( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

“NOWHERE” di Luis Sepulveda (recensione di Claudia Bellucci)

gennaio 21st, 2005 by Gian Luigi Ago

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Regia: Luis Sepúlveda
Cast: Harvey Keitel, Angela Molina, Jorge Perugorría, Luigi Maria Burruano, Leo Sbaraglia, Andrea Prodan, Daniel Fanego, Caterina Murino
Musica: Nicola Piovani
Paese: Italia/Spagna/Argentina

Anno: 2001

Con questo film esordisce nella regia Luis Sepùlveda, scrittore cileno di sinistra tra i più amati in Europa, da sempre dedito all’impegno civile, etico ed estetico, ma costretto in passato ad un lungo esilio per sfuggire alla dittatura di Pinochet. “Responsabilità dell’intellettuale deve essere – nelle parole di Sepùlveda – mantenere una funzione di critica della realtà, dello “status quo” per procurare una forma migliore di vita”.

Con questa sua prima avventura dietro la macchina da presa, l’autore racconta con le immagini il suo romanzo “Incontri d’amore in un paese di guerra”, trasponendo la metafora della libertà come diritto inscindibile da quello alla vita nella vicenda dei desaparecidos dell’America Latina. Il suo sguardo si apre sulle dittature che ancora infangano il mondo: fin dalla prima scena uno de i protagonisti (Harvey Keitel) introduce al pubblico il senso della sua lotta, rispondendo alle parole di una sciamana andina sull’inarrestabile cerchio della paura che non ha inizio né fine; “No, non è reale questa eternità”, dice, “Sono le dittature a falsare il senso del tempo per convincerci che sono eterne”.

La storia è ambientata negli anno Ottanta, in un paese latinoamericano non ben specificato. Il dittatore di turno ha ideato una sinistra manovra mediatica per giustificare la permanenza dei militari al potere. I suoi servizi segreti sequestrano in pieno giorno e in presenza di numerosi testimoni un gruppo di dissidenti formato da uno studente appassionato di boxe (Leo Sbaraglia), un cuoco omosessuale (Daniel Fanego), un professore disilluso (Andrea Prodan), un manovale delle ferrovie ex sindacalista (Jorge Perugorría) e un barbiere ebreo (Luigi Maria Burruano).
Dietro l’ordine del dittatore i prigionieri vengono condotti in una vecchia stazione ferroviaria sperduta nel deserto, chiamata “Ninguna Parte” (nessun posto), e affidati alla sorveglianza di un plotone di soldati non meno spaesati dei detenuti in quei solitari paesaggi. Ma anche lì i prigionieri riescono a salvaguardare il calore e il senso lucido dell’esistenza, finendo col fraternizzare con i loro sequestratori.

Con l’aiuto di uno strano avventuriero, chiamato il Gringo (Harvey Keitel), che preferisce l’intelligenza dell’ironia alla vigliaccheria del cinismo, di un militante della resistenza e di una giovane patriota (Caterina Murino), i prigionieri progettano la fuga, mentre la moglie dell’operaio (Angela Molina) e il compagno del cuoco, avendo capito la strategia del tiranno, si oppongono alle ricerche smorzando il clamore suscitato dal sequestro. Un passaggio difficile da capire, questo, perché costruito a partire dal principio della non-innocenza dei sequestrati, mirabilmente racchiuso in queste parole della donna: “Le persone come noi e i nostri compagni chiedono di vivere pienamente, con tutti i nostri diritti. E uno di questi diritti è antico quanto l’uomo ed è il diritto di ribellarsi contro le tirannie.

Se questo ci rende colpevoli, accettiamo la nostra colpa con orgoglio”, come dire che proclamarli innocenti avrebbe come unico risultato la perpetrazione delle bugie propagandate dallo Stato. Ed è a causa di queste bugie che il professore di storia sceglie la morte nel campo di prigionia con un tentativo di fuga-suicidio, non potendo più convivere con la vergogna di nascondere la verità ai suoi studenti. Ma nonostante la drammaticità delle tematiche affrontate il film è fortemente ironico ed ha spunti di comicità. “Lo humor – sostiene il regista – è l’arma più terribile, più sovversiva per combattere una dittatura”. “E’ apparso san Che Guevara” dirà uno dei prigionieri dopo l’incontro con i liberatori. La storia, alla fine, diventa “un grande messaggio di ottimismo, un’allegoria della vita; parla della magnifica esperienza che è la vita, quando viene vissuta nel rispetto di tutti i diritti e della dignità” dalle parole dello stesso regista. Ed è questo il tema centrale, che tocca vere punte di poesia nei sogni e nelle speranze, anche utopiche, dei personaggi. Uno dei passaggi più intensi di questo film, in cui la bellezza della parola supera quella delle immagini, è proprio quando il cuoco ricorda, dopo l’uccisione del compagno, che


la vita continua

fra lacrime e risate la vita continua

fra rabbia e amore la vita continua

fra la solitudine e la tristezza la vita continua

fra i giusti e i deboli la vita continua

e nulla, né una legge né un desiderio,

né una muraglia, né un oceano o un deserto

potranno mai fermare il suo scorrere infinito, nulla.

Per quelli che ci mancano e per quelli che verranno la vita continua.

Vivere compagni!

Vivere è il nostro grande compito.


Nowhere è un lungo viaggio nel cuore della più meravigliosa utopia, quella di realizzare da qualche parte i sogni di libertà che oggi non trovano altro spazio se non dentro l’uomo. “I mulini non ci sono più”, ama ripetere il Gringo citando Van Gogh, “ma soffia sempre lo stesso vento”.

CURIOSITA’

L’immagine che Sepùlveda aveva scelto per la locandina del film è stata “corretta”, a sua insaputa, nella realizzazione del manifesto, travisando e tradendo il senso di quella scelta. Un’incomprensibile e ingiustificabile censura ad opera di mani anonime ha praticato infatti una vera e propria “mutilazione” trasformando il pugno chiuso – simbolo della resistenza comunista – dell’attore Jorge Perugorria nelle due dita aperte, segno di una più moderata pace o vittoria. Sepùlveda ha dato un nome a questi anonimi: “piccoli servitori, piccoli cani fedeli al capo della comunicazione…al capo delle televisioni”.In un’intervista lo scrittore cileno ha manifestato apertamente e senza mezzi termini i suoi timori e la sua contrapposizione nei confronti dell’attuale governo italiano e del presidente del consiglio.Durante la presentazione del film (una coproduzione italo-argentino-spagnola) ha preso ferma posizione contro la concentrazione nelle mani del capo del governo del potere della comunicazione televisiva. “La televisione, quando si fa espressione di un pensiero “unico” -afferma- è segno della fine dello sviluppo della società italiana”.

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“IL GRIGIO” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini (G.L.A.)

gennaio 21st, 2005 by Gian Luigi Ago

E’ in giro per l’Italia la nuova versione dell’opera teatrale “Il Grigio” di Gaber/Luporini nella nuova versione prodotta dal Piccolo di Milano e interpretata dal bravissimo Fausto Russo Alesi.

Non posso che confermare l’impressione che ebbi al debutto dello spettacolo al Piccolo di Milano. E’ importante sottolineare che, al momento della notizia che sarebbe stata riproposta questa nuova edizione dell’opera di Gaber/Luporini, molti manifestarono delle riserve. Tra i dubbi più ricorrenti quelli legati alla impossibilità di “replicare” Gaber e alla “distanza” di Ronconi dal modo di pensare, anche artistico, di Gaber/Luporini.

Anch’io ebbi qualche dubbio ma in ogni caso mi sembrò più giusto vedere prima quale sarebbe stato il risultato. Sul fatto della difficile interpretabilità di Gaber o della lontananza di Ronconi dallo spirito gaberiano, la cosa non mi preoccupava anzi…

Se un’opera (musicale o teatrale che sia) riesce comunque a trasmettere qualcosa (al limite anche di diverso dall’originale) vuol dire che contiene in sé un’universalità tale che le permette di essere interpretata anche prescindendo dall’autore e dalla sua cifra stilistica. E questo è per me un pregio, non un difetto. Certo, diventerà un’altra cosa, ma tutto (anche noi stessi) siamo ogni istante un’altra cosa rispetto a ieri. E’ vero che può venir fuori qualcosa di negativo e allora potremo anche criticare, ma non dovremmo in ogni caso, per farlo, fare il confronto con “Il Grigio” nella versione gaberiana. Il Grigio di Gaber/Luporini sarà senz’altro un’altra cosa rispetto a quello di Ronconi, come il Gesù di Zeffirelli è diverso da quello di Pasolini, ma questo è il bello. Queste operazioni a me sembrano stimolanti: è il testo, la parola che si libera dalla costrizione temporale e si sublima. Perché no?


Già al debutto ebbi una conferma positiva alle mie riflessioni di allora e riconfermata anche in questa nuova versione “ridotta” da due tempi di un’ora ciascuno a un atto unico di un’ora e quarantacinque .

Il “nuovo” Grigio è una grande opera teatrale. Due giovani trentenni, la regista Sinigaglia e l’attore Fausto Russo Alesi hanno compiuto un’operazione straordinaria.

Ho trovato l’’interpretazione di Russo Alesi superlativa, sia perché denota una grande capacità artistica e in lui si notano tutte le capacità tecniche di un grande attore, sia perché sa emozionare. La sua fisicità è grandiosa. Per tutto lo spettacolo ogni parte del suo corpo vibra e recita. Basta vederlo in canottiera e mutande per accorgersi che ogni suo muscolo trema e recita, perfino il suo sudore, i suoi occhi sbarrati, il tremore delle dita indicano una partecipazione e capacità recitativa da grandissimo attore.

E poi durante la rappresentazione mi sono “dimenticato” Gaber e dico questo in senso positivo: intendo cioè dire che non ho mai fatto un paragone, un confronto, perché questo Grigio è stato riletto in maniera diversa eppure fedele.

Voglio dire che il fatto che questo Grigio, nei suoi monologhi, nel suo scorrere della parola, sia lontano da quello di Gaber valorizza e “ratifica” la validità di un testo che diviene a tutta ragione un “classico” e che può quindi essere portato in scena tranquillamente da un attore molto più giovane di quanto fosse Giorgio al momento della sua proposizione dell’opera, e può essere giocato su una lettura diversa e su una recitazione che non è mai scimiottattura anche nei passi che sono chiaramente tipici dell’impostazione teatrale e vocale di Gaber.

Fausto Russo Alesi è indubbiamente un grande attore, il testo di G/L è indubbiamente un grande classico e la regia, addirittura giocata su una scenografia più scarna di quella originale e con alcune trovate sceniche importanti e significative, non solo non fa torto alla versione gaberiana, ma anzi ne sottolinea la grande valenza teatrale e consegna il “teatro di evocazione” al giusto posto che ha nel Teatro italiano, fugando i dubbi di quanti pensavano che quest’opera potesse contare solo per la “popolarità” di Gaber.

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Un tesoro sommerso; il problema della divulgazione del Teatro-Canzone di Gaber/Luporini (G.L.A.)

gennaio 12th, 2005 by Gian Luigi Ago

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Capita di notare, urante interviste a giovani musicisti, che molti di questi ignorano Gaber.Il fatto che un musicista, per quanto giovane, ma comunque magari già di successo e facente parte degli “addetti ai lavori”, ignori ad esempio canzoni come “Io se fossi Dio”, riunisce in sé le solitamente contraddittorie categorie del sorprendente e dell’ovvietà.Questo e tanti altri episodi testimoniano di quanto sia limitata la “conoscenza” di Gaber e la “coscienza” della sua importanza. Già altre volte si è posta la domanda di come ovviare a questa situazione, di quali cioè fossero i canali, i metodi e le iniziative giuste per far sì che l’importanza di Gaber e di Luporini fosse congruamente recepita e valutata nel panorama culturale italiano (ma anche europeo).Io credo che nel nostro caso ci troviamo in una situazione analoga a quella di un “tesoro sommerso in fondo al mare”, a portata di mano ma di cui molti ignorano l’esistenza. Certo non è pensabile (né, credo, nelle intenzioni di alcuno) trasformare il fenomeno Gaber in un fenomeno di massa:com’è nella natura di tutte le cose di alta qualità, senz’altro resterà apprezzato da una minoranza, né quindi si pone il problema di “volgarizzarlo” ad ogni costo (nel senso etimologico del termine). Oscar Wilde diceva, credo a ragione, che non si tratta di rendere l’arte popolare, ma il popolo artistico. Però credo che il caso di Gaber e Luporini sia ancora diverso. Certamente chi conosce, legge, apprezza, che so, Pasolini, Borges, ma anche Montale, Ungaretti, ecc. non appartiene alla maggioranza, eppure, in questi e altri casi, anche chi non ha gli strumenti, la sensibilità e/o la possibilità di conoscere a fondo questi e altri autori, ne riconosce, anche solo “sulla parola”, per “sentito dire”, l’indubbio valore artistico-culturale. Questo succede perché gli ambienti culturali ne hanno, per così dire, “ratificato” la “valenza culturale”. Ecco quale credo sia il nocciolo del problema: l’opera di Gaber/Luporini è quasi sconosciuta o quantomeno incongruentemente valutata proprio dagli stessi ambienti culturali che avrebbero titolo e competenza per coglierne la grande valenza. Quindi ben venga la divulgazione “verso il basso”, cioè la diffusione delle opere di Gaber/Luporini al più vasto pubblico possibile, ma ancor di più sarebbe utile una divulgazione “verso l’alto”, nel senso che bisognerebbe operare perché gli ambienti culturali si accorgessero (o volessero accorgersi?) realmente di chi è stato Gaber e dell’importanza rappresentata dall’intera opera dei Nostri, dal punto di vista non solo artistico, ma anche culturale e intellettuale del secondo Novecento.Se questo accadesse allora forse potrebbe prodursi un effetto a “cascata gravitazionale” verso il basso che potrebbe spingere editori, addetti culturali, discografici, cineasti, ecc. a parlare, dibattere, produrre, pubblicare , investire su quanto hanno fatto e rappresentato Gaber e Luporini, raggiungendo così anche un pubblico più vasto, suscitandone la curiosità verso una maggiore conoscenza. E ripeto che non intendo la “massa” delle persone ma almeno i “gaberiani potenziali”. Io sono infatti convinto che molti che “potenzialmente” avrebbero appunto gli strumenti, la sensibilità, ecc .per conoscere e “innamorarsi” di Gaber, oggi siano “ignoranti” in materia in quanto non informati della presenza di questo “tesoro sommerso” nel mare della nostra apatia culturale e della massificazione mediatica verso il basso.

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