( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

Gian Luigi Ago

febbraio 14th, 2004 by Gian Luigi Ago

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L’inattesa assenza di ogni tua parola

(A Giorgio G., 1 gennaio 2003)

Nel dipanarsi ruvido del Tempo,

tra i crepitanti fuochi

nel cielo di stanotte,

trattengo forte il tuo inusuale altrove

nel mio ricordo vivido;

e lo fermo

perché rimanga lì,

stagliato in controluce,

a dar motivo all’alibi

di un altro giorno ancora

con l’inattesa assenza

di ogni tua parola



A Giorgio G

Bavero alzato e sigaretta in mano

così ti vidi io l’ultima volta

sorriso dolce a “buttar lì” parole

come ogni sera, sull’orlo della vita.

Così mi salutasti, prima di andare via.

Non so se fu l’urgenza, quella della tua voce

O quella nuova delle nostre vite;

o l’attimo di buio nella sala

quando la luce piano piano cala;

o le tue pause che ci scoprivan muti

quando tutto scrutavi in noi,

per poi filtrarlo e restituirlo indietro.

Ma il congedarsi ci lasciava poi

sempre diversi, mai gli stessi.

Come parlavi Giorgio,

come parlavi!

Ci prendevi per mano dalle nostre poltrone

e ci portavi piano

dall’allegria al dolore,

dall’ironia al pensare

Quanto vorrei essere ancora

insieme a tanti altri

ad aspettare il buio nella sala

e a volte, sai,

sedendomi in platea,

quando il sipario s’apre,

mi piace immaginare, quando torna la luce,

di sentire parlare la tua voce



Capo Nord

La strada verso Hammerfest

sembrava non finire,

come logico archetipo

del nostro cammino

e nulla era più dolce e forte

di quel silenzio,

equilibrio cosmico

modulato su paure indecifrabili.

Dovevamo arrivare,

nonostante la notte luminosa,

oltre le regole capovolte

di quel sole irreale.

Fuori gli alberi, impassibili,

riciclavano muti

le irrequiete ferite

del nostro essere


Cronopatie

Dovrai pur fermarti un giorno.

tu corri verso il futuro e non ti accorgi

che fluisce già verso di te,

nonostante la tua corsa.

Così accorci solo questa finzione del Tempo

e inventi il moto dove nulla può muoversi

(paradossi o no quelli di Zenone?),

tu inaridisci la scelta nella ripetizione,

cerchi l’ubiquità dove non esiste limite,

ignori che siamo sempre al centro di spazio e tempo,

ribalti la tua afasia su piani immaginari

dove nulla esiste o tutto è già esistito.

Volerò sulla tua immobilità,

quando ti fermerai.

Sarò la memoria di quel tuo

Incessante incedere, oppure il Nulla


La palude

Nel campo la palude fangosa

ma tutt’intorno la pianura

e poi altre ancora…

e una regione enorme

ed altre ancora…

e tutt’intorno il mare

ed oltre il mare altre regioni,

altre pianure, altri campi,

altre paludi.

Fu allora che alzò gli occhi

e si accorse del cielo

pulito, immenso,

che nessuno sa dove finisca

e tutto copre:

mare, regioni, pianure, campi e paludi.

Sollevò la testa dal fango e si ripulì.

“Di te mi fido ciecamente -disse-

Insegnami a volare”


Risveglio

Tautologie sommerse

ricercano livelli più sensibili.

Nell’immediato svolgersi

di sopite sinapsi

sconfiggeremo i sogni

al limitare dell’alba



Maschere

Non serviranno

gli specchi di Borges,

quello immenso della natura,

nè le infinite biblioteche del sapere

a riflettere l’immagine autentica

del nostro essere.

Ci perderemo di nuovo

sui sentieri ciclici

della nostra parvenza


L’impaginatura dei sogni

La dinamica della mia memoria

si è incrinata per sempre.

Incespico tra i dettagli del tempo,

osservando le nostre vite

rotolare sull’oscillare delle illusioni,

agitandosi impietose

tra l’impaginatura dei sogni.


Aleph

Lo smarrito sentore del Tempo

si slarga nell’abbraccio smisurato

della notte e miriadi di assonanze

infrangono lo svolgersi convenzionale

della parola

Suoni improbabili,

parole finalmente libere

dall’organica gabbia  della frase

mi travolgono,

restituendomi alla dimensione

che sempre ci è appartenuta,

al gusto della parola sola, originaria

giocata su un pentagramma

finalmente senza righe

E mi ritrovo, anche se solo per un attimo,

incredulo e felice tra lo scenario

incommensurabile dell’espressione pura



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