( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

LODE DEL CALCIO

maggio 27th, 2006 by Gian Luigi Ago

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Vorrei provocatoriamente, ma sinceramente, lanciarmi in un elogio apologetico del calcio.

Sì, lo so,  molti non amano (e qualcuno addirittura snobba) il calcio, eppure io credo che ci sia in questo sport, o meglio nelle emozioni che provoca questo sport, qualcosa di culturalmente positivo.

Sì, lo so: i miliardi, gli interessi, il doping, la violenza ultras, ecc. .

Son sempre stato uno che li ha regolarmente denunciati.

E’ vero, ma in fondo sono ovunque, dalla musica al cinema, al teatro, alla politica, ecc.

Qualcuno  non ama le emozioni del calcio spesso (non sempre e non tutti, tengo a precisare) per “snobismo”, per cui giudica questo sport “figlio di un dio moralmente minore”.

Molti affermano: “Io non so niente di calcio e non  guardo mai la televisione…”. Intendiamoci: conosco molte persone per cui questa scelta è apprezzabile e conseguenza di un atteggiamento ben definito di approccio alla realtà. Ma sono pochi: la maggioranza “snobba”. E preferisce la Cultura (con la C maiuscola): il calcio,per costoro, è solo per il popolino non acculturato, pecorone e frustrato. Come se non ci fosse spesso frustrazione, ansia di emergere e di “distinguersi” anche nel dedicarsi a cose molto “elevate culturalmente”. Qualcuno poi non ama il calcio perché deriva questo atteggiamento da un vetero malinteso “impegno”.

Il calcio (e ripeto fuori dagli interessi, dai miliardi, ecc.) è invece una delle espressioni  più popolari che esistano. La storia delle squadre di calcio dalla fine dell’ottocento ad oggi è uno spaccato di vita popolare che potrebbe dirci molto anche della storia, dell’economia, finanche della psicologia sociale e dell’individuo.

Ma poi, e soprattutto, ci sono le emozioni. Milioni di persone che si identificano e appartengono a qualcosa , non importa se è finto o corrotto, non importa perché tanto è un pretesto. Ma attenzione: non denigriamo quelle gioie, quei dolori: sono vere gioie, sono vere lacrime, che prescindono dal “business”. Chi ama una squadra di calcio ama un’entità astratta spersonalizzata a volte persino dai giocatori, ama un nome, una maglia, un qualcosa che ti fa gioire o soffrire quasi sempre indipendentemente dalla tua volontà.

E a quanti “snobbano” il calcio vorrei ricordare che alcuni dei più grandi filosofi, uomini di cultura, intellettuali, ecc. hanno gioito e pianto per delle partite di calcio. La valenza sociologica e culturale di queste emozioni travalica il fatto che in fondo si tratta di ventidue ragazzotti in mutande (più gli arbitri) che corrono dietro a un pallone e non invece di un monologo shakespeariano. Questo contenuto e quello che sta intorno al calcio diventa minimo e misero (anzi lo è di fatto) rispetto a questo “vivere e sentire” quelle emozioni per un “nome”, per una “maglia”, per una scelta (si può cambiare tutto nella vita: moglie o marito, casa, idee politiche,ecc. Ma quasi mai la squadra del cuore)

E allora io “mi interesso di politica e sociologia per trovare gli strumenti e andare avanti” (per dirla alla Gaber), mi appassiono alla musica, all’arte, alla filosofia, al cinema, alla letteratura. Ma non mi vergogno affatto a dichiarare che raramente  provo emozioni così forti, così autentiche, di vera gioia e di vera sofferenza come nel calcio.

Qualcuno ha detto che “il calcio è la metafora della vita”.

Lasciatemi esagerare, io voglio dire di più: “la vita è la metafora del calcio…”

Un caro saluto in “fuorigioco”.

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Claudia Frandi

maggio 5th, 2006 by Gian Luigi Ago

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IL CARNEFICE

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Le sue mani ossute, stringevano la preda, dimenatasi per poco sotto la prepotente pressione; le vene mutavano spessore emergendo dalle braccia scarne, ma vigorose.

I tendini andavano delineando le sagome dei muscoli.

Tozzo, il collo, in ultimo sforzo, si gonfiava fino a rassomigliare ad un rospo nell’atto del corteggiamento.

L’uomo piano sentì la pressione diminuire sotto le dita contratte ed il rilassarsi dei muscoli della vittima, segno di rassegnazione al destino decretato dal suo carnefice.

Smise di stringere e lasciò cadere il corpo inanime sul freddo bancone di marmo, sua lapide, si voltò a prendere l’accetta, getto un breve sguardo(indietro)agli occhi sbarrati, fermi su di lui, pensò che erano imbarazzanti e così per liberarsene sferrò un colpo proprio alla base del collo.

La testa pelosa saltò via rotolando sul pavimento.

Sollevò il primo strato di pelle e la strappò scoprendo i tendini vividi di sangue.

Poi con calma divise il corpo in parti: cosce, petto,…tutto diventò un’entità distinta.

Finita l’operazione depose il tutto in una pentola a vapore.

Coniglio a cena, stasera.

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NECESSITA’

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Necessità di cavar fuori dal nostro seno la rosa germogliata dalle tante spine, per poi rincorrerla affannati e felici nelle buie foreste del nostro essere.

Necessità di liberarci del nostro cumulo di atroci verità che poi abbiamo bisogno di ricavare poiché il solco si fa sentire. E grava sui nostri cuori la mancanza di ciò che può farci sentire vivi.

Sangue che pulsa insistente sotto le vene. Non faccio fatica a vederlo zampillare davanti ai miei occhi da una preda che di certo, se non per mano della morale, lascerei morire.

Trionfale immagino l’atto in cui mi confermerei sul corpo da me stremato.

Trionfale ed armoniosa nei miei gesti che hanno dato fine all’Essere da me tanto sospirato.

Essere, Essenza la stessa che nelle buie foreste andavo cercando, rincorrendo, bramando.

Essenza che è ancora appendice di me e mi deve ancora terra affinché io possa ricoprire il solco da lei lasciato nel mio cuore. Che batte! Batte! In funzione ch’ella lo senta e tremi perché a lei sto avanzando!

Quasi arriverei davanti ai suoi occhi a carponi, umili citazioni solo per lei avrei ed appena vedessi gli occhi farsi languidi, il colpo alla base del collo ed ai miei piedi la farei scivolare.

Sempre carponi striscerei accanto a lei, annusandone l’odore.

Il sangue che dalla ferita sgorgherebbe vivo sarebbe copertura al mio solco e fertile essenza da rendere nuovamente germogliata quella terra, la mia , da me creduta ormai sterile.

Placida accoglierei l’ultimo suo respiro e si poserebbe un velo di malinconia sul mio cuore sentendola andar via dopo l’ultimo gioco.

Disonesta l’ho incastrata, me ne vanto ed in solitudine mi crogiolo alla luce velata della notte.

Il freddo riempie le ossa di lei non toccando le mie.

Piano la mia pelle si fa più lucida, splendente. La sua rinsecchisce al pallore lunare. Le mie labbra palpitano vermiglie, le sue avvizziscono. Il mio corpo germoglia di sensualità mentre il suo sprofonda nell’arsa terra rossa in cui avvinghia ancora le unghie.

Risalirei il collo scarno, il mento, le labbra, i timidi zigomi e nel riflesso dei suoi occhi sbarrati, tra le sue paure, riconoscerei le mie.

Dimentica dell’atto che mi ha appena visto trionfatrice tornerei indifferente tra i mortali, ma pregherei ogni notte affinché mi venisse tolto il fardello del corpo pesante che, invisibilmente, mi porto appresso.

E pregherei l’amico, pregherei il fratello, il pescivendolo, il servo, pregherei il masso al centro dello stagno ed il rospo che vi sta sopra.

Ma ignari della mia croce mostrerebbero il languido sguardo e da me un feroce colpo inevitabilmente sarebbe sferrato.

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TI HO DOVUTO

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“Ti ho dovuto incrociare,

assaporare la tua

fugace essenza,

sfiorarti per sapere quanto

lacerante sarebbe stato negarti al mio cuore,

e se ti ho visto,

ti ho visto sparire.

Ho dovuto assaggiare

il sale dalle tue labbra

ebbre distillato

per sfuggire ogni mia emozione

che ora più non penetra

la congelata mia ingenuità.

Ho dovuto essere felice,

farfalla mia,non ne ho potuto fare a meno.

Del tuo delirio ero lo stendardo su cui sei salito

per vedere da un po’ più in alto

che eri già in cielo.”

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FRAMMENTI DI UN UOMO….CHE NON C’ERA

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Occhi dipinti, d’un grigio perlato. Tracciava il suo cammino un percorso di gigli. E’ un uomo sfumato, quello dinanzi a voi oggi.

Si è perso in un giorno di marzo, tra i campi d’oro, sotto un sole promiscuo.

Si è perso nei suoi pantaloncini a quadretti scozzesi rossi e verdi; si è perso nella sua camicia ocra sotto le bretelle mimosa. Nei suoi calzettoni bianchi dentro la sua sacca di pelle, si è perso.

Si è sdraiato al sole, facendosi spazio tra i fili d’erba sibillini.

E lì è scomparso.

Sono passati trent’anni.

Ed eccolo di nuovo a noi.

Non possiamo spiegarci come sia ritornato, né con quale escamotage abbia ingannato il tempo così lontano da qui e poi magari…molto vicino…chissà.

Possiamo credere, se da parte nostra vi è l’interesse, che sia uscito dalla stessa giacca che l’aveva sottratto al mondo . Quella medesima che si è portato appresso sin d’ora.

Ma voi, voi che non vi siete mai persi, sempre in compagnia di voi stessi; voi come potete capire il dramma di quest’uomo?

Pensate.

Se un giorno, una mattina come le altre cercandovi nel letto non vi foste trovati?

Di certo non avreste creduto subito alla realtà che vi si proponeva. Ma dopo esservi cercati in bagno, sotto il tavolo della cucina, tra i divani ed in ogni altro luogo della casa, che avreste fatto?

Sareste di certo usciti, all’aperto, a cercare nei posti che erano soliti avere la vostra compagnia.

Bene , quest’uomo, che è oggi qui dinanzi a voi, non si è più ritrovato.

Ha dichiarato di aver sin noleggiato una mongolfiera, pochi mesi fa, nell’estremo tentativo di esaminare nuovamente , ma da un’altra prospettiva la città, vicolo per vicolo. POVERO DIAVOLO.

Ed ora rispondete ad un quesito che mi assilla: nell’animo della signoria vostra quest’uomo è condannato?

Questo tormenta la mia persona.

Da buon avvocato non intraprendo mai una causa senza un cospicuo anticipo – siamo pescecani in un mare di squali – , ma quando questo corpo stanco si è presentato nel mio ufficio le sue occhiaie mi hanno detto che aveva una storia da raccontare e così ho ascoltato…

Tremante, sfinito dalla testa ai piedi non riusciva a quietarsi andando da una parte all’altra del mio ufficio con passo inquietante finché al mio secondo invito di sedersi si accasciò sulla sedia.

Mi parlò dell’aratro, di quel giardino, del sole accecante della campagna toscana. Quando si perse. E mi parlò dello sgarbo fatto a Vostra Signoria e  a tutti i cittadini di questo paese salendo sul tetto della chiesa in quel modo…insomma quest’uomo è andato nudo fin lassù non per sdegnare la Vostra Persona, ma se stesso. Era l’ultimo porto d’un viaggio in tempesta.

Forse vedendosi così ridotto, vergognandosi di sé sarebbe tornato, Se Stesso, almeno per tirarlo giù dal campanile.

Capite, ora Voi, che lo sgarbo l’ha fatto a se stesso?

Potete Voi condannare un uomo che già da solo si punisce? Ogni giorno della sua vita è la sua condanna.

Se la risposta è “sì” allora fatelo pure, ma prima dovete trovarlo, Giancarlo Giarlo, non è più tra noi da trent’anni…….

La giuria attonita, dopo essersi ritirata chiese se si potesse avere una foto di questo presunto Giancarlo Giarlo .

L’accusato non ostentò un attimo.

Portò la mano al portafoglio, lo rubò dalla tasca posteriore dei pantaloni, lo aprì e vi sfilò una foto in bianco e nero. La porse al suo avvocato che gli gettò uno sguardo fuggente come se avesse già presente l’immagine e volesse solo accertarsi che si trattasse di quella richiesta dalla giuria.

L’avvocato la prese e la porse al capo giuria.

L’uomo levatosi per un attimo tornò a sedersi esaminando il “corpo del reato”. Dopo poco destò gli occhi dalla foto e la passò agli altri membri della giuria. L’esaminazione durò un paio d’ore.

Volete sapere come è andata a finire tutta questa storia? Giancarlo Giarlo fu condannato…c’era da aspettarselo, il mondo non è pronto a tanta chiarezza. Perciò un consiglio: se capitasse anche a voi di smarrirvi…SSSSSH  Non fatene parola con nessuno. Se potete andate in un posto lontano e solitario. Solo lì soli soletti potrete ululare alla luna la vostra solitudine senza essere giudicati da un branco di ignoranti , stizzosi e un po’ gelosi che rappresentano benissimo la popolazione umana.

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MESTIERE DI POETA

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E’ scrosciante il getto ed il tonfo con cui la vita apre la tua esistenza.

“E luce fu” da un antro oscuro o da una caverna sinistra?

Dove abbiamo mosso i nostri primi passi?

I primi passi da uomini certo,..

Ma quelli da poeti?

Noi narranti dove siamo venuti al mondo? Quale fertile terreno ci ha consegnato all’aria e a questo odore di vita che nessuno di noi riesce a levarsi di dosso?

E poi una canzone, sonetto sillabato ci porta via e già non siamo più in grado di dire se fu dolce o reale.

Quando il mondo ci attraversa ci diamo a lui, che muova egli la nostra mano.

Che regga il nostro passo all’arricchirsi di vita-arroganti a volte regnanti del mondo

altre mendicanti.

Certo è che il vestito è sempre troppo largo e tuttavia troppo corto.

Siamo spazzacamini per vocazione

che si lamentano della notte

mentre sognano

La Luna.

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POESIA DELL’ABBANDONO

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Ti stringi

a uovo per attutire

nascondi dietro una forma scivolosa la porosità della tua pelle

che di tutto si impregna e odora.

Sono sulle tue natiche i ricordi voluttuosi del passato rosso.

Sono su i tuoi fianchi i ricordi di rocambolesce vicissitudini.

Sono sulle tue spalle i pesanti ricordi della perdita.

Tutto su di un corpo che stenta a reggere il passato per affrontare il suo presente.

Un latrato riempie il vuoto sonoro del tuo cuore.

Un sibilo percorre i polmoni sincroneggiando il tuo respiro.

Sei inesatta.Sei inattesa.Ma soprattutto sei inadeguata.

Speri sterilmente.

Sei peccaminosa preghiera impronunciabile.

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Nozione di tessuto non curante dei ricordi blu fiamminghi con cui ricopro il tuo viso negli annali delle mie memorie.

Spegne la candela nello sguardo dell’oblio di pomice e piume ricade sul tavolo la noce

Scavata a mani nude.


ha perso l’anima

ed è leggero allontanarsi

quasi fosse il mio mestiere.

Cantiere di sentimenti

ferrovia di sensazioni

autolavaggio per sbagli sgualciti

evidenza offuscata

domanda senza incognite

comprensione senza compassione

pedina senza gioco

altalenante singhiozzo di arcigno imbarazzo

desumi il tratto dalle slavate pagine .

Consumi con commensali glabri pasti

Senza denti.


Danza

come spasmo nevrotico

contrae i gangli

prostrati ad ogni battito da polmone    amplificato.


E’ la trachea a tenere

ogni ritmo dei nostri malevoli

umori.

Ritirati per poca compartecipazione

in strazi aggiustati da sentinelle

ipocondriache

per dazi non pagati.

Gioca con i pensieri solerti

d’un anno in rivolta

la tela

sporca delle mie intenzioni

non posso cedere il passo

a sotterrare l’anima sotto dirupi di macerie.

Cimeli accagionabili

trattenuti da rospi ingordi di ricordi velenosi

che bloccano lo stipite alla porta della malinconia.

Ti aspetto sul bordo di tutte le parole da me sussurrate, sul pendio della mia rettitudine

t’aspetto per poter protesa intravedere l’arcano delle tue voglie scolpirsi sulle mie labbra pronte a ricevere.


Rosso sgomita sul ciglio di ogni nostro sguardo la cometa di tutti gli intenti che non possiamo più sussurrare.

E’ una stretta malevola quella che ti impongo dall’ebano delle mie dita.

Ti estraggo.

Come rumore d’onda condita di ricordi, non avanzi il passo,

fenice incatenata,

e nel deserto delle mie intenzioni

mi dimentico di aver chiuso con te.

Ci sono piccole rondini di vetro a grattare il mio cielo,

mi arrampico smodata sulla scala incerta della mia caparbietà,

tutto stride di saccenti umori e sorrisi nel vento.

Come valore indecente,

come valore bollato che non sai a chi spedire

come valore sprecato e non vai a canestro

come cieco che non vede la rotta e sensitivo che non stima la distanza dal pericolo

mi ribello per non interferire

e le mie poesie sono le mie visioni di farina e vento che prendono corpo sul viale del meridione.

Anima abbandonata

scalda sul divano il nonno la tela

e resto muta.

Poco può il mio passo sulla linea del tempo

poco può il mio io nei guazzabugli della tua psicanalisi

e sono luci interrotte quelle che vedo

sul viale che conduce

inerte guida ghibellina

ai neri spazi dell’anima mia.

Si rivolta l’immagine

sulla sua sfavillante incudine

incido la mia sigla

la stessa che un giorno

d’uggiosa provenienza,

abbandonai a stento.

Barbara investitrice di fragili ricordi.

Di che colore è il tuo vestito nuovo?

Mi appallottolo nel mio riflesso

e resto qui

apparentemente priva di sensi.

Ingordigia di organi cementati.

Chi si muove in questo mio petto?

A mani aperte è la terra che scorre

vivacemente dalle unghie mie trattenuta.

Erra il passo come su di laguna ardente.

Minaccia la tempesta

un cuore perso in spirali di solitudine.

Hai lasciato

dal letto sfatto

antichi dissapori avvinti nella chioma .

Disilluso

d’ogni possibilità di cimentarti nell’altrui conoscenza

arretri il passo

davanti ad un nuovo sguardo che nulla sa

delle notti di bufera tua interna, del contorcerti avvinghiato alle budella altrui.

Gomorra di occhi placentati

vitrei intendimenti che non puoi comunicare.

Ci sono ottusi sentimenti,

rimbalzano sulla tua cornea

in un dissapore di sguardo altrui.

Non cogli l’accento,

si fa monotono il tutto.

Come spiegarti che un cuore non batte per l’altrui intenzione?

“Di notte penseranno di aver visto il sole
Quando si vedrà il porcello mezzo uomo.
Rumore, canto, battaglia nel cielo si vedrà ,e si udiranno
parlare le
bestie malvage.” Nostradamus                                                                                                              Centuria I Quartina 64

E’ vietato fare rumore

ogni dito alzato è una minaccia

ogni sibilo un insulto

i portavoce sono disoccupati

da contratto

ed io attonita guardo i miei giorni senza sapere che farne.

Perché non batti più?

Hai smesso di giocare lasciando ogni pedina in disordine.

E nell’intento di ritrovare il Nord perdo il mio Sud.

Pensando d’esser arrivata devo ripartire.

La mia anima si squarcia

la mia anima si riduce

divampa in lei ogni tormento in spore di rosa

di tutte le parole che non ti posso più dire

di tutte le parole che non posso più pronunciare.

Dolce è il dolore che mi culla lontano da ogni nostro ricordo.

La spirale evanescente di petali di memoria risucchia la mia rettitudine.

Ma il vascello ha vele troppo piccole e venti deboli poiché, amico mio, mi

trovo a scorger sovente la costa  dopo giorni di navigazione.

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