( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

Copertina cd “Forse un uomo” di Sandro Luporini / Giulio D’Agnello e i Mediterraneo

febbraio 21st, 2010 by Gian Luigi Ago

.

Anteprima della copertina del disco di imminente uscita “Forse un uomo” con canzoni scritte da Sandro Luporini (coautore delle canzoni del Teatro Canzone di Giorgio Gaber) insieme a Giulio D’Agnello e ai Mediterraneo

.

forse un uomo


Posted in Articoli, Eventi, News | 1 Comment »

“L’arte dell’incontro” Firenze, 6 marzo 2010

febbraio 17th, 2010 by Gian Luigi Ago

.

n310625939511_3457

.

“L’Arte Dell’Incontro”

Intreccio d’arti esclusivo…
Si incontrano

la musica di VERONICA MARCHI
la poesia di DALE ZACCARIA
la pittura di EUGENIO ALFANO

6 marzo 2010, ore 21.00
@ Cuculia, via de’ serragli 1r 3r, Firenze
ingresso gratuito

info:

Veronica Marchi
www.myspace.com/veronicamarchi
www.veronicamarchi.it

Dale Zaccaria
www.myspace.com/dalezaccaria
www.dalezaccaria.com

Eugenio Alfano
www.myspace.com/eugenioalfano

.

Posted in Articoli, Eventi, News | No Comments »

E’ uscito il libro “Riscritti Corsari” di Gianni D’Elia

dicembre 12th, 2009 by Gian Luigi Ago

.

riscritti corsari

.

«L’inverno non è una attesa delle rondini. / L’inverno è nebbia.» (Roberto Roversi, La partita di calcio, 2). Bisognava, dunque, e bisogna fare luce, spazzare lo spesso velo che copre ogni cosa.

Era forse necessario riprendere in mano la prassi pasoliniana della ricerca sul campo della Storia contemporanea e tornare ad interrogarsi sugli usi e costumi della società e della politica italiane in termini di “antropologia culturale”, e non soltanto di invettiva militante.

L’arco temporale nel quale si va a svolgere questa piccola recherche civile, è il lustro che intercorre tra la primavera del 2001 e l’inverno del 2006. I principali eventi politici che qui si incontrano sono dunque (in ordine): la seconda vittoria elettorale di Silvio Berlusconi (maggio 2001), la repressione militare della manifestazione del Genova Social Forum (luglio 2001), il terribile attentato terroristico contro le Torri gemelle di New York (settembre 2001), la “Guerra infinita” di Bush e Blair in Afghanistan (ottobre 2001) e in Iraq (marzo 2003), le nuove elezioni politiche e infine la vittoria dell’Unione di centrosinistra (aprile 2006). Contemporaneamente si sviluppano e intrecciano le trame ideologiche dello scontro di civiltà e della nuova repressione (cattolica) dei corpi, entrambe fondate sul rifiuto fobico del “diverso” (culturale o sessuale). Sullo sfondo, onnipresente, la crisi identitaria di una sinistra italiana incapace di intercettare e condividere gli umori e le utopie della nuova “base” (il popolo della pace, del volontariato, dell’eresia No-tav, della lotta al precariato e della critica al capitalismo globale; ma anche il popolo della poesia, del dono “inutile” e poco “manageriale” dell’espressione spirituale ed artistica).

Da questo canovaccio shakespeariano di eventi storici (ahimè) condivisi, Gianni D’Elia, con il dono del poeta, e cioè con il talento dell’osservazione sentimentale e partecipata (di Dante e Leopardi, Baudelaire e Pasolini), ci propone, dopo trent’anni di silenzio intellettuale generalizzato, un nuovo assalto «corsaro» contro la scenografia ufficiale della grande Rappresentazione della storia e della politica nazionali. Le armi di questo assalto sono, chiaramente, le sole che possiamo amare, e cioè le armi pacifiche dell’intelletto e della passione umanistica.

Scriveva Pasolini in uno dei suoi celebri Scritti corsari: «Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
Nell’arbitrarietà, nella follia e nel mistero della nostra Seconda Repubblica, tra consumismo e disperazione, demenza televisiva e abolizione dei diritti elementari della Costituzione democratica, questi Riscritti corsari di Gianni D’Elia provano a ricostruire la trama invisibile di una “mutazione antropologica” già avvenuta nel cuore dello Stato italiano, e oramai diramatasi dal nucleo del “Nuovo potere” politico ed economico sino alle appendici della nostra vita privata.

Dall’arroganza linguistica delle truppe berlusconiane alla furbizia sbandierata del nuovo modello imprenditoriale (tra evasione fiscale, sfruttamento e collusione mafiosa). Dal razzismo leghista, volgare e maschilista, all’ipocrisia della nuova borghesia italiana, cattolica quanto non cristiana. Dal servilismo estero dei ministri Ruggiero e Fini, alla «colonizzazione» americana «del desiderio» (Debord) e della nostra cultura nazionale, politica e di massa.

Tra Grande Fratello e barbarie bellica, Karaoke e nuovo fascismo, si è compiuta la schiacciante vittoria della logica dell’interesse privato (del particulare) sopra il bene comune di un popolo e del suo patrimonio artistico, ambientale e civile.

Quel che ne risulta, a livello di opera, è un piccolo manuale che potremmo definire, nella sostanza, di “Antropologia culturale dell’Italia berlusconiana”, e pure, nel metodo (coniando una nuova, bella, definizione), di “Antropologia corsara”.

Questa materia, pasoliniana ed ora nostra, era ed è necessaria: vale a dire che ne sentivamo la mancanza.

Parlo da giovane poeta italiano, umiliato (come tantissimi altri giovani poeti) da una Polis che non ci contempla né desidera; ed anche da giovane letterato, costretto (come moltissimi altri neo-laureati in facoltà umanistiche) al mondo del precariato radicale e dello sfacciato sfruttamento del capitalismo post-moderno.

Parlo, anche, da abitante ideale di quel Paese “umile e onesto” di cui ha già scritto il nostro maestro corsaro: la «sinistra culturale» erede di Gramsci, che oggi stenta a riconoscersi in una casa comune.

Ci sono meravigliose eccezioni in cui il nostro sogno ritorna, enorme ed umano come solo i grandi sogni sanno essere: la commovente manifestazione del Firenze Social Forum (9 novembre 2002); l’enorme corteo per la pace a Roma (15 marzo 2003); l’emozionante comizio agli “Stati generali della sinistra” (9 dicembre 2007) di Nichi Vendola, interrotto solamente dagli applausi per l’ingresso in sala del vecchio compagno Pietro Ingrao, apparizione battesimale (proprio come in un poemetto pasoliniano!) di una nuova stagione di lotta, unità e speranza. Oppure, ultimamente (pur dopo la terribile debacle elettorale delle sinistre italiane, premessa ad una atroce stagione di bonapartismo berlusconiano, conservatorismo vaticano, razzismo leghista, distruzione culturale, revisionismo storico, limitazione delle libertà individuali e sindacali): la scintilla, imprevista, dell’Onda studentesca (autunno 2008); o la grande manifestazione dei sindacati scolastici a Roma (30 ottobre 2008). Segni da trattenere, nella lunga invernata.

Arrivo al dunque: questo lavoro editoriale raccoglie tutti gli interventi a firma di Gianni D’Elia (con qualche piccola modifica nei titoli) pubblicati su «L’Unità» dal 2001 al 2006, durante la coraggiosa ed anticonformista direzione di Furio Colombo.

Parlano di pace, di lavoro, di poesia e di speranza; non chiudendo gli occhi sul presente, ma facendo anzi luce sulla guerra, sullo sfruttamento lavorativo, sulla pessima prosa della nostra politica nazionale e sulla crisi storica che ci delude e scoraggia.

Sono anch’essi, questi Riscritti corsari, una stupenda eccezione, dopo i saggi di D’Elia già usciti per Effigie L’eresia di Pasolini (2005) e Il Petrolio delle stragi (2006). Un’eresia d’amore contro l’ennesima mutazione in atto: il tentativo di cancellare per sempre il termine “Sinistra” dal vocabolario della politica italiana.

Questo libro, che vede la luce anche grazie alla collaborazione dell’amico Luigi-Alberto Sanchi, esule culturale al CNR francese e studioso dell’umanesimo europeo, sia dunque la ferma testimonianza di una “resistenza culturale”, da parte della poesia italiana, contro l’omologazione della politica parlamentare.

E siano anche, questi scritti, davvero un invito all’unità, di lotta e di speranze, perché Sinistra torni ad essere, innanzitutto, una Comune sentimentale, e non più soltanto un domicilio tecnocratico.
Solo una nuova stagione di “Antropologia corsara”, e cioè di poesia e di analisi, marxismo eretico e nuovo umanesimo, cristianesimo socialista e passione illuministica per la verità, sarà in grado di risvegliare e rifondare questo nostro utopico Paese.

.

Davide Nota

da Gianni D’Elia, Riscritti corsari (Effigie, 2009)

.

Posted in Articoli, News | No Comments »

Recensione concerto “Appunti sulla canzone d’autore”

dicembre 8th, 2009 by Gian Luigi Ago

.

blaco 1 009_0001

.

“Appunti sulla canzone d’autore”

Teatro Antella, Bagno a Ripoli (FI)

5  dicembre 2009

.

Il primo ringraziamento per questa serata va all’organizzazione del Teatro Antella, in particolar modo al direttore organizzativo Raoul Gallini e al tecnico Francesco Bianchi.

Il Teatro dell’Antella è un piccolo gioiello, uno dei teatri storici della Toscana, ed è già un grande piacere esibirsi su questo palcoscenico.

Abbiamo organizzato il concerto senza un preciso filo conduttore, proprio come degli “appunti”, lasciando piuttosto spazio alle emozioni di canzoni diverse, legate alle diverse sensibilità dei musicisti; canzoni che avevano però l’identica cifra dell’autorialità, della qualità, dell’approccio letterario e musicale alla canzone come generatrice di emozioni e riflessioni sull’individuo, la società e il loro reciproco rapporto.

Inevitabile quindi cimentarsi con canzoni di autori “storici” come De Andrè, Gaber/Luporini, De Gregori, Guccini, ecc. ma anche tentare una “lettura” di autori “nuovi” come Max Manfredi, che sta aprendo nuove prospettive nel campo della suddetta autorialità.

Altrettanto inevitabile non aver avuto il tempo (nonostante le due ore di concerto) di affrontare altri autori ugualmente importanti.

Ci riserviamo di farlo in altre riproposizioni di questo “Appunti sulla canzone d’autore”, che per la sua formula consente di inserire ogni volta nuovi brani attingendo al vasto repertorio della canzone d’autore.

Ultima nota, ma non certo meno importante, per un pubblico attento, concentrato, molto caloroso, che ci ha richiamato più volte sul palco a fine concerto; e chi suona sa quanto aiuti avere di fronte un pubblico simile.

Ci ha fatto molto piacere che molti di loro ci abbiano raggiunto a fine spettacolo nei camerini per ringraziarci, farci i complimenti, chiedere informazioni sulle canzoni del concerto e sui loro autori.

Grazie a tutti e speriamo che ci siano altre occasioni per serate simili.

.

Posted in Articoli, News, Recensioni | 1 Comment »

Concerto Teatro dell’Antella, Firenze, 5 dicembre 2009, ore 21.00

novembre 12th, 2009 by Gian Luigi Ago

.

Teatro dell’Antella, Firenze, 5 dicembre 2009, ore 21.00

.

“Appunti sulla canzone d’autore”

.

Concerto con Gian Luigi Ago,Massimo Blaco,

.

Pino Nastasi, Claudia Bellucci.

.


.

LOCANDINA SPETTACOLO

.

Ideato e realizzato dall’Associazione Culturale “Il vizio del pensiero” lo

spettacolo “Appunti sulla canzone d’autore” riunisce musicisti che

provengono da diverse esperienze musicali per un concerto che tratteggia il

quadro di un genere musicale che in Italia e all’estero ha rappresentato un

modo di intendere la musica e la canzone con la cifra della qualità, della

dignità letteraria, dell’analisi dell’individuo e del suo rapporto con la

società.

Il concerto propone brani di alcuni dei più importanti cantautori come

Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber, Francesco Guccini, Ivano Fossati,

Francesco De Gregori, Pierangelo Bertoli, Luigi Tenco e molti altri.

La musica sarà accompagnata da immagini e filmati che sottolineeranno le

musiche e i testi.

L’Associazione Culturale “Il vizio del pensiero” che è impegnata in questo

ambito anche con lezioni-spettacolo svolte in Università, Scuole superiori e

auditorium, cerca di evidenziare come si possa cantare di amore, di società

e di individuo con qualità e con approcci musicali e letterari originali e

diversi

.


Posted in Articoli, Eventi, News | No Comments »

Mostra di Bad Trip, Centro Arte Moderna e Contemporanea, La Spezia

settembre 14th, 2009 by Gian Luigi Ago

.

DAL 26 SETTEMBRE 2009   AL 24 GENNAIO 2010

.

14

.

L’arte di Gianluca Lerici, l’indimenticato “Professor Bad Trip” scomparso nel 2006, fa ingresso al CAMeC della Spezia. La mostra presso il Centro d’Arte Moderna e Contemporanea, promossa dall’Istituzione per i Servizi Culturali del Comune della Spezia, rende omaggio al genio creativo di uno dei più importanti artisti underground degli ultimi vent’anni, tra i massimi talenti dell’arte visuale contemporanea.

Sabato 26 settembre (ore 17,30) aprirà i battenti al piano terra del museo la personale a lui dedicata: il progetto espositivo, curato da Doriana Carlotti e Jenamarie Filaccio (con allestimento e progetto grafico di Roberto Pertile, Fabio Bonini e Filippo Giorgi), si articola in tre sale e nel corridoio presentando un’ampia selezione di dipinti, disegni e collage. Ma anche sculture, indumenti dipinti a mano e oggetti di design.

La città avrà così occasione di scoprire (e riscoprire) le opere di uno dei rari talenti cristallini dell’arte visuale contemporanea, noto e apprezzato sia in Italia che all’estero: lo dimostrano le quasi 5000 firme raccolte nei mesi scorsi con una petizione on line e cartacea, per chiedere che il lavoro di Gianluca Lerici trovi casa in una sala a lui dedicata presso il Centro di Arte Moderna e contemporanea della Spezia.

La sottoscrizione per Bad Trip, nata su iniziativa del gruppo a lui dedicato sul social network Facebook, promossa dall’Associazione AltraCultura e dal sito di E. “Gomma” Guarneri (www.gomma.tv) è stata consegnata nel maggio scorso alla Presidente dell’Istituzione per i Servizi Culturali Cinzia Aloisini, che ha subito accolto la proposta di allestire una personale al piano terreno del CAMEC.

Gianluca Lerici, in arte Prof. Bad Trip (1963-2006) è stato uno dei migliori artisti sperimentali italiani nel campo dell’illustrazione. Si è cimentato ad alto livello con il disegno a china, la pittura, il fumetto, la fotocopia, il collage, il design di interni e di oggetti.

Come scrive Matteo Guarnaccia nel testo critico, “il suo marchio di fabbrica è un classico bianco e nero da xilografia, erede diretto della potente iconografia protestante tedesca, specialmente di quella legata alla Danza della morte, madre di tutte le devianze underpop e così cara agli Espressionisti. Sbrigativamente etichettato negli anni Novanta come artista cyber-punk (a dispetto della sua ostilità verso i computer) è da considerarsi a tutti gli effetti come un perfetto esponente dell’arte popolare a sfondo sociale”.

La mostra ospita anche una videoproduzione dedicata all’artista, realizzata da Romano Guelfi.

In occasione dell’apertura le terrazze del CAMeC ospiteranno un dj-set con Francesco Zappalà e Emiliano Ponzanelli.

All’esposizione si affiancano 4 incontri il sabato mattino, che vedono protagonisti esponenti del mondo dell’arte e della comunicazione. Ecco il programma:

3 OTTOBRE ORE 10,30: Carlo Branzaglia (Prof. Bad Trip: exemplum di un’attività culturale) e Matteo Guarnaccia (Gianluca Lerici tra arte pop e arte di popolo)

10 OTTOBRE ORE 10,30 – E. “Gomma” Guarneri (Prof. Bad Trip: dal punk al cyberpunk e ritorno – con Second Life live performance)

31 OTTOBRE ORE 10,30 – Romano Guelfi (Re Vulcano: underground arte classica!) e Susanna Tesconi (Parlando del Professore…)

14 NOVEMBRE ORE 10,30 – Vittore Baroni (Il Prof. Bad Trip e la musica)


.

Posted in Articoli, Eventi, News | No Comments »

“La democrazia: storia di una parola in Gaber e Luporini” intervento di Salvatore Veca  al Convegno Gaber 2007 (trascrizione a cura di Claudia Bellucci)

dicembre 14th, 2007 by Gian Luigi Ago

gaber21

‹‹ Vorrei soltanto un luogo un posto più sincero

dove magari un giorno molto presto

io finalmente possa dire questo è il mio posto

dove rinasca non so come e quando

il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo ››


In questo testo noi possiamo identificare alcuni temi dominanti, alcuni termini chiave, che ci sono, mi sembra, molto utili per gettar luce e suggerire qualche congettura a proposito della faccenda complicata, ingarbugliata, che mi è stata affidata come compito scientifico. Nella “Canzone dell’appartenenza” come in tutti i frammenti di poesia,  Gaber fa giocare tra loro almeno tre termini complementari. Il primo naturalmente è quello dell’appartenenza e, se volete, dell’identità collettiva, del far parte di qualcosa.

Il secondo è quello della dimensione di ciascuno di noi, cioè la dimensione individuale, che è stata spesso chiamata esistenziale, anche Giorgio usava questo termine, io preferisco chiamarla dimensione personale.

Il terzo termine chiave è quello dello sforzo collettivo, del senso collettivo, cioè dello stare insieme per fare qualcosa, dell’azione collettiva mirante a scopi per rendere meno innocenti e più degni di lode i nostri modi di convivere nel tempo per ritrovare il mondo, per una democrazia per cui si possa confutare l’argomento scettico 1996, che abbiamo sentito ora.

Proviamo a far lavorare questi tre termini fondamentali, queste parole chiave, per avanzare una congettura – questo è il punto che mi interessa proporvi – sul rapporto tra le vicende politiche, culturali e sociali degli anni ‘70 e dintorni – Gaber negli anni ‘70 è a Milano, sfondo di questa nostra conversazione – e la straordinaria esperienza artistica del Teatro Canzone, cui Gaber e Luporini dedicano a partire da quegli anni la loro vita e la loro creatività.

Tanto per esser precisi, chiediamoci che cosa voglia dire propriamente rapporto tra vicenda collettiva e opera d’arte. Io risponderei così: Gaber e Luporini si mettono alla prova nel tentativo di raggiungere una comprensione chiara, perspicua, delle trasformazioni, dei cambiamenti di cui sono al tempo stesso a volta a volta osservatori e partecipanti. E l’interesse, la motivazione, la voglia che anima il modello, il tentativo, è naturalmente quello di comunicarla a un pubblico. E comunicare a un pubblico, soprattutto nella dimensione dell’evento teatrale vuol dire costituire un pubblico, costituire qualcosa che sa di appartenenza. Ci sono molti modi differenti di costituire un pubblico nel comunicare, ci sono i modi del guru televisivo, ci sono i modi dell’offrire ragioni agli altri e ci sono i modi dell’offrire emozioni agli altri, offrire agli altri legami, offrire agli altri evocazioni, parole, musica e gesti e questa è la cassetta degli attrezzi. L’abbiamo sentito adesso, l’abbiamo vissuto adesso (1) , la cassetta degli attrezzi di quello che vorrei chiamare Giorgio, il divino giullare. Una comprensione chiara e perspicua è un’espressione che non ha qualificato. Io penso che la caratteristica distintiva di Gaber e Luporini sia quella di mirare alla veridicità, dire e cantare quello che sono e quello che pensano. Per mirare con efficacia alla veridicità occorre praticare l’esercizio dell’interrogazione. “Per me cultura – dice Giorgio – è un modo d’interrogazione, e l’interrogazione è centrale per capire di più di sé e del mondo” (2).

Questa tensione alla veridicità implica l’esercizio dell’interrogazione e dello smascheramento. Il pezzo sulla democrazia è un pezzo di smascheramento, sistematico. Che cosa fa quel pezzo, che effetto ha quel pezzo su di noi? Questo è il mio problema. Quel pezzo fa si che noi, insieme – perché ci sono persone in carne ed ossa qui – siamo colpiti da ciò che ci viene detto e dal modo in cui ci viene detto, siamo colpiti dalla mente-corpo che vediamo, la corporeità in Gaber è straordinariamente importante, e questo fa sì che noi riflettiamo su noi stessi insieme, questo è il punto.

È questa cifra distintiva dell’opera di Gaber/Luporini che è responsabile dell’effetto che l’opera di Teatro Canzone ha nella sua offerta di comunicazione, che io chiamerò l’esito di rinominare noi stessi e il mondo. Questo tema del dare nomi alle cose è cruciale, perché potremo ancora usare il termine “democrazia” nello stesso modo in cui lo facevamo col pensiero omologato, dopo aver veramente ascoltato questo? Gaber sta rinominando delle cose. E uno dei punti fondamentali, io credo, dell’opera di Gaber, non l’unico, ma uno dei fondamentali, è stato il suo essere una persona libera, un artista libero rispetto agli etichettamenti e alle classificazioni date del discorso pigro, e questo discorso è un discorso invece che rinomina la democrazia e quindi ci costringe a fare un passo in avanti. Questo almeno è quello che penso io.

Un “mondo che deve essere ritrovato” diceva la “Canzone dell’appartenenza”, un mondo in cui possiamo ritrovare ragioni che evidentemente si sono perse o sono state dissipate, e ritrovare una chiarezza che è stata resa opaca o tritata, infangata ai tempi dell’omologazione del pensiero. Cito: “Se non si lotta per cercare una ragione, per inseguire la chiarezza, tanto vale crepare” (3)

Torniamo ora ai nostri tre termini. Ve li ricordo: il termine dell’appartenenza, il termine della dimensione personale, individuale, e il termine di qualcosa di collettivo, come azione, sforzo collettivo per far qualcosa, per raggiungere certi scopi. Tra la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘70 noi assistiamo, osservatori o partecipanti, appassionati o scettici, devoti o critici, intimoriti o entusiasti, allegri o depressi, all’insorgenza di movimenti collettivi che coinvolgono ampi strati di popolazione giovanile. L’insorgenza ha le sue radici nei processi di modernizzazione degli anni ‘60 e i movimenti giovanili, all’inizio quasi esclusivamente studenteschi, non solo in Italia come è noto, perseguono fini, io sostengo, intrinsecamente non politici, se un fine politico è qualcosa che ha a che vedere con l’acquisizione di potere per avere governo su altri, quanto piuttosto etici nel senso elementare di questa parola, per cui ciò che diviene oggetto di controversia, contestazione collettiva, discussione, mobilitazione, è lo spazio sociale, non politico, in cui una società ingessata modella e disciplina le relazioni fra persone. I movimenti giovanili mettono in questione i modi di esercizio dell’autorità, dell’autorità culturale, religiosa, familiare, sociale, maschile, prima ancora dell’autorità politica, verso cui si avanza piuttosto una revoca di fiducia (fine anni ‘60).

I vocabolari ereditati sono divenuti quello che si dice “lingua fossile”, e per dirla in breve è facile credere che il re è nudo. Cito: “Quel tipo di movimento giovanile ci colpì moltissimo. Siamo stati coinvolti nel ‘68 perché ha prodotto una grossa svolta nelle scelte della gente” (4). Pensate, oggi, negli stanchi rituali e poco attivi degli anniversari – avete già visto che viene anticipata l’annosa querelle sulla natura del ‘68, sulle rivalutazioni del ‘68, adesso c’è il tormentone del 2008 – ma a me sembra che una diagnosi come quella del filosofo Gaber, quello che per me è il divino giullare, sia penetrante e convincente, molto semplice. Cito: “Il rifiuto è stato l’elemento meno sottolineato, immediatamente si è ritornati, ci si è rapportati, a un piano politico di lotta”(4), ma per che cosa, per quale indirizzo culturale?

Anche in Italia, nella fase dell’insorgenza, il ‘68 connette quei tre termini fondamentali da cui sono partito. Per l’appartenenza, assistiamo a una domanda di identità collettiva definita per differenza e per contrasto rispetto al sistema delle etichette, dei poteri, delle assegnazioni di ruoli sociali, istituzionali, culturali, religiosi e morali. La dimensione personale, secondo termine, assume rilievo in quanto connessa e cucita con tante dimensioni personali, in virtù dell’identità collettiva come richiesta o come conquista. Lo sforzo collettivo per ritrovare un mondo, terzo termine fondamentale, coincide con l’insieme delle speranze e delle aspettative per un mondo possibile che è a portata di mano, purché lo si riconosca e solo se lo si voglia perseguire come fine desiderabile. Questo è il succo dello slogan paradigmatico, l’imagination au pouvoir, dei Dreamers che piacciono a Bertolucci, del celebre e molto veloce maggio di Parigi.

Non ho usato e sottolineato a caso il termine “speranza”. Ricordate, di “Qualcuno era comunista” Giorgio dice che non è una canzone politica, ma una pagina esistenziale che parla di uno slancio, di una grande speranza. Come ho sostenuto altrove, la mia congettura sull’insorgenza dell’azione contestativa e anti-autoritaria tende a considerare quello del ‘68 come un terminus ad quem, cioè quasi una conclusione, piuttosto che un terminus a quo, cioè qualcosa da cui parte quella lunga stagione dei movimenti che si nutrono della speranza e della devozione politica. Bertolucci ci dice che si andava a dormire sapendo che al mattino dopo ci si sarebbe svegliati nel futuro. E se ci pensate oggi sui muri appare spesso una scritta che io trovo fantastica, enigmatica e sapiente: “Il futuro non è più quello di una volta”. Provate a riflettere su questo, sulle varie implicazioni che ha sui nostri modi di convivere. Ma ciò, prosegue la mia congettura, è vero, cioè il fatto dell’interpretazione del ‘68 come movimento collettivo in quanto avente implicazioni politiche, come terminus ad quem, non come terminus a quo, è vero per quanto attiene all’ambito, alla sfera dell’agire politico, mentre è falso se lo sguardo mette a fuoco lo spazio sociale e interpersonale dei modi di convivere del tempo. Ed è allora, io credo, che si annuncia la grande questione dei limiti della politica, del sistema politico, dell’agire politico, che è una eccellente risorsa perché una democrazia possa essere rinominata dopo la confutazione scettica di Giorgio.

Devo constatare per onestà intellettuale che la mia congettura non è molto popolare, ma è facile spiegare perché. In Italia, come in Germania e in parte in Giappone, ma non come negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Francia, il repertorio delle ideologie politiche di salvezza è un capitale troppo significativo e influente per non generare processi di revival e forte ideologizzazione e distorsione dei movimenti, e da quella parte il sistema politico, percependo a fatica la natura delle nuove domande sociali, o adotta la tattica del muro di gomma, o insegue fuochi di devozione politica per ricostituire il suo decrescente capitale di fiducia e di legittimazione, o, nei casi più loschi, trama in forma latente per persistenti arcana imperii.

Dalla metà degli anni ‘70, l’interrogazione che mira alla verità e alla veridicità di Gaber e Luporini mette a nudo e smaschera impietosamente con le virtù usuali della sincerità e dell’autenticità le trasformazioni e i mutamenti che investono il nostro paesaggio sociale. In una fase drammatica, piena come sempre di luci e di ombre, in cui l’operare delle istituzioni e del sistema politico estende la propria influenza pervasiva – alla faccia dei limiti della politica – recupera progressivamente terreno sulla società, in presenza di fazioni di dissenso, o di dissenso radicale e di lotta armata terroristica. E questa è grosso modo la questione del lungo ‘68 italiano, come si usa chiamare, che mette a dura prova la democrazia, che incentiva il carattere consociativo del sistema politico sino alla lunga implosione – e qui ci sono le radici – fino all’inizio degli anni ‘90 del sistema politico italiano.

E allora il giullare non può trattenersi, perché verrebbe meno a se stesso e alla propria coerenza, nel riabilitare il tema della dimensione personale, che è uno dei tre punti, della responsabilità individuale, della battaglia da fare nelle piccole cose, nella coerenza dei piccoli gesti quotidiani, in una parola nella cura di sé. Ed è allora che una frazione di seguaci e devoti si scandalizzano, “Gaber non è più dei nostri” ci si chiede. Notate “non è più dei nostri”, si esclude dalla cerchia della comune appartenenza. Potremmo dire laicamente per rispondere ai devoti dell’identità fossile oportet ut scandala eveniant, bisogna che accadano scandali. Perché la lezione di Gaber e Luporini è tenuta assieme da un filo di coerenza sottile ma tenace, e resta aperta la sempre di nuovo la questione del mondo da ritrovare, ma si deve dire la verità, la propria verità naturalmente. Ed ecco allora la critica irridente e severa sullo sfondo tragico della nostra storia della professione politica, “la politica fa male alla pelle” di “Io, se fossi dio”, ecco allora il bisogno irrefrenabile di rinominare le cose, di dire no, di rifiutare le etichette e le denominazioni assegnate e imposte da potenti, che siano potenti politici o potenti sociali, quali per dir così il mercato idealizzato.

Mi chiedo ora e vi chiedo: se l’accento è posto sulla priorità nella dimensione personale, liberata e emancipata dal dominio delle appartenenze politicamente assegnate, dobbiamo inesorabilmente rinunciare alla connessione con quell’appartenenza e quella voglia di fare insieme per ritrovare il mondo, quella per cui “libertà è partecipazione”, da cui sono partite queste mie osservazioni che avete sentito? Giorgio dice: “Oggi non esiste appartenenza a nulla. Ricordo anni in cui il senso collettivo era presente come istinto nelle persone” (5) e ancora “I nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo” (6). Questa potrebbe essere interpretata, e ci sono ragioni per questo, come la conclusione scettica, cioè la conclusione di un bilancio con perdite, non con profitti, che è anche un bilancio generazionale. È curioso, perché Gaber aggiunge “Riconoscere questo -  che i nostri slanci, i nostri ideali e le passioni, non sono riusciti a cambiare il mondo – vuol dire che non è finito tutto”(6). È il contrario di quello che molti hanno detto, che riconoscere questo voleva dire che non c’era più nulla da fare che valesse la pena. Perché? Perché ammettere la propria sconfitta è indispensabile per poter ripartire con maggior chiarezza e con nuovi slanci vitali. Sandro e io abbiamo una fiducia illimitata nelle potenziali risorse dell’individuo e questa potrebbe essere la nostra fede. Laica, naturalmente.” (7).

Così, posso concludere, il filo che connette il nostro convivere assieme, l’avventura personale delle nostre vite, e l’impegno civile per una democrazia accessibile a tutti, “vorrei cantare per tutti”, non è spezzato e in tempi difficili, aggiungo, è prezioso ed è l’origine della mia o della nostra gratitudine.

Solo un’ultima citazione come scudo protettivo, e ho voluto evitare qualsiasi accenno a quello che io sento per Giorgio, l’emozione, l’ho messo da parte.


‹‹Ma io ti voglio dire che non è mai finita

che tutto quel che accade fa parte della vita ››

Questo è vero nell’amore, ma anche in democrazia.

NOTE:

(1) Il filmato del monologo “La democrazia” ha preceduto l’intervento.

(2) W. Gatti, “Parlo in Grigio”, Il Sabato – 20/07/1991.

(3) Michele Serra, “Giorgio Gaber. La canzone a teatro”,  il Saggiatore, Milano 1982.

(4) C. Bernieri, “Non sparate sul cantautore”, Mazzotta editore, Torino 1978.

(5) L. Putti, “Giorgio Gaber: questa povera Italia in mano agli egoisti”, La Repubblica 8/11/1994.

(6) F. Poletti “Giorgio Gaber: I miei cattivi pensieri”, Specchio – n.271 – 21/04/2001.

(7) Milano, marzo 2002 – a cura di V. Pattavina, “Giorgio Gaber – La libertà non è star sopra un albero”, Einaudi, Torino 2002,

Posted in Articoli, Buttare lì Qualcosa | No Comments »

IL SIGNOR SPRINGSTEEN… parallelo tra il Boss e Giorgio Gaber (G.L.A.)

dicembre 14th, 2005 by Gian Luigi Ago

gaber-venezia-1994 bruce-springsteen-supports-barack-obama

Credo che esista un parallelismo tra Giorgio Gaber e Bruce Springsteen.
Capisco benissimo che una simile considerazione può sembrare a prima vista azzardata e non pertinente, eppure ci sono molti elementi assimilabili che fanno di questi artisti due facce di una omologa analisi sull’animo dell’individuo e del suo rapporto con l’odierna società.

A mio parere non deve trarre in inganno l’enorme apparente diversità dei due artisti, le differenze di contesto culturale e sociale, di tipo di musica, di modo di porsi rispetto al pubblico, inevitabili tra una “rockstar americana” e un “intellettuale” europeo, per di più italiano.

Ma la storia dell’esegesi ci ha insegnato che a volte anche in letteratura e in arte si trovano precisi parallelismi e coincidenze tra scrittori, pittori, musicisti, ecc. divisi da secoli e nati in luoghi e contesti sociali tra i più disparati. Questo credo accada perché il “grande” artista, pensatore, intellettuale e quant’altro, si muove a un altro livello, livello in cui il “materiale” sociologico, culturale, storico, ecc. ed anche le modalità espressive, sono sì importanti ma, ai fini dell’espressività concettuale possono essere una ” contingenza” da cui partire per un’analisi che, a simili livelli, non può che essere “universale” e volta ad evidenziare lo “stato dell’arte” dell’animo umano e del suo rapporto con la realtà psicologica, relazionale e sociale con cui si trova a dover convivere.
Per questo, alla fine, le analisi, pur partendo da realtà diverse e mediate da linguaggi e forme estetiche diverse, pervengono, nel caso dei grandi, a conclusioni pressoché simili.

Le canzoni del “Boss” ci descrivono un’umanità disorientata dalla disgregazione del mondo “occidentale”, umanità che cerca di ripartire dall’interno del proprio io, delle proprie emozioni per ricostruire un uomo nuovo (concetto che troviamo anche in Gaber/Luporini).

Sono personaggi che per usare le parole di Springsteen “cercano di navigare attraverso le proprie confusioni, a volte in maniera efficace, a volte tragicamente”. Sono canzoni che ci parlano di un uomo “arrivato al minimo storico di coscienza” (come direbbero Gaber/Luporini).

Sono storie che ricordano quelle di Steinbeck e degli scrittori della beat generation. Sono storie di ragazzi di periferia, di provincia, che lottano contro la disoccupazione, la crisi economica, la “nuova depressione”, che sognano di riuscire a superare gli ostacoli ai loro amori sempre sofferti e difficili, che si dibattono nell’altra faccia della “scintillante America”; sono personaggi della work-class, lontana dalle patinate immagini televisive.

Sono storie contro la guerra, che ci parlano di ragazzi uccisi senza motivo dai poliziotti, che ci parlano di piccola delinquenza, ma anche di amicizia, di sogni di redenzione, di rassegnazione e speranza, di miserabili e di “ultimi”. D’altronde, pur con le succitate differenze, Gaber e Springsteen sono stati lo specchio e la coscienza fastidiosa e inquieta di una e più generazioni, e di un intero Paese. Altri parallelismi, sono quelli della grande fisicità dei due artisti che, ovviamente in modi totalmente diversi, trovano la loro completa dimensione solo nel rapporto diretto col pubblico. C’è un modo di dire, nato da un critico “il mondo si divide in due parti: quelli che amano Springsteen e quelli che non lo hanno mai visto dal vivo”. Come per GG, anche per il Boss è impensabile di limitarsi all’ascolto: va visto sul palcoscenico. Altra importante coincidenza è quella dell’onestà intellettuale e della grandissima coerenza che accomuna i due artisti. Ovviamente le diversità di modalità espressiva sono spesso notevoli e nel caso di Springsteen possono apparire penalizzanti per chi ne ha solo un’idea approssimativa e lo confonde con un semplice rocker o rockstar, ignorando la grande portata dei suoi testi, della profonda coerenza e contenuto del suo percorso “letterario”, della sua grande capacità di scavare dentro l’animo umano così profondamente, pur muovendosi in una realtà certamente meno predisposta e storicamente meno abituata a simili intellettualismi artistici. E questo è riuscito a farlo con l’arma apparentemente contraddittoria del rock, delle arene con 250.000 persone e riuscendo a volgere a suo favore un mercato discografico e mediatico che ormai non può più permettersi di tappargli la bocca, come cercò di fare il sindaco di New York Giuliani che invitò a boicottare i suoi concerti, quando Springsteen scrisse “American skin-41 shots”.

Posted in Articoli, Buttare lì Qualcosa | No Comments »

Douglas R. Hofstadter: Godel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante (G.L.A.)

dicembre 2nd, 2005 by Gian Luigi Ago

hofstadter_godel_escher_bach

Questo libro è un testo per certi versi difficile ma per altri affascinante ed avvincente, che unisce mirabilmente logica, fantasia, arte, fisica, matematica, semiotica, intelligenza artificiale e molto altro ancora.

E’ un libro essenziale soprattutto per chi si interessa di problemi logici e di intelligenza artificiale, ma anche per chi ne è completamente all’oscuro. E’ un testo che coinvolge come un libro di fantasia. Eppure ruota intorno ad uno dei più importanti teoremi moderni, il teorema di incompletezza di Gödel, di cui fornisce al lettore anche la possibilità di capire mille fenomeni della più svariata natura sottesi ad esso. E’ stupefacente la chiarezza e la profondità con la quale vengono affrontati temi quali musica, matematica, filosofia, fisica. Le analogie e le relazioni espresse in questo libro sono geniali. L’autore ci illustra questo fondamentale teorema comparando anche le opere del pittore Escher e del compositore Bach e usando splendidi dialoghi-metafora, sul modello di Lewis Carrol, popolati da Achille, la Tartaruga, il Granchio e altri personaggi, che aggiungono la dimensione letteraria a quelle della matematica, della musica e della pittura.

Questo è anche un libro sulle possibilità dell’intelligenza artificiale.

“Scopo principale del libro (è perciò) indicare quale tipo di rapporti ci sono tra il software della mente e l’hardware del cervello” (pag. 329). O per lo meno indagare “se la mente, che costituisce il livello più alto, possa essere compresa senza comprendere i livelli inferiori del cervello, dai quali essa dipende e non dipende. C’è una ‘paratia stagna’ tra certe leggi del pensiero e le leggi inferiori che regolano l’attività microscopica delle cellule del cervello? Oppure è impossibile districare i processi del pensiero, individuandone sottinsiemi nitidi e modulati?” (pag. 335). L’ipotesi essenziale dell’IA è “che l’intelligenza può essere una proprietà del software, con proprie leggi di alto livello, che dipendono dai livelli inferiori e tuttavia sono ’separabili’ da essi” (pag. 389).

Un libro che ha svelato a moltissimi lettori i fili che legano questa Eterna Ghirlanda Brillante che abbraccia mente cervello e computer. Un libro epocale e considerato unanimemente un capolavoro.

Posted in Articoli, Buttare lì Qualcosa | No Comments »

SANDRO LUPORINI TORNA A SCRIVERE CANZONI (G.L.A.)

ottobre 10th, 2005 by Gian Luigi Ago

lupo

Sandro Luporini torna a scrivere canzoni. Dopo quei pochi cammei, inseriti nello spettacolo “Il dottor Céline. Autoritratto”, ora il passo è molto più importante: un CD che conterrà alcune tra la dozzina e oltre di canzoni scritte da Sandro Luporini, musicate e cantate da Giulio D’Agnello, suonate e arrangiate insieme ai Mediterraneo.

Nell’intervista dal titolo “Io e Gaber uniti dallo stesso mistero, Sandro Luporini parla di questa iniziativa con queste parole “Quando Giorgio è mancato, per due anni non ho preso in mano la penna. Ero proprio convinto che non avrei scritto più. Poi però ho ricominciato con un lavoro di Teatro Canzone con Patrizia Pasqui e l’attore Mario Spallino, ‘Il dottor Céline’, e ho convinto il cantante Giulio D’Agnello a passare dai tributi a Gaber a cose inedite scritte con me“.

Tra Sandro e Giulio, due conterranei molto simili come sensibilità e carattere, esiste una vera e propria amicizia personale che va al di là della collaborazione professionale. E a me non può che far piacere di essere amico di entrambi. Mi decido a parlarne ufficialmente (dopo essermi trattenuto per mesi…), con il benestare che mi hanno dato Sandro e Giulio. L’entrata in studio di registrazione darà il via alla messa a punto di questo album che segna un ritorno importante per chi ha amato le canzoni che Sandro Luporini ha scritto insieme a Gaber per molti decenni.

Ho visto nascere e crescere queste canzoni in molti lunghi mesi, dalla prima scritta alla fine dello scorso anno (”Forse un uomo”) fino a quelle degli ultimi giorni, ho visto come le parole sono nate, le correzioni, come la musica ha seguito l’intento di vestire con l’abito più adatto le sensazioni che suscitavano, mi ha sorpreso come Sandro sia attento anche all’aspetto musicale con consigli e suggerimenti. In quelle serate passate tra Viareggio e la provincia lucchese, davanti a qualche bicchiere di vino e al fumo di molte sigarette, quelle canzoni hanno preso forma e mi sono sentito emozionato e confortato ascoltandole e rendendomi conto che Luporini aveva ancora voglia di analizzare l’uomo, le sue miserie, le sue solitudini con la stessa forza di sempre.

Basta scorrere alcuni titoli per intuire subito che i temi sono i soliti che Luporini ha già trattato nella sua collaborazione con Gaber: “Forse un uomo”, “La pazzia”, “Il testimone”, “Il letto”, “Diogene” (un’invettiva su tutto e tutti, dal mondo della politica a quello dello spettacolo e della televisione, con alcune frasi da “denuncia”… chissà se ne permetteranno la pubblicazione o se seguirà la sorte della sua “madre” “Io se fossi dio”…) ecc.

Le canzoni scritte da Luporini ripartono dalla fine di “Io non mi sento italiano”, dalla necessità di cercare un uomo nuovo che parta dal quotidiano, dalla coppia, da “un uomo e una donna” per ricominciare la ricerca dell’individuo, di un nuovo umanesimo. Per questo in queste canzoni c’è molto amore (”date fiducia all’amore, il resto è niente”…). Inutile tentare paragoni con l’irripetibile esperienza del Teatro Canzone e della collaborazione Gaber-Luporini, non intendo farlo perché non è possibile e sarebbe un giochino senza senso, anche perché le emozioni che mi ha dato Giorgio so di non poterle, purtroppo, rivivere mai più. Ma indubitabilmente in queste nuove canzoni ritroviamo tutti i temi che abbiamo conosciuto nel TC, “aggiornati” ai nostri tempi.

In quelle canzoni, c’è la conferma che la rigorosa analisi dell’uomo e della realtà a cui G/L ci avevano abituato torna ora ad essere operante. Attraverso le parole di Luporini e la musica di D’Agnello, è possibile continuare ad ascoltare canzoni inedite che, su quella scia interrotta con la scomparsa di GG, ci parlano dell’uomo e della società con l’ironia, la dolcezza, la rabbia e talvolta la ferocia che abbiamo imparato a conoscere bene. La “metodologia di pensiero”, come io la definii tempo fa, è la stessa, il modo di porsi di fronte all’uomo e alla società è lo stesso. E non potrebbe non essere così perché quelle parole non le ha scritte un epigono, ma lo stesso Sandro Luporini, l’altra metà del Teatro Canzone.

Quando il 1° gennaio del 2003 la scomparsa di Giorgio Gaber colpì tutti noi, molti avvertirono, insieme al grande dolore, la sensazione che non ci sarebbero più stati “aggiornamenti”, che si stava chiudendo definitivamente il discorso, l’analisi, portata avanti col TC, e con essi la possibilità di sorprenderci, di riflettere ed emozionarci ancora, con canzoni come quelle che avevano accompagnato la vita di più di una generazione. Mi ricordo che mi capitò di scrivere, in quell’occasione, che quanti avevano visto in Giorgio Gaber un punto di riferimento non dovessero dimenticare che la presenza di Sandro Luporini rimaneva a rappresentare la garanzia di uno spirito critico, libero, magari utopistico (ma nell’accezione più bella che può avere questo termine) e che si dovesse guardare a lui per evitare che il rivolgersi all’opera di Gaber-Luporini diventasse solo una sterile celebrazione del passato, facendo invece in modo che quella loro “metodologia di pensiero” potesse continuare a nutrirci, a emozionarci, a non farci perdere la voglia di capire.

Sono passati poco più di due anni e, dopo un primo naturale momento di riservatezza, Sandro Luporini è tornato ad affiancare alla sua opera pittorica un discorso che torna a farci ancora emozionare con le parole e i suoni delle sue canzoni, in cui tutti potranno riconoscere sonorità, atmosfere e tematiche che abbiamo imparato a conoscere in quella ultratrentennale esperienza che fu il Teatro Canzone.

Veder rinascere ancora la possibilità da parte di Luporini di continuare a manifestare il suo pensiero e le sue emozioni, oltre che con la pittura, anche attraverso la veste musicale e interpretativa di Giulio D’Agnello e dei Mediterraneo, credo che rappresenti un grande evento culturale e artistico che mi auguro sia il punto di partenza di una più intensa e proficua collaborazione e di un percorso che continui ad analizzare con spirito libero e incondizionato le malattie dell’uomo e della società.

Posted in Articoli, Buttare lì Qualcosa | No Comments »

« Previous Entries