( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

Claudia Frandi

maggio 5th, 2006 by Gian Luigi Ago

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IL CARNEFICE

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Le sue mani ossute, stringevano la preda, dimenatasi per poco sotto la prepotente pressione; le vene mutavano spessore emergendo dalle braccia scarne, ma vigorose.

I tendini andavano delineando le sagome dei muscoli.

Tozzo, il collo, in ultimo sforzo, si gonfiava fino a rassomigliare ad un rospo nell’atto del corteggiamento.

L’uomo piano sentì la pressione diminuire sotto le dita contratte ed il rilassarsi dei muscoli della vittima, segno di rassegnazione al destino decretato dal suo carnefice.

Smise di stringere e lasciò cadere il corpo inanime sul freddo bancone di marmo, sua lapide, si voltò a prendere l’accetta, getto un breve sguardo(indietro)agli occhi sbarrati, fermi su di lui, pensò che erano imbarazzanti e così per liberarsene sferrò un colpo proprio alla base del collo.

La testa pelosa saltò via rotolando sul pavimento.

Sollevò il primo strato di pelle e la strappò scoprendo i tendini vividi di sangue.

Poi con calma divise il corpo in parti: cosce, petto,…tutto diventò un’entità distinta.

Finita l’operazione depose il tutto in una pentola a vapore.

Coniglio a cena, stasera.

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NECESSITA’

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Necessità di cavar fuori dal nostro seno la rosa germogliata dalle tante spine, per poi rincorrerla affannati e felici nelle buie foreste del nostro essere.

Necessità di liberarci del nostro cumulo di atroci verità che poi abbiamo bisogno di ricavare poiché il solco si fa sentire. E grava sui nostri cuori la mancanza di ciò che può farci sentire vivi.

Sangue che pulsa insistente sotto le vene. Non faccio fatica a vederlo zampillare davanti ai miei occhi da una preda che di certo, se non per mano della morale, lascerei morire.

Trionfale immagino l’atto in cui mi confermerei sul corpo da me stremato.

Trionfale ed armoniosa nei miei gesti che hanno dato fine all’Essere da me tanto sospirato.

Essere, Essenza la stessa che nelle buie foreste andavo cercando, rincorrendo, bramando.

Essenza che è ancora appendice di me e mi deve ancora terra affinché io possa ricoprire il solco da lei lasciato nel mio cuore. Che batte! Batte! In funzione ch’ella lo senta e tremi perché a lei sto avanzando!

Quasi arriverei davanti ai suoi occhi a carponi, umili citazioni solo per lei avrei ed appena vedessi gli occhi farsi languidi, il colpo alla base del collo ed ai miei piedi la farei scivolare.

Sempre carponi striscerei accanto a lei, annusandone l’odore.

Il sangue che dalla ferita sgorgherebbe vivo sarebbe copertura al mio solco e fertile essenza da rendere nuovamente germogliata quella terra, la mia , da me creduta ormai sterile.

Placida accoglierei l’ultimo suo respiro e si poserebbe un velo di malinconia sul mio cuore sentendola andar via dopo l’ultimo gioco.

Disonesta l’ho incastrata, me ne vanto ed in solitudine mi crogiolo alla luce velata della notte.

Il freddo riempie le ossa di lei non toccando le mie.

Piano la mia pelle si fa più lucida, splendente. La sua rinsecchisce al pallore lunare. Le mie labbra palpitano vermiglie, le sue avvizziscono. Il mio corpo germoglia di sensualità mentre il suo sprofonda nell’arsa terra rossa in cui avvinghia ancora le unghie.

Risalirei il collo scarno, il mento, le labbra, i timidi zigomi e nel riflesso dei suoi occhi sbarrati, tra le sue paure, riconoscerei le mie.

Dimentica dell’atto che mi ha appena visto trionfatrice tornerei indifferente tra i mortali, ma pregherei ogni notte affinché mi venisse tolto il fardello del corpo pesante che, invisibilmente, mi porto appresso.

E pregherei l’amico, pregherei il fratello, il pescivendolo, il servo, pregherei il masso al centro dello stagno ed il rospo che vi sta sopra.

Ma ignari della mia croce mostrerebbero il languido sguardo e da me un feroce colpo inevitabilmente sarebbe sferrato.

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TI HO DOVUTO

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“Ti ho dovuto incrociare,

assaporare la tua

fugace essenza,

sfiorarti per sapere quanto

lacerante sarebbe stato negarti al mio cuore,

e se ti ho visto,

ti ho visto sparire.

Ho dovuto assaggiare

il sale dalle tue labbra

ebbre distillato

per sfuggire ogni mia emozione

che ora più non penetra

la congelata mia ingenuità.

Ho dovuto essere felice,

farfalla mia,non ne ho potuto fare a meno.

Del tuo delirio ero lo stendardo su cui sei salito

per vedere da un po’ più in alto

che eri già in cielo.”

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FRAMMENTI DI UN UOMO….CHE NON C’ERA

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Occhi dipinti, d’un grigio perlato. Tracciava il suo cammino un percorso di gigli. E’ un uomo sfumato, quello dinanzi a voi oggi.

Si è perso in un giorno di marzo, tra i campi d’oro, sotto un sole promiscuo.

Si è perso nei suoi pantaloncini a quadretti scozzesi rossi e verdi; si è perso nella sua camicia ocra sotto le bretelle mimosa. Nei suoi calzettoni bianchi dentro la sua sacca di pelle, si è perso.

Si è sdraiato al sole, facendosi spazio tra i fili d’erba sibillini.

E lì è scomparso.

Sono passati trent’anni.

Ed eccolo di nuovo a noi.

Non possiamo spiegarci come sia ritornato, né con quale escamotage abbia ingannato il tempo così lontano da qui e poi magari…molto vicino…chissà.

Possiamo credere, se da parte nostra vi è l’interesse, che sia uscito dalla stessa giacca che l’aveva sottratto al mondo . Quella medesima che si è portato appresso sin d’ora.

Ma voi, voi che non vi siete mai persi, sempre in compagnia di voi stessi; voi come potete capire il dramma di quest’uomo?

Pensate.

Se un giorno, una mattina come le altre cercandovi nel letto non vi foste trovati?

Di certo non avreste creduto subito alla realtà che vi si proponeva. Ma dopo esservi cercati in bagno, sotto il tavolo della cucina, tra i divani ed in ogni altro luogo della casa, che avreste fatto?

Sareste di certo usciti, all’aperto, a cercare nei posti che erano soliti avere la vostra compagnia.

Bene , quest’uomo, che è oggi qui dinanzi a voi, non si è più ritrovato.

Ha dichiarato di aver sin noleggiato una mongolfiera, pochi mesi fa, nell’estremo tentativo di esaminare nuovamente , ma da un’altra prospettiva la città, vicolo per vicolo. POVERO DIAVOLO.

Ed ora rispondete ad un quesito che mi assilla: nell’animo della signoria vostra quest’uomo è condannato?

Questo tormenta la mia persona.

Da buon avvocato non intraprendo mai una causa senza un cospicuo anticipo – siamo pescecani in un mare di squali – , ma quando questo corpo stanco si è presentato nel mio ufficio le sue occhiaie mi hanno detto che aveva una storia da raccontare e così ho ascoltato…

Tremante, sfinito dalla testa ai piedi non riusciva a quietarsi andando da una parte all’altra del mio ufficio con passo inquietante finché al mio secondo invito di sedersi si accasciò sulla sedia.

Mi parlò dell’aratro, di quel giardino, del sole accecante della campagna toscana. Quando si perse. E mi parlò dello sgarbo fatto a Vostra Signoria e  a tutti i cittadini di questo paese salendo sul tetto della chiesa in quel modo…insomma quest’uomo è andato nudo fin lassù non per sdegnare la Vostra Persona, ma se stesso. Era l’ultimo porto d’un viaggio in tempesta.

Forse vedendosi così ridotto, vergognandosi di sé sarebbe tornato, Se Stesso, almeno per tirarlo giù dal campanile.

Capite, ora Voi, che lo sgarbo l’ha fatto a se stesso?

Potete Voi condannare un uomo che già da solo si punisce? Ogni giorno della sua vita è la sua condanna.

Se la risposta è “sì” allora fatelo pure, ma prima dovete trovarlo, Giancarlo Giarlo, non è più tra noi da trent’anni…….

La giuria attonita, dopo essersi ritirata chiese se si potesse avere una foto di questo presunto Giancarlo Giarlo .

L’accusato non ostentò un attimo.

Portò la mano al portafoglio, lo rubò dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo aprì e vi sfilò una foto in bianco e nero. La porse al suo avvocato che gli gettò uno sguardo fuggente come se avesse già presente l’immagine e volesse solo accertarsi che si trattasse di quella richiesta dalla giuria.

L’avvocato la prese e la porse al capo giuria.

L’uomo levatosi per un attimo tornò a sedersi esaminando il “corpo del reato”. Dopo poco destò gli occhi dalla foto e la passò agli altri membri della giuria. L’esaminazione durò un paio d’ore.

Volete sapere come è andata a finire tutta questa storia? Giancarlo Giarlo fu condannato…c’era da aspettarselo, il mondo non è pronto a tanta chiarezza. Perciò un consiglio: se capitasse anche a voi di smarrirvi…SSSSSH  Non fatene parola con nessuno. Se potete andate in un posto lontano e solitario. Solo lì soli soletti potrete ululare alla luna la vostra solitudine senza essere giudicati da un branco di ignoranti , stizzosi e un po’ gelosi che rappresentano benissimo la popolazione umana.

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MESTIERE DI POETA

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E’ scrosciante il getto ed il tonfo con cui la vita apre la tua esistenza.

“E luce fu” da un antro oscuro o da una caverna sinistra?

Dove abbiamo mosso i nostri primi passi?

I primi passi da uomini certo,..

Ma quelli da poeti?

Noi narranti dove siamo venuti al mondo? Quale fertile terreno ci ha consegnato all’aria e a questo odore di vita che nessuno di noi riesce a levarsi di dosso?

E poi una canzone, sonetto sillabato ci porta via e già non siamo più in grado di dire se fu dolce o reale.

Quando il mondo ci attraversa ci diamo a lui, che muova egli la nostra mano.

Che regga il nostro passo all’arricchirsi di vita-arroganti a volte regnanti del mondo

altre mendicanti.

Certo è che il vestito è sempre troppo largo e tuttavia troppo corto.

Siamo spazzacamini per vocazione

che si lamentano della notte

mentre sognano

La Luna.

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POESIA DELL’ABBANDONO

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Ti stringi

a uovo per attutire

nascondi dietro una forma scivolosa la porosità della tua pelle

che di tutto si impregna e odora.

Sono sulle tue natiche i ricordi voluttuosi del passato rosso.

Sono su i tuoi fianchi i ricordi di rocambolesce vicissitudini.

Sono sulle tue spalle i pesanti ricordi della perdita.

Tutto su di un corpo che stenta a reggere il passato per affrontare il suo presente.

Un latrato riempie il vuoto sonoro del tuo cuore.

Un sibilo percorre i polmoni sincroneggiando il tuo respiro.

Sei inesatta.Sei inattesa.Ma soprattutto sei inadeguata.

Speri sterilmente.

Sei peccaminosa preghiera impronunciabile.

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Nozione di tessuto non curante dei ricordi blu fiamminghi con cui ricopro il tuo viso negli annali delle mie memorie.

Spegne la candela nello sguardo dell’oblio di pomice e piume ricade sul tavolo la noce

Scavata a mani nude.


ha perso l’anima

ed è leggero allontanarsi

quasi fosse il mio mestiere.

Cantiere di sentimenti

ferrovia di sensazioni

autolavaggio per sbagli sgualciti

evidenza offuscata

domanda senza incognite

comprensione senza compassione

pedina senza gioco

altalenante singhiozzo di arcigno imbarazzo

desumi il tratto dalle slavate pagine .

Consumi con commensali glabri pasti

Senza denti.


Danza

come spasmo nevrotico

contrae i gangli

prostrati ad ogni battito da polmone    amplificato.


E’ la trachea a tenere

ogni ritmo dei nostri malevoli

umori.

Ritirati per poca compartecipazione

in strazi aggiustati da sentinelle

ipocondriache

per dazi non pagati.

Gioca con i pensieri solerti

d’un anno in rivolta

la tela

sporca delle mie intenzioni

non posso cedere il passo

a sotterrare l’anima sotto dirupi di macerie.

Cimeli accagionabili

trattenuti da rospi ingordi di ricordi velenosi

che bloccano lo stipite alla porta della malinconia.

Ti aspetto sul bordo di tutte le parole da me sussurrate, sul pendio della mia rettitudine

t’aspetto per poter protesa intravedere l’arcano delle tue voglie scolpirsi sulle mie labbra pronte a ricevere.


Rosso sgomita sul ciglio di ogni nostro sguardo la cometa di tutti gli intenti che non possiamo più sussurrare.

E’ una stretta malevola quella che ti impongo dall’ebano delle mie dita.

Ti estraggo.

Come rumore d’onda condita di ricordi, non avanzi il passo,

fenice incatenata,

e nel deserto delle mie intenzioni

mi dimentico di aver chiuso con te.

Ci sono piccole rondini di vetro a grattare il mio cielo,

mi arrampico smodata sulla scala incerta della mia caparbietà,

tutto stride di saccenti umori e sorrisi nel vento.

Come valore indecente,

come valore bollato che non sai a chi spedire

come valore sprecato e non vai a canestro

come cieco che non vede la rotta e sensitivo che non stima la distanza dal pericolo

mi ribello per non interferire

e le mie poesie sono le mie visioni di farina e vento che prendono corpo sul viale del meridione.

Anima abbandonata

scalda sul divano il nonno la tela

e resto muta.

Poco può il mio passo sulla linea del tempo

poco può il mio io nei guazzabugli della tua psicanalisi

e sono luci interrotte quelle che vedo

sul viale che conduce

inerte guida ghibellina

ai neri spazi dell’anima mia.

Si rivolta l’immagine

sulla sua sfavillante incudine

incido la mia sigla

la stessa che un giorno

d’uggiosa provenienza,

abbandonai a stento.

Barbara investitrice di fragili ricordi.

Di che colore è il tuo vestito nuovo?

Mi appallottolo nel mio riflesso

e resto qui

apparentemente priva di sensi.

Ingordigia di organi cementati.

Chi si muove in questo mio petto?

A mani aperte è la terra che scorre

vivacemente dalle unghie mie trattenuta.

Erra il passo come su di laguna ardente.

Minaccia la tempesta

un cuore perso in spirali di solitudine.

Hai lasciato

dal letto sfatto

antichi dissapori avvinti nella chioma .

Disilluso

d’ogni possibilità di cimentarti nell’altrui conoscenza

arretri il passo

davanti ad un nuovo sguardo che nulla sa

delle notti di bufera tua interna, del contorcerti avvinghiato alle budella altrui.

Gomorra di occhi placentati

vitrei intendimenti che non puoi comunicare.

Ci sono ottusi sentimenti,

rimbalzano sulla tua cornea

in un dissapore di sguardo altrui.

Non cogli l’accento,

si fa monotono il tutto.

Come spiegarti che un cuore non batte per l’altrui intenzione?

“Di notte penseranno di aver visto il sole
Quando si vedrà il porcello mezzo uomo.
Rumore, canto, battaglia nel cielo si vedrà ,e si udiranno
parlare le
bestie malvage.” Nostradamus                                                                                                              Centuria I Quartina 64

E’ vietato fare rumore

ogni dito alzato è una minaccia

ogni sibilo un insulto

i portavoce sono disoccupati

da contratto

ed io attonita guardo i miei giorni senza sapere che farne.

Perché non batti più?

Hai smesso di giocare lasciando ogni pedina in disordine.

E nell’intento di ritrovare il Nord perdo il mio Sud.

Pensando d’esser arrivata devo ripartire.

La mia anima si squarcia

la mia anima si riduce

divampa in lei ogni tormento in spore di rosa

di tutte le parole che non ti posso più dire

di tutte le parole che non posso più pronunciare.

Dolce è il dolore che mi culla lontano da ogni nostro ricordo.

La spirale evanescente di petali di memoria risucchia la mia rettitudine.

Ma il vascello ha vele troppo piccole e venti deboli poiché, amico mio, mi

trovo a scorger sovente la costa  dopo giorni di navigazione.

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Edelweiss Tedesco

febbraio 14th, 2004 by Gian Luigi Ago

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Poesie, biografia e cenni critici di Edelweiss Tedesco si

trovano nel Sito a lei dedicato, a questo link:


http://edelweiss.altervista.org/



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Orazio Puglisi

febbraio 14th, 2004 by Gian Luigi Ago

Sito di Orazio Puglisi:  PENSIERI


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LONTANA

Lontana, e pur vicina nella mia mente,
mi sembra di cogliere il tuo respiro
i tuoi pensieri, il tuo profumo.
Leggo nella tua mente cio’ che vorrei che sia,
i miei desideri, le mie passioni.
ma non ci sei.
Se pur vicina sei lontana
le mie fantasie si infrangono
contro kilometri, valli e colli
vorrei ti giungesse il mio pensiero
che vorrei fosse il tuo
il ricordo di pochi momenti, istanti
ma e’ solo fantasia
una mia inutile fantasia
frutto di lontana nostalgia
frutto di frammenti ,
di personali fraintendimenti,
di inutili momenti della mente che mente.

COGLI IL MIO SGUARDO


La mente va corre, accende

il fuoco, l`alimenta, vive situazioni,

dialoghi che mai avverranno.

Cerco di trasmetterli con lo sguardo,

quello sguardo che provoca imbarazzo,

che cerca di cogliere la tua complicita che

forse è solo frutto della mente che va

Ma se così non fosse, accoglilo su di te,

fa che almeno lui possa accarezzare

quel tuo corpo che mai potrò sfiorare,

fallo insinuare dentro di te,

regalami le immagini che si proietteranno in me

in quell`incontro di passione che ogni notte

mi accompagna, … ti accompagna?

Una passione che mai esploderà, forse ,

ma sempre vivrà nella tua visione.


CERCAMI


Cercami, dentro di te, nella tua testa,

quando non sai perchè ti senti sola.

Cercami nella notte,

con la mano fra le pieghe delle lenzuola,

quella mano che a poco a poco

si sposta su di te, si sposta dentro te.

Cercami quando con lui ansimi gemiti distratti,

mentre la mente corre verso mete mai raggiunte

Cercami fra i meandri del tuo cuore.

Mi troverai, mi troverai ad attenderti, lì

appoggiato al tuo subconscio,

per volare insieme in quei luoghi di passione,

volare, finalmente, verso la trasgressione.


ALMENO UNA VOLTA



Scegli l’irrazionale, segui l’istinto, non fermarti a pensare,

segui l’irrefrenabile desiderio che ti spinge oltre la soglia

della tua normalità.

Almeno una volta.

Accetta l’invito del fuoco che ti viene da dentro, non

soffocarlo, non riusciresti a spegnere tutte quelle piccole

scintille che alimentano il tuo peccato;

vivilo, lascialo crescere, alimentalo per non vivere all’ombra di ciò che non hai fatto.

Crea l’occasione, studiala, perfezionala, sii regista

della tua sceneggiatura,tramuta in realtà ciò che il subconscio ti suggerisce e che tu, da sempre, respingi a fatica travolta dai tuoi sensi di colpa che, rimarranno in te anche se non darai un senso ai tuoi sogni.

Ora va’ finalmente libera di interpretare te stessa,

di vivere in modo reale tutto quello che hai mille

volte vissuto dentro di te.

Almeno una volta.


DIO QUANTA GENTE


Ti amo, ci sposiamo,

Dio quanta gente.

La casa grande, la piscina, il giardino,

le cene, gli amici, il bambino.

Dio, quanta gente.

Le liti, ci lasciamo,

la casa grande, la piscina, il giardino,

le cene, gli amici, il bambino.

Non ho più niente.

Resto solo,

Il lavoro, il bilocale, l’osteria,

una nuova vita, una nuova via

Dio, dov’è finita tutta la gente?

Rinuncio a tutto, la casa, il giardino,

ma fammi vivere il mio bambino,

lo amo, mi manca e lui lo sente

e al diavolo te, gli amici, la gente.


LEGAMI


Ho capito, conosco il gioco,

legami sono d’accordo.

Legami e prendi ciò che vuoi,

così come mi vuoi.

Fa che io non mi possa opporre

al piacere che mi doni,

fammi sentire prigioniera

di un rapporto di passione

che ti vede per un’ora

mio signore, padrone, il migliore.

Bendami, fa che io immagini e non veda,

che senta le tue mani

impazzite sul mio corpo,

che senta il tuo profumo,

l’odore del tuo sudore.

Col desiderio e la paura di

non esser da soli in questa stanza.

Legami, bendami, per un’ora

e non ti accorgi che son io

che ti rendo cieco per la vita,

che così a me lego la tua vita

.

VECCHIO PAZZO

AMORALE, IMMORALE
SBAGLIATO , IRRAZIONALE
COSI’ QUESTO ARDORE,
SPLENDIDA OSSESSIONE
SEMPRE SPENTA
DA INDIFFERENZA, FREDDEZZA,
SERIA CONSAPEVOLEZZA.
PASSIONE DISATTESA
CHE OGNI GIORNO SALE, MONTA,
SI ALIMENTA, DESIDERA, SOGNA
QUEL COLLO DA BACIARE
LE GAMBE DA GUARDARE,
IL CORPO DA SFIORARE.
UN VULCANO TURBOLENTO
URTATO DA UN ICEBERG
A RAFFREDDARE
LE INUTILI ATTESE
DI ASPETTATIVE NOTTURNE
SEMPRE RESPINTE CON CELATO SDEGNO,
SENTIMENTO DELUSO
DI UN VECCHIO PAZZO… ILLUSO


.

MUOIO

Vado, non corro,
con passo costante
mi allontano,
fermarmi più non posso
è giunto il tempo,
anche se non voglio
a fatica mi tiran via,
vado,
con il tuo nome in gola
muoio

.

GIU’ NEGLI INFERI

Perdermi in te come da sempre
con il mio sguardo che cerca timidamente di scoprire e cogliere segnali,
e rubare immagini proibite sempre cercate, sempre sognate.
E tu che a quegli sguardi ti indigni ti imbarazzi, ma poi pian piano ti apri,
d’un tratto sfacciata, libera, disinibita mentre scopri i tuoi segreti nascosti da leggere stoffe,
nella paura della consapevolezza che è meglio vivere
con i rimorsi per ciò che hai fatto
che non con i rimpianti di ciò che non è stato.
E segui quel gioco forse immorale, forse volgare
che con inaspettata audacia trasforma nella Tua mente
lo sguardo, in esperte mani che ti spingono giù nei bui inferi a
combattere fra bene e male, lasciandoti poi sopraffare da quel peccato
sempre rigettato ed altrettanto sognato .
Grata, compiaciuta di sentirti desiderata, eccitata,
così lontana dal Tuo essere Seriosa, rigida e spesso lontana,
finalmente libera di sentirti un po’ …..

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A RICCARDO

CIAO RICCARDO
OGGI SEI NATO
E’ SPLENDIDO, E’ STRANO
FORSE ERO IMPREPARATO.
E ADESSO?
COSA TI DIRO’? DI COSA PARLERO’?
DEL MONDO IN CUI VIVIAMO,
DI QUELLO CHE VORREMMO
O DI QUELLO CHE NON SIAMO,
NO, PER ORA NO, MEGLIO TU LO SCOPRA PIANO.
MEGLIO DIRTI CHE TI AMO
MEGLIO TRASMETTERTI QUEL CALORE
CHE FIN QUI, DA SEMPRE,
MI FA VIVERE NELL’AMORE.
A VOLTE SEMBRA NON SERVIRE A NIENTE
NON TI FAR FREGARE, E’ IL MONDO CHE MENTE.
VIVI NELL’AMORE, CON PASSIONE, CON ONORE
E QUANDO TI CAPITERA’ DI NON CAPIRCI NIENTE,
VIENI DAL NONNO, CHE ANCORA CON AMORE,
TI DIRA’ COME TRATTARE
TUTTA QUESTA STRANA GENTE.

.

ORA NO

La casa grande,
vuota,
il silenzio, la calma.

Ricordo frenetici momenti,
momenti d’altri tempi
fatti di urla, giochi,
preoccupazioni.

Ora no,
ci cerchiamo, ci seguiamo,
ascoltiamo il silenzio
che parla di noi,
di tenerezze,
piccole attenzioni,
mai noia, monotonia,
per questa storia
di rispetto, amore,
e ancora grande emozione.

La casa grande,
vuota,
eppure piena come fosse
una piccola stanza che
fa fatica a contenere
quel sentimento,
quel grande amore
che nel silenzio vive,
si alimenta e mai, per me,
muore.
TI AMO… ORAZIO

.

PAZZO

Che volete?
Chi vi ha chiesto niente,
lasciatemi stare, qui,
sul gradino,
qui in strada seduto a ricordare.
Cosa ne sapete, di chi ero, cosa facevo,
fate finta di capire, mi schernite, ridete,
ma voi chi siete?
Passate col visone,
avvolti nel paltò,
guardate, giudicate, mi chiamate,
come lo scemo del villaggio,
pazzo, pazzo, sì sono pazzo,
e voi?
dov’è il vostro coraggio?
nascosti come siete
da immagine costruita.
Io alle spalle ho una vita,
questa è ancora la mia vita
su un gradino,
qui per strada a ricordare
a rimpiangere e sognare
o su di un muro a disegnare.

.

BASTA

BASTA E’ FINITA,
MI RASSEGNO,
HO PROVATO DI TUTTO
PER ENTRARE NEL TUO CUORE,
ALMENO NELLA TESTA.
… NIENTE
EPPURE CI HO CREDUTO
PER UN ATTIMO HO PENSATO
LEI PUO’, LEI VUOLE
E’ COME ME
MOSSA DA AFFETTO,
CURIOSITA’, FANTASIA.
PAZZA SFIDA,
EROTICA SCOMMESSA
DA AFFRONTARE, VIVERE,
GIOIRE E CHISSA’ FORSE SOFFRIRE
PER UN PECCATO INUSUALE
UN GIOCO DA INTERPRETARE
PER UN’ORA, PER SEMPRE
O FIN CHE LA MENTE REGGE
QUELL’INCOSCIENZA,
LA TESTA TROVI IL CORAGGIO
DI LOTTARE CON LA COSCIENZA.
BASTA, BASTA
INUTILE DESIDERIO
CHE SI INSINUA CON INSISTENZA
LASCIANDO IL VUOTO
IN UNA PICCOLA ESISTENZA.

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Gian Luigi Ago

febbraio 14th, 2004 by Gian Luigi Ago

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L’inattesa assenza di ogni tua parola

(A Giorgio G., 1 gennaio 2003)

Nel dipanarsi ruvido del Tempo,

tra i crepitanti fuochi

nel cielo di stanotte,

trattengo forte il tuo inusuale altrove

nel mio ricordo vivido;

e lo fermo

perché rimanga lì,

stagliato in controluce,

a dar motivo all’alibi

di un altro giorno ancora

con l’inattesa assenza

di ogni tua parola



A Giorgio G

Bavero alzato e sigaretta in mano

così ti vidi io l’ultima volta

sorriso dolce a “buttar lì” parole

come ogni sera, sull’orlo della vita.

Così mi salutasti, prima di andare via.

Non so se fu l’urgenza, quella della tua voce

O quella nuova delle nostre vite;

o l’attimo di buio nella sala

quando la luce piano piano cala;

o le tue pause che ci scoprivan muti

quando tutto scrutavi in noi,

per poi filtrarlo e restituirlo indietro.

Ma il congedarsi ci lasciava poi

sempre diversi, mai gli stessi.

Come parlavi Giorgio,

come parlavi!

Ci prendevi per mano dalle nostre poltrone

e ci portavi piano

dall’allegria al dolore,

dall’ironia al pensare

Quanto vorrei essere ancora

insieme a tanti altri

ad aspettare il buio nella sala

e a volte, sai,

sedendomi in platea,

quando il sipario s’apre,

mi piace immaginare, quando torna la luce,

di sentire parlare la tua voce



Capo Nord

La strada verso Hammerfest

sembrava non finire,

come logico archetipo

del nostro cammino

e nulla era più dolce e forte

di quel silenzio,

equilibrio cosmico

modulato su paure indecifrabili.

Dovevamo arrivare,

nonostante la notte luminosa,

oltre le regole capovolte

di quel sole irreale.

Fuori gli alberi, impassibili,

riciclavano muti

le irrequiete ferite

del nostro essere


Cronopatie

Dovrai pur fermarti un giorno.

tu corri verso il futuro e non ti accorgi

che fluisce già verso di te,

nonostante la tua corsa.

Così accorci solo questa finzione del Tempo

e inventi il moto dove nulla può muoversi

(paradossi o no quelli di Zenone?),

tu inaridisci la scelta nella ripetizione,

cerchi l’ubiquità dove non esiste limite,

ignori che siamo sempre al centro di spazio e tempo,

ribalti la tua afasia su piani immaginari

dove nulla esiste o tutto è già esistito.

Volerò sulla tua immobilità,

quando ti fermerai.

Sarò la memoria di quel tuo

Incessante incedere, oppure il Nulla


La palude

Nel campo la palude fangosa

ma tutt’intorno la pianura

e poi altre ancora…

e una regione enorme

ed altre ancora…

e tutt’intorno il mare

ed oltre il mare altre regioni,

altre pianure, altri campi,

altre paludi.

Fu allora che alzò gli occhi

e si accorse del cielo

pulito, immenso,

che nessuno sa dove finisca

e tutto copre:

mare, regioni, pianure, campi e paludi.

Sollevò la testa dal fango e si ripulì.

“Di te mi fido ciecamente -disse-

Insegnami a volare”


Risveglio

Tautologie sommerse

ricercano livelli più sensibili.

Nell’immediato svolgersi

di sopite sinapsi

sconfiggeremo i sogni

al limitare dell’alba



Maschere

Non serviranno

gli specchi di Borges,

quello immenso della natura,

nè le infinite biblioteche del sapere

a riflettere l’immagine autentica

del nostro essere.

Ci perderemo di nuovo

sui sentieri ciclici

della nostra parvenza


L’impaginatura dei sogni

La dinamica della mia memoria

si è incrinata per sempre.

Incespico tra i dettagli del tempo,

osservando le nostre vite

rotolare sull’oscillare delle illusioni,

agitandosi impietose

tra l’impaginatura dei sogni.


Aleph

Lo smarrito sentore del Tempo

si slarga nell’abbraccio smisurato

della notte e miriadi di assonanze

infrangono lo svolgersi convenzionale

della parola

Suoni improbabili,

parole finalmente libere

dall’organica gabbia  della frase

mi travolgono,

restituendomi alla dimensione

che sempre ci è appartenuta,

al gusto della parola sola, originaria

giocata su un pentagramma

finalmente senza righe

E mi ritrovo, anche se solo per un attimo,

incredulo e felice tra lo scenario

incommensurabile dell’espressione pura



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