( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

“Il Caimano” di Nanni Moretti (G.L.A.)

novembre 29th, 2006 by Gian Luigi Ago

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“Non ho paura di Berlusconi in sé, ma di Berlusconi in me”: così disse una volta Giorgio Gaber in un’intervista.

E credo che questo sia in buona sostanza il senso del film di Nanni Moretti, soprattutto quel finale così disperante e l’affermazione che Berlusconi avrebbe già vinto da trent’anni, da quando quest’Italia si è abituata a vivere e nutrirsi del linguaggio televisivo.

Moretti ci dice nel suo film che, volenti o nolenti, Berlusconi ha purtroppo cambiato l’Italia e che quindi il suo declino non è legato tanto alla sua vittoria o sconfitta a un’elezione, ma che la sconfitta di Berlusconi e del “berlusconismo” è un problema più complesso e consiste nel sovvertimento di un modo di essere e pensare che si è diffuso a macchia d’olio nel Paese, anche nella stessa sinistra che spesso, soprattutto in passato, ha scimmiottato e “rincorso” le “innovazioni berlusconiane”, anziché porsi come reale, totale, inequivocabile alternativa.

E questo modo di essere e di pensare, unito a una debolezza della sinistra, potrebbe venir buono a Berlusconi in un eventuale futuro suo “smascheramento” in quanto su esso potrebbe far leva per chiamare la gente a ergersi a sua difesa, agitando le sue solite falsità su presunte “persecuzioni” e manovre per togliere anti-democraticamente (secondo il suo bizzarro concetto di democrazia) agli italiani quel nuovo modo di essere a cui lui li ha affezionati.

Certo questa lettura può dar fastidio a molti, perché non è una visione militante e trionfalistica, ma anzi piuttosto pessimista.

Allo stesso modo davano fastidio le critiche di Gaber e Luporini alla sinistra , e la loro visione delusa della possibilità di cambiare con la politica le cose, ma questa posizione intellettuale di Moretti è onesta prima ancora di essere in ultima analisi vera e secondo me somiglia molto proprio alla visione di Gaber e Luporini su massificazione, apatia e critica della debolezza della sinistra.

Per questo “Il Caimano” a me è piaciuto, anche se molti sono rimasti delusi aspettandosi un film “elettorale” o di denuncia alla M.Moore o alla “Viva Zapatero” .

“Il Caimano” è tra l’altro un film molto morettiano (molto più dell’anonimo e atipico “La stanza del figlio”) in cui i personaggi (come nei film di Woody Allen quando Woody è solo regista) parlano e si muovono come Nanni Moretti, dove possiamo ritrovare le “invenzioni” filmiche alla Moretti, dove Silvio Orlando dà una interpretazione, secondo me, ad altissimo livello.

Il mio giudizio, al di là del fatto di essere forse viziato dalla mia passione per il cinema di Moretti (soprattutto quello del primo periodo), è dunque positivo proprio perché il film non era strutturato come un classico film di denuncia: era un “vero” film, un film che mi è sembrato rappresentare lo “stato dell’arte” della nostra attuale realtà, una realtà di crisi e di instabilità e il film mi sembra che si dipani proprio su questo filo conduttore trivalente: crisi della famiglia, crisi del cinema, crisi dell’Italia, perché le storie sono una dentro l’altra e si intrecciano, da quella del problema di coppia, a quello dello stato del nostro cinema, a quello della Nazione, e il tutto attraversato dalla meta-visione di Moretti che compare ed è presente comunque durante il film, come un silente narratore.

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“UNA RAZZA IN ESTINZIONE” canzoni e monologhi di Gaber/Luporini, regia di Alessandro Serasini (G.L.A.)

novembre 28th, 2006 by Gian Luigi Ago

Portare in scena uno spettacolo incentrato sul Teatro Canzone di Gaber/Luporini non è un’impresa facile e comporta una serie di inevitabili rischi. C’è innanzitutto un duplice aspetto da considerare: prima di tutto il rischio di cadere in una scimmiottatura che, ovviamente, non può competere con l’originale e, all’estremo opposto,  nel tentativo di evitare il primo errore, il rischio di stravolgere completamente canzoni e monologhi, non riuscendo così a restituire la dimensione concettuale, musicale ed espressiva che essi contengono.

Esiste quindi, a mio parere, una zona franca tra questi due estremi, dove con sapiente equilibrio bisogna sapersi muovere. Questo anche perché riproporre Gaber è molto diverso dal riproporre, ad esempio, canzoni di qualsivoglia cantautore. Non si può prescindere dalla fisicità, dall’espressività, dal carisma scenico di Gaber che sono essi stessi “testo e musica”, che sono essi stessi elementi costitutivi del “linguaggio” del Teatro Canzone.

Credo che “Una razza in estinzione”, spettacolo con la regia di Alessandro Serasini, sia riuscito a muoversi in maniera sufficientemente abile all’interno della suddetta zona franca.

Il gruppo musicale (chitarre, basso, batteria, tastiere, flauto traverso) è integrato da voci recitanti maschili e femminili. Gli arrangiamenti musicali, in particolare quelli chitarristici, sono originali e contribuiscono a dare un’impronta personale alla sonorità generale, pur non tradendo mai del tutto l’ordito originale delle canzoni. Anche i monologhi talvolta sono strutturati diversamente dall’originale  ma mantengono bene il senso generale.

Anche quando la recitazione è affidata alle due ragazze (altro aspetto rischioso, in quanto i monologhi del TC sono in genere molto “maschili”) l’effetto è congruente al testo. Inoltre la molteplicità degli artisti presenti sul palco aiuta a rendere più dinamico lo scorrere dello spettacolo.

I  brani sono stati scelti con il dichiarato intento di rappresentare la visione di Gaber che gli artisti hanno maturato nel confronto delle loro idee,  cercando di andare oltre la maggioranza degli ingessati tributi televisivi e cercando di lasciare in evidenza il carattere principale del Teatro Canzone: quello di instillare il dubbio, di costringere a riflettere sull’uomo e il suo rapporto con la società.

E’ un tipo di spettacolo che vedrei bene come base di un discorso divulgativo, di un  “concerto-lezione” su Gaber, magari integrato da interventi sull’artista,  forse anche da spezzoni di filmati, da materiale, insomma, che ne evidenzi il profondo significato.

In conclusione credo che questo spettacolo rappresenti un tentativo riuscito e positivo per stimolare, soprattutto i giovani, ad un approccio più approfondito a Gaber.

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