteratura. Ma non mi vergogno affatto a dichiarare che raramente  provo emozioni così forti, così autentiche, di vera gioia e di vera sofferenza come nel calcio.

Qualcuno ha detto che “il calcio è la metafora della vita”.

Lasciatemi esagerare, io voglio dire di più: “la vita è la metafora del calcio…”

Un caro saluto in “fuorigioco”.

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IL SIGNOR SPRINGSTEEN… parallelo tra il Boss e Giorgio Gaber (G.L.A.)

dicembre 14th, 2005 by Gian Luigi Ago

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Credo che esista un parallelismo tra Giorgio Gaber e Bruce Springsteen.
Capisco benissimo che una simile considerazione può sembrare a prima vista azzardata e non pertinente, eppure ci sono molti elementi assimilabili che fanno di questi artisti due facce di una omologa analisi sull’animo dell’individuo e del suo rapporto con l’odierna società.

A mio parere non deve trarre in inganno l’enorme apparente diversità dei due artisti, le differenze di contesto culturale e sociale, di tipo di musica, di modo di porsi rispetto al pubblico, inevitabili tra una “rockstar americana” e un “intellettuale” europeo, per di più italiano.

Ma la storia dell’esegesi ci ha insegnato che a volte anche in letteratura e in arte si trovano precisi parallelismi e coincidenze tra scrittori, pittori, musicisti, ecc. divisi da secoli e nati in luoghi e contesti sociali tra i più disparati. Questo credo accada perché il “grande” artista, pensatore, intellettuale e quant’altro, si muove a un altro livello, livello in cui il “materiale” sociologico, culturale, storico, ecc. ed anche le modalità espressive, sono sì importanti ma, ai fini dell’espressività concettuale possono essere una ” contingenza” da cui partire per un’analisi che, a simili livelli, non può che essere “universale” e volta ad evidenziare lo “stato dell’arte” dell’animo umano e del suo rapporto con la realtà psicologica, relazionale e sociale con cui si trova a dover convivere.
Per questo, alla fine, le analisi, pur partendo da realtà diverse e mediate da linguaggi e forme estetiche diverse, pervengono, nel caso dei grandi, a conclusioni pressoché simili.

Le canzoni del “Boss” ci descrivono un’umanità disorientata dalla disgregazione del mondo “occidentale”, umanità che cerca di ripartire dall’interno del proprio io, delle proprie emozioni per ricostruire un uomo nuovo (concetto che troviamo anche in Gaber/Luporini).

Sono personaggi che per usare le parole di Springsteen “cercano di navigare attraverso le proprie confusioni, a volte in maniera efficace, a volte tragicamente”. Sono canzoni che ci parlano di un uomo “arrivato al minimo storico di coscienza” (come direbbero Gaber/Luporini).

Sono storie che ricordano quelle di Steinbeck e degli scrittori della beat generation. Sono storie di ragazzi di periferia, di provincia, che lottano contro la disoccupazione, la crisi economica, la “nuova depressione”, che sognano di riuscire a superare gli ostacoli ai loro amori sempre sofferti e difficili, che si dibattono nell’altra faccia della “scintillante America”; sono personaggi della work-class, lontana dalle patinate immagini televisive.

Sono storie contro la guerra, che ci parlano di ragazzi uccisi senza motivo dai poliziotti, che ci parlano di piccola delinquenza, ma anche di amicizia, di sogni di redenzione, di rassegnazione e speranza, di miserabili e di “ultimi”. D’altronde, pur con le succitate differenze, Gaber e Springsteen sono stati lo specchio e la coscienza fastidiosa e inquieta di una e più generazioni, e di un intero Paese. Altri parallelismi, sono quelli della grande fisicità dei due artisti che, ovviamente in modi totalmente diversi, trovano la loro completa dimensione solo nel rapporto diretto col pubblico. C’è un modo di dire, nato da un critico “il mondo si divide in due parti: quelli che amano Springsteen e quelli che non lo hanno mai visto dal vivo”. Come per GG, anche per il Boss è impensabile di limitarsi all’ascolto: va visto sul palcoscenico. Altra importante coincidenza è quella dell’onestà intellettuale e della grandissima coerenza che accomuna i due artisti. Ovviamente le diversità di modalità espressiva sono spesso notevoli e nel caso di Springsteen possono apparire penalizzanti per chi ne ha solo un’idea approssimativa e lo confonde con un semplice rocker o rockstar, ignorando la grande portata dei suoi testi, della profonda coerenza e contenuto del suo percorso “letterario”, della sua grande capacità di scavare dentro l’animo umano così profondamente, pur muovendosi in una realtà certamente meno predisposta e storicamente meno abituata a simili intellettualismi artistici. E questo è riuscito a farlo con l’arma apparentemente contraddittoria del rock, delle arene con 250.000 persone e riuscendo a volgere a suo favore un mercato discografico e mediatico che ormai non può più permettersi di tappargli la bocca, come cercò di fare il sindaco di New York Giuliani che invitò a boicottare i suoi concerti, quando Springsteen scrisse “American skin-41 shots”.

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SANDRO LUPORINI TORNA A SCRIVERE CANZONI (G.L.A.)

ottobre 10th, 2005 by Gian Luigi Ago

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Sandro Luporini torna a scrivere canzoni. Dopo quei pochi cammei, inseriti nello spettacolo “Il dottor Céline. Autoritratto”, ora il passo è molto più importante: un CD che conterrà alcune tra la dozzina e oltre di canzoni scritte da Sandro Luporini, musicate e cantate da Giulio D’Agnello, suonate e arrangiate insieme ai Mediterraneo.

Nell’intervista dal titolo “Io e Gaber uniti dallo stesso mistero, Sandro Luporini parla di questa iniziativa con queste parole “Quando Giorgio è mancato, per due anni non ho preso in mano la penna. Ero proprio convinto che non avrei scritto più. Poi però ho ricominciato con un lavoro di Teatro Canzone con Patrizia Pasqui e l’attore Mario Spallino, ‘Il dottor Céline’, e ho convinto il cantante Giulio D’Agnello a passare dai tributi a Gaber a cose inedite scritte con me“.

Tra Sandro e Giulio, due conterranei molto simili come sensibilità e carattere, esiste una vera e propria amicizia personale che va al di là della collaborazione professionale. E a me non può che far piacere di essere amico di entrambi. Mi decido a parlarne ufficialmente (dopo essermi trattenuto per mesi…), con il benestare che mi hanno dato Sandro e Giulio. L’entrata in studio di registrazione darà il via alla messa a punto di questo album che segna un ritorno importante per chi ha amato le canzoni che Sandro Luporini ha scritto insieme a Gaber per molti decenni.

Ho visto nascere e crescere queste canzoni in molti lunghi mesi, dalla prima scritta alla fine dello scorso anno (”Forse un uomo”) fino a quelle degli ultimi giorni, ho visto come le parole sono nate, le correzioni, come la musica ha seguito l’intento di vestire con l’abito più adatto le sensazioni che suscitavano, mi ha sorpreso come Sandro sia attento anche all’aspetto musicale con consigli e suggerimenti. In quelle serate passate tra Viareggio e la provincia lucchese, davanti a qualche bicchiere di vino e al fumo di molte sigarette, quelle canzoni hanno preso forma e mi sono sentito emozionato e confortato ascoltandole e rendendomi conto che Luporini aveva ancora voglia di analizzare l’uomo, le sue miserie, le sue solitudini con la stessa forza di sempre.

Basta scorrere alcuni titoli per intuire subito che i temi sono i soliti che Luporini ha già trattato nella sua collaborazione con Gaber: “Forse un uomo”, “La pazzia”, “Il testimone”, “Il letto”, “Diogene” (un’invettiva su tutto e tutti, dal mondo della politica a quello dello spettacolo e della televisione, con alcune frasi da “denuncia”… chissà se ne permetteranno la pubblicazione o se seguirà la sorte della sua “madre” “Io se fossi dio”…) ecc.

Le canzoni scritte da Luporini ripartono dalla fine di “Io non mi sento italiano”, dalla necessità di cercare un uomo nuovo che parta dal quotidiano, dalla coppia, da “un uomo e una donna” per ricominciare la ricerca dell’individuo, di un nuovo umanesimo. Per questo in queste canzoni c’è molto amore (”date fiducia all’amore, il resto è niente”…). Inutile tentare paragoni con l’irripetibile esperienza del Teatro Canzone e della collaborazione Gaber-Luporini, non intendo farlo perché non è possibile e sarebbe un giochino senza senso, anche perché le emozioni che mi ha dato Giorgio so di non poterle, purtroppo, rivivere mai più. Ma indubitabilmente in queste nuove canzoni ritroviamo tutti i temi che abbiamo conosciuto nel TC, “aggiornati” ai nostri tempi.

In quelle canzoni, c’è la conferma che la rigorosa analisi dell’uomo e della realtà a cui G/L ci avevano abituato torna ora ad essere operante. Attraverso le parole di Luporini e la musica di D’Agnello, è possibile continuare ad ascoltare canzoni inedite che, su quella scia interrotta con la scomparsa di GG, ci parlano dell’uomo e della società con l’ironia, la dolcezza, la rabbia e talvolta la ferocia che abbiamo imparato a conoscere bene. La “metodologia di pensiero”, come io la definii tempo fa, è la stessa, il modo di porsi di fronte all’uomo e alla società è lo stesso. E non potrebbe non essere così perché quelle parole non le ha scritte un epigono, ma lo stesso Sandro Luporini, l’altra metà del Teatro Canzone.

Quando il 1° gennaio del 2003 la scomparsa di Giorgio Gaber colpì tutti noi, molti avvertirono, insieme al grande dolore, la sensazione che non ci sarebbero più stati “aggiornamenti”, che si stava chiudendo definitivamente il discorso, l’analisi, portata avanti col TC, e con essi la possibilità di sorprenderci, di riflettere ed emozionarci ancora, con canzoni come quelle che avevano accompagnato la vita di più di una generazione. Mi ricordo che mi capitò di scrivere, in quell’occasione, che quanti avevano visto in Giorgio Gaber un punto di riferimento non dovessero dimenticare che la presenza di Sandro Luporini rimaneva a rappresentare la garanzia di uno spirito critico, libero, magari utopistico (ma nell’accezione più bella che può avere questo termine) e che si dovesse guardare a lui per evitare che il rivolgersi all’opera di Gaber-Luporini diventasse solo una sterile celebrazione del passato, facendo invece in modo che quella loro “metodologia di pensiero” potesse continuare a nutrirci, a emozionarci, a non farci perdere la voglia di capire.

Sono passati poco più di due anni e, dopo un primo naturale momento di riservatezza, Sandro Luporini è tornato ad affiancare alla sua opera pittorica un discorso che torna a farci ancora emozionare con le parole e i suoni delle sue canzoni, in cui tutti potranno riconoscere sonorità, atmosfere e tematiche che abbiamo imparato a conoscere in quella ultratrentennale esperienza che fu il Teatro Canzone.

Veder rinascere ancora la possibilità da parte di Luporini di continuare a manifestare il suo pensiero e le sue emozioni, oltre che con la pittura, anche attraverso la veste musicale e interpretativa di Giulio D’Agnello e dei Mediterraneo, credo che rappresenti un grande evento culturale e artistico che mi auguro sia il punto di partenza di una più intensa e proficua collaborazione e di un percorso che continui ad analizzare con spirito libero e incondizionato le malattie dell’uomo e della società.

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La “Recherce” di Proust (di Gian Luigi Ago)

febbraio 17th, 2005 by Gian Luigi Ago

 

Si dice, non a torto, che nessuno può più essere lo stesso dopo aver letto “À la recherche du temps perdu” di Proust in modo approfondito, rigoroso, consapevole, avendo ben presente i diversi piani di lettura (romanzesco, di indagine psicologica, estetico, terapeutico  e molti altri)
Quest’opera monumentale (sette volumi di circa sei mila pagine fitte fitte) è considerata da molti studiosi non solo la più importante opera letteraria mai scritta ma addirittura il più grande capolavoro dell’ingegno umano.
Ma cosa ha di così particolare questa grande opera? Difficile dirlo in poche righe in quanto la sua complessità e la sua onnicomprensività emerge da diversi aspetti. Qui se ne può dare solo un accenno o qualche dettaglio per indurne alla lettura. Ad esempio quelle incredibili descrizioni in cui supera anche la meticolosità di Flaubert. Ma quella di Proust è una forma di descrizione analitica che va oltre il fatto estetico. Ogni oggetto per lui è un mezzo per rimuovere l’oblio per risvegliare sensazioni, emozioni, per ritrovare appunto il “tempo perduto”. Quando presentò a un editore la prima parte della Recherche gli fu risposto che era improponibile pubblicare un libro dove ci sono una decina di pagine per descrivere come uno si gira nel letto. Eppure lì e in altre descrizioni c’è tutto l’animo umano. Non a caso Freud ha preso molto da Proust e viceversa. E non è un caso che in quest’opera si possa intravedere un’anticipazione delle stesse neuroscienze.
Quando il piccolo Marcel bambino si appresta a inzuppare una madeleine (dolce francese) nel the, quel piccolo gesto dura  pagine e pagine e apre a un’analisi interiore di emozioni e sensazioni infinite, quelle che Proust chiama “intermittenze del cuore” (titolo originario dell’opera)
E poi c’è la scrittura stessa, altra grande protagonista. Il romanzo – se così riduttivamente vogliamo chiamarlo- si chiude nel momento in cui lo stesso romanzo  cominciava. in un circolo infinito. La fine del romanzo è la scelta di scrivere un romanzo, quello stesso romanzo: la Recherce. La scrittura è una conquista, perché per dirla con Proust “L’unica vita realmente vissuta è la letteratura”
E poi ci sono le tendenze filosofiche del pensiero filosofico europeo che nella Francia dell’ultimo Ottocento avevano trovato in Henry Bergson il loro maggiore rappresentante. Ma oltre che della filosofia spiritualista del suo tempo e di alcuni principi della poetica del decadentismo che da essa discendevano, Proust, nella Recherche, mostra di risentire anche di alcuni aspetti della tradizione classica francese espressi da autori quali Hugo, Saint-Simon, Balzac. Si tratta della tendenza a ricercare con scrupolo e razionalmente le cause degli eventi, “le verità dell’intelligenza”, che unite a quelle “delle sensazioni” dovrebbero costituire, per Proust, il contenuto dell’opera d’arte.
Come ho scritto all’inizio, la Recherce è difficile da spiegare o per lo meno occorrerebbero molti più dei migliaia di libri che ne parlano. Già riuscirlo a leggerlo tutto è un’impresa non da poco, perché è necessario soffermarsi su ogni aggettivo, su ogni sostantivo, mai inappropriati, sempre “definitivi” e questo in un libro in sette volumi richiede tempo e passione. Ma una volta entrati nella scrittura, nell’analisi dell’opera di cui il Tempo è il vero protagonista è difficile uscirne.
Cha altro dire? Non prendo provvigioni per la pubblicità che faccio al libro…. ma vivere senza aver letto quest’opera è sempre vivere, sì, ma se ne potrebbe discutere….. 


GIAN LUIGI AGO

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Un tesoro sommerso; il problema della divulgazione del Teatro-Canzone di Gaber/Luporini (G.L.A.)

gennaio 12th, 2005 by Gian Luigi Ago

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Capita di notare, urante interviste a giovani musicisti, che molti di questi ignorano Gaber.Il fatto che un musicista, per quanto giovane, ma comunque magari già di successo e facente parte degli “addetti ai lavori”, ignori ad esempio canzoni come “Io se fossi Dio”, riunisce in sé le solitamente contraddittorie categorie del sorprendente e dell’ovvietà.Questo e tanti altri episodi testimoniano di quanto sia limitata la “conoscenza” di Gaber e la “coscienza” della sua importanza. Già altre volte si è posta la domanda di come ovviare a questa situazione, di quali cioè fossero i canali, i metodi e le iniziative giuste per far sì che l’importanza di Gaber e di Luporini fosse congruamente recepita e valutata nel panorama culturale italiano (ma anche europeo).Io credo che nel nostro caso ci troviamo in una situazione analoga a quella di un “tesoro sommerso in fondo al mare”, a portata di mano ma di cui molti ignorano l’esistenza. Certo non è pensabile (né, credo, nelle intenzioni di alcuno) trasformare il fenomeno Gaber in un fenomeno di massa:com’è nella natura di tutte le cose di alta qualità, senz’altro resterà apprezzato da una minoranza, né quindi si pone il problema di “volgarizzarlo” ad ogni costo (nel senso etimologico del termine). Oscar Wilde diceva, credo a ragione, che non si tratta di rendere l’arte popolare, ma il popolo artistico. Però credo che il caso di Gaber e Luporini sia ancora diverso. Certamente chi conosce, legge, apprezza, che so, Pasolini, Borges, ma anche Montale, Ungaretti, ecc. non appartiene alla maggioranza, eppure, in questi e altri casi, anche chi non ha gli strumenti, la sensibilità e/o la possibilità di conoscere a fondo questi e altri autori, ne riconosce, anche solo “sulla parola”, per “sentito dire”, l’indubbio valore artistico-culturale. Questo succede perché gli ambienti culturali ne hanno, per così dire, “ratificato” la “valenza culturale”. Ecco quale credo sia il nocciolo del problema: l’opera di Gaber/Luporini è quasi sconosciuta o quantomeno incongruentemente valutata proprio dagli stessi ambienti culturali che avrebbero titolo e competenza per coglierne la grande valenza. Quindi ben venga la divulgazione “verso il basso”, cioè la diffusione delle opere di Gaber/Luporini al più vasto pubblico possibile, ma ancor di più sarebbe utile una divulgazione “verso l’alto”, nel senso che bisognerebbe operare perché gli ambienti culturali si accorgessero (o volessero accorgersi?) realmente di chi è stato Gaber e dell’importanza rappresentata dall’intera opera dei Nostri, dal punto di vista non solo artistico, ma anche culturale e intellettuale del secondo Novecento.Se questo accadesse allora forse potrebbe prodursi un effetto a “cascata gravitazionale” verso il basso che potrebbe spingere editori, addetti culturali, discografici, cineasti, ecc. a parlare, dibattere, produrre, pubblicare , investire su quanto hanno fatto e rappresentato Gaber e Luporini, raggiungendo così anche un pubblico più vasto, suscitandone la curiosità verso una maggiore conoscenza. E ripeto che non intendo la “massa” delle persone ma almeno i “gaberiani potenziali”. Io sono infatti convinto che molti che “potenzialmente” avrebbero appunto gli strumenti, la sensibilità, ecc .per conoscere e “innamorarsi” di Gaber, oggi siano “ignoranti” in materia in quanto non informati della presenza di questo “tesoro sommerso” nel mare della nostra apatia culturale e della massificazione mediatica verso il basso.

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ANCORA SU GABER/LUPORINI riflessioni tra labirinto borgesiano, utopia e logos (G.L.A.)

novembre 1st, 2004 by Gian Luigi Ago

Ci sono nell’opera di Gaber/Luporini versi, frasi, suoni che rimangono impressi nella mente, che sono come chiavi segrete per aprire e comprendere i giorni, che sono, dunque, possibili regole, norme per orientarsi o quantomeno segnali per individuare sentieri da percorrere, anche se so che questo non è mai stato da loro cercato intenzionalmente.

La loro “filosofia” era quella dello ”staccarsi dal frutto dell’atto”, cioè del “buttare lì qualcosa”, senza preoccuparsi del dopo. Questo ha portato, e forse porterà ancora, a fuorvianti interpretazioni o ad operazioni scorrette intorno alla loro opera ma, nonostante questo, la loro posizione credo che sia storicamente e culturalmente accettabile oltre che legittima.Ciò non ha impedito che i loro “princìpi” , seppur non volendo, siano divenuti punti di riferimento per molti, perché coincidono con molte delle nostre emozioni e ben si adattano alle risposte che vorremmo dare a domande da sempre insolute, diventando conferma dei dubbi che ci assalgono, dei nodi da sciogliere per arrivare alla “verità e, ancora di più, per “cercare la verità” nell’immenso mare magnum della nuova Utopia.

Gaber/Luporini sono, volenti o nolenti, “la domanda che turba, l’ironia che irride e soggioga, l’ambiguità che insinua, la frenesia razionale che sconsacra, l’apparente nichilismo che smonta gelidamente le tradizioni e disgrega le teologie”. Ma in questa apparente confusione, in questo “labirinto borgesiano” che è la loro opera, “noi” (…se potessi cominciare a dire noi…) riusciamo a trovare degli appigli verso un eternamente significante logos e il tutto senza rassegnazione e disperazione.

Questa universalità che prefigura quella che io amo definire “una crisalide di appartenenza”, non è fondata su dogmatismi ma appunto su una “metodologia di pensiero” che diventa in Gaber/Luporini anche una metodologia di vita (la coerenza del rapporto tra vita, pensiero e arte è una delle cifre distintive e centrali dei Nostri).

Questo sistema metodologico di pensiero è una forma/contenuto che credo possa ancora servire da riferimento, da filo di Arianna in questo viaggio utopico all’interno del nostro immenso labirinto. Borges sosteneva che il labirinto ha un duplice aspetto: da una parte è il caos in cui ci perdiamo, ma dall’altra ha pur sempre un suo “cosmos” un suo ordine segreto che guida Teseo al centro del labirinto dove sta il Minotauro.

Quindi questo caos, questo percorso è in fondo necessario anche se la sua complessità “labirintica” diventa il simbolo della nostra difficoltà a trovare chiavi, a capire, a scegliere, a sciogliere i nodi del caos.

Borges scriveva: ”…Ho scordato gli uomini che fui: seguo l’odiato sentiero di monotone pareti ch’è il mio destino .Dritte gallerie che si curvano in circoli segreti (…)parapetti in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe. Nella pallida polvere decifro ombre temute (…)”. E ancora: “Non ci sarà sortita, tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo (…) non sperare che l’aspro tuo cammino che ciecamente si biforca in due, abbia fine: è di ferro il tuo destino…”

Ma la verità esiste oggettiva e immutabile e anche se, come archetipi platonici, forse non la raggiungeremo mai, il nostro destino, anzi il nostro dovere, è quello di continuare a cercare e a cercare di capire, con speranza e utopia.

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IL PERCHE’ DEI RIFERIMENTI LETTERARI IN GABER/LUPORINI in particolare Céline (G.L.A.)

ottobre 20th, 2004 by Gian Luigi Ago

C’è nell’opera di Gaber e Luporini un florilegio di riferimenti che, lungi dall’essere copiatura, si struttura in qualcosa di molto elevato che definirei “competenza” intesa come capacità di acquisire conoscenza e trasporla in contesti diversi.

Tutte le citazioni letterarie presenti negli spettacoli di Gaber e Luporini rappresentano l’acquisizione del concetto “universale” di cui esse sono espressione, universalità che ne consente, a fronte della “competenza” dei Nostri, una rilettura e riutilizzazione in chiave nuova e ricontestualizzata pur nel rispetto dell’essenza originaria. Se pensiamo poi che tutta questa operazione genera a sua volta arte, questo meccanismo di citazioni è una delle meraviglie dell’opera di Gaber e Luporini.

Il fatto che fra tutte le citazioni letterarie presenti nelle opere dei Nostri quelle preponderanti siano tratte da Céline e Borges credo che abbia le radici in motivazioni profonde e non casuali.

Vorrei soffermarmi soprattutto sul versante céliniano. Il “Voyage” è un libro che può affascinare o irritare, ma mai lasciare indifferenti. Io lo ritengo un vero libro “cult”, imprescindibile e di un’importanza fondamentale, almeno per quelli che, come me, hanno avuto la sorte di nascere a metà del secolo scorso senza vederne l’inizio e che si trovano a vivere in questo nuovo secolo di cui non vedranno mai la fine. Céline è stato, prima di uno scrittore, un uomo straordinario, atipico, controverso, provocatore.

Alcune sue posizioni, che tra l’altro pagò di persona, possono risultare equivoche e squalificanti. Eppure Céline è stato al di sopra di tutto questo: grandissimo uomo e grandissimo scrittore. “Il suo “Voyage” è uno sguardo feroce sul Novecento, è l’immagine di un dolore per la natura umana mascherato da uno sguardo irriverente e sferzante, è un’autobiografia che si svolge tra Europa, Africa e America, in cui tutte le nefandezze e le miserie del secolo sono evidenziate, è una luce che illumina il buio delle nostre anime, è l’immagine di una Storia giunta inevitabilmente al capolinea.

E poi c’è quell’incredibile scrittura: il linguaggio, unico nella storia della letteratura, con inversioni di parole, alterazioni sintattiche, proliferare di avverbi e pronomi. Questo libro fu subito uno scandalo per forma e contenuti: attaccava le fondamenta della letteratura, minandone la legittimità. Il viaggio di Bardamu/Céline verso il “fondo” della notte (bout è “fondo” più che “termine”), dalla guerra alla morte, attraverso il colonialismo, il fordismo, la piccola borghesia, attraversa i più reconditi anfratti dell’uomo in una visione disperata e sarcastica della vita.

“Coraggio, Ferdinand, ripetevo a me stesso, per tenermi su. A forza di essere sbattuto fuori dappertutto finirai di sicuro per trovarlo il trucco (le truc) che gli fa tanto paura a tutti, a tutti gli stronzi che ci sono in giro, deve stare in fondo alla notte. E’ per questo che non ci vanno loro in fondo alla notte” (da Viaggio al termine della notte”).

Ecco: giungere fino in fondo all’ignoto per cercare il nuovo. Lo sguardo di Bardamu/Céline è uno sguardo lucido, critico, feroce, ma anche compassionevole.

Credo che in tutto questo si possa ritrovare molto dell’opera di Gaber e Luporini, pur con le dovute differenze. Non credo sia esatto dire che Céline (e così anche Borges) abbia influenzato l’opera dei Nostri, ma piuttosto che il loro sia stato un “incontro” fatto di parallelismi storici, umani, emozionali che ha permesso al “già espresso” di Céline di ritornare a essere mirabile “forma” di un omologo “contenuto” e soprattutto arte che genera arte.

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SANDRO LUPORINI E IL SUO“SARVAKARMAPHALATYAGA” (G.L.A.)

ottobre 13th, 2004 by Gian Luigi Ago

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La figura di Sandro Luporini riveste un’importanza fondamentale nella cultura italiana dell’ultimo Novecento.

Al di là dell’indubbia valenza artistica del suo realismo esistenziale pittorico, l’incontro con Giorgio Gaber e la nascita del “Teatro-Canzone” e del “Teatro evocativo” credo rappresenti un “accadimento” che ha segnato profondamente la nostra cultura. La “metodologia di pensiero” di Gaber/Luporini, il loro “sarvakarmaphalatyaga”, cioè il “distacco dal frutto dell’atto”, cioè il “buttare lì qualcosa” rappresenta a buon titolo il modo più “realistico” di essere politici dopo la caduta delle vecchie illusioni e, anche se spesso l’accusa rivolta loro è stata quella di qualunquismo, la loro opera è stata sempre animata dal desiderio di capire, di cambiare. Desiderio di verità.

Oggi Giorgio Gaber ci ha lasciato e la sua “assenza” è una presenza dolorosa per quanti lo hanno amato, conosciuto, apprezzato.

Ma la “presenza” di Sandro Luporini rimane un punto di riferimento artistico e di pensiero a cui va prestata la massima attenzione.

Il pensiero di Gaber/Luporini non ha mai avuto nulla di dogmatico o ideologico; non hanno mai lanciato messaggi, buttando sempre lì qualcosa in cui credevano in un determinato contesto storico, politico, sociale, culturale e personale. Io credo che abbiano anche vissuto contraddizioni, ripensamenti e probabilmente anche intuizioni sbagliate; ma hanno sempre cercato di capire, prescindendo dal voler “codificare”, simili a degli Ulisse danteschi che viaggiano per viaggiare, non per arrivare.

Questa è quella che io amo definire “metodologia di pensiero”: non esistono ortodossie rispetto al loro pensiero e dunque neanche eresie. La loro metodologia li ha portati volta per volta a riflessioni che appartengono a loro in quanto filtrate e non avulse dal loro vissuto personale, dalla loro sensibilità, dal loro percorso artistico e umano.

Il loro è un approccio alla vita e all’uomo che può essere utilizzato ma che può, a seconda delle diverse sensibilità, storie personali, ecc., portare a cose nuove e divergenti.

E questa è la ricchezza aggiunta di questa metodologia:la sua capacità di poter essere ancora viva, ancora feconda di novità, non ripetitive e/o banali.

Io non so come, nel tempo, Sandro Luporini continuerà il lavoro iniziato con Giorgio Gaber, come le sue riflessioni sull’uomo e sul mondo saranno manifestate al di là del discorso pittorico, ma credo che quanti hanno avuto in Giorgio Gaber un “punto di riferimento” non debbano dimenticare che la presenza di Sandro Luporini è una garanzia di uno spirito critico, libero, magari utopistico (ma nell’accezione più bella che può avere questo termine) e che si deve guardare a lui per evitare che il rivolgersi all’opera di Gaber/Luporini sia solo una sterile celebrazione del passato, facendo in modo che quella loro “metodologia d pensiero” possa continuare a nutrirci, a emozionarci, a non farci perdere la voglia di capire.

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PARADIGMI MUSICALI riflessioni sui metri di giudizio e di estetica musicale (G.L.A.)

ottobre 9th, 2004 by Gian Luigi Ago

Nella valutazione musicale ognuno si muove all’interno di propri paradigmi personali.

Io ho sempre pensato che il valore di una canzone non possa essere valutato operando un “sezionamento” delle sue parti e prescindendo dal contesto temporale, culturale, emozionale in cui la stessa canzone viene a collocarsi.Voglio dire che la tecnica, sia di composizione musicale che di versificazione, non è tutto e può a parità di livello assumere connotazioni valoriali diverse. E’ un po’ la stessa cosa che penso dell’arte in genere e, per restare in tema, nello specifico, dei musicisti.

So, ad esempio, che esistono strumentisti d’orchestra immensamente più bravi nel suonare la chitarra, che so, di un Bob Dylan o di un De Andrè e forse anche a comporre musica secondo dei canoni tecnico- compositivi, ma ciò non toglie che non saranno mai degli artisti e che la loro musica e/o le loro composizioni non avranno mai uguale “valore” rispetto a questi ultimi; e qui non intendo “successo” ma proprio valore nel senso di qualità.Questo perché, come ho detto, la tecnica è solo una componente che crea il valore.

Esistono canzoni con testi bellissimi e musiche scadenti e viceversa, oppure canzoni con testi e musiche bellissime o entrambe scadenti, ma non possiamo valutare assegnando un “punteggio” alla musica, uno al testo e poi sommare….

Non credo sia il modo giusto.

L’arte in genere ha valore se colpisce emozionalmente, condiziona culturalmente, determina socialmente, crea artisticamente, riflette generazionalmente, rivoluziona, ecc. Questo risultato può essere ottenuto anche e in massima parte dalla “tecnica” ma non esclusivamente da questa e a volte perfino prescindendo da questa.Direi di più: la stessa opera d’arte può avere valore o non averne a seconda del momento storico in cui è nata.

Credo che la connessione con il livello emozionale di un’epoca storica, con la sua cultura, anche con la sua politica e con il suo costume, concorra moltissimo nel dare o negare valore a una composizione. E poi “last but not least” il “valore personale” che ciascuno di noi può dare in base alla propria sensibilità, al proprio carattere, al proprio patrimonio estetico ed emozionale.

Vorrei aggiungere anche che, paradossalmente, la carenza musicale a volte diviene un “valore aggiunto” nel senso che mi capita spesso di domandarmi: “Ma se questa canzone, pur essendo scarsa nella struttura compositiva musicale, riesce a darmi tali emozioni (e probabilmente non solo a me) quale magia interna possiede?”

Lo stesso discorso vale anche per le cosiddette “cover”. Siamo sicuri che un pezzo di Dylan, per restare nel precedente esempio, cantato da un “bravo cantante”, senza la sua voce roca e nasale, ne guadagni? Siamo sicuri che un’impostazione da “buona scuola di canto” migliori la canzone? Non concorrono forse anche queste imperfezioni tecniche a creare la magia, l’unicità, l’atmosfera di un brano?” E’ vero poi che possiamo anche distinguere in base a canoni universalmente riconosciuti tra bellezza di musiche e di testi: penso che sia poco discutibile che un’opera di Puccini o Verdi rimanga bella anche cambiando il testo dei libretti (prevalenza della musica) o che un bellissimo testo possa rimanere tale anche con musiche più scadenti (prevalenza del testo). Credo che sia ovvio che la grandezza dei Beatles (e intendo anche delle singole canzoni) prescinda dai testi e talvolta anche dalle musiche (penso a certi loro “scherzi” musicali che non tolgono valore proprio in quanto vanno letti nel “contesto Beatles”).I tagli sulle tele di un Fontana o le foto dei barattoli di sughi Campbell’s allineati di Andy Wahrol possono essere considerati di valore non per il gesto tecnico in sé (che potrei fare anch’io….) ma per i significati sottesi che li hanno concepiti e per una “risposta” che possono rappresentare in un momento particolare della storia dell’arte.

Secondo me il problema resta sempre quello: non si può fare l’autopsia… delle canzoni.Dobbiamo recepirle nella loro totalità, con tutte le loro componenti.Anche se esistono canoni che possiamo azzardarci a definire universali e condivisi, a parità di epoche e culture, essi non devono mai prescindere da una valutazione di “gestalt”.

Poi ogni discussione è lecita a partire da questo: allora sì che possiamo anche convenire che un brano di Beethoven sia molto meglio di quello che posso scrivere io e così anche per un testo di De Andrè, ma questo è un altro piano del discorso.

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