( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

MONOLOGHI

dicembre 28th, 2004 by Gian Luigi Ago

GIAN LUIGI AGO:

ZENONE E I SENTIERI DELL’UTOPIA

Eccomi di nuovo a casa.

Chiudo la porta e il tempo è come se rallentasse improvvisamente.

Eh sì questa cosa del Tempo e della sua percezione mi ha sempre fatto un po’ pensare. A parte il fatto che io non credo al Tempo (e probabilmente neanche lui a me…) ma questa storia delle ore che a volte sembrano non passar mai e degli anni che invece come ti volti sono già passati, mi ha sempre innervosito un po’.

E intanto noi? Noi corriamo, corriamo sempre e comunque.

Eppure dovremo pur fermarci un giorno, noi che corriamo, corriamo ogni giorno, corriamo a perdifiato, corriamo verso il futuro, come se il futuro non fluisse già verso di noi nonostante la nostra corsa.

E’ quasi come se cercassimo di accorciare questa finzione del Tempo, come se volessimo inventarlo il moto, lì dove nulla in realtà può muoversi.

A volte mi convinco sempre di più che quelli di Zenone (*) in realtà non fossero paradossi ma la pura e semplice, inequivocabile verità. E forse l’eleatico, già qualche millennio fa, aveva capito veramente tutto e forse per questo, quando i suoi critici per dimostrargli le assurdità delle sue teorie si mettevano a camminargli intorno, lui scuoteva la testa e pensava: “illusi: il moto non può esistere; non potete pensare di muovervi solo perché sommate tanti momenti di immobilità”. E forse in qualche “luogo del pensiero” Achille piè veloce è ancora lì che cerca di compiere l’impossibile e assurda impresa di raggiungere in corsa la tartaruga.

Beh, è vero faccio pensieri strani (a volte) però è a questo che penso quando rifletto su me stesso e sugli altri: siamo tutti così irrequieti, così frenetici, così “lanciati”. La nostra esistenza è un continuo inaridimento della scelta nella ripetizione, è un continuo cercare l’ubiquità dove non esiste limite, e ignoriamo di essere invece sempre al centro di spazio e tempo.

Noi ribaltiamo continuamente la nostra afasia su dei piani immaginari dove nulla già esiste o tutto è già esistito. E il mondo è sempre più pieno di strane antinomie: clamore eppure silenzio, presenzialismo eppure assenza, afasia e comunicazione di massa.

E allora penso che un giorno dovremo pur fermarci.

Ma non parlo, a scanso di equivoci, di un’immobilità definitiva.

Intendo piuttosto dire che per me i sentieri dell’Utopia possono essere percorsi solo con un movimento “vero”, continuo, incessante, certo, ma che non può non partire da una nuova immobilità, che non può non configurarsi come un movimento che si origini da un giusto punto fermo sull’uomo e sul mondo, da una “tabula rasa” che sia premessa a questo nuovo cammino.

Ne ho già imboccate tante di strade per poi ritrovarmi sempre di fronte a nuovi bivi.

Sì, lo so, certo: forse questo è il vero senso di ogni vita, ma il fatto è che a me piacerebbe ”viaggiare per la stessa ragione del viaggio: viaggiare”, senza pensare a quale sarà l’arrivo (e se ci sarà un arrivo) e soprattutto senza cercare di correre dietro a valori (voglio dire disvalori), idee, successi di un mondo che m i piace sempre di meno.

Eh sì, il mondo…

Eppure anni fa ho anche lottato per questo mondo, ho creduto davvero di poterlo cambiare, di poter trasformare le emozioni, le illusioni, le speranze, le utopie appunto, in realtà concreta. Ho bruciato anche tante possibilità personali sull’altare del “possibile”, anzi di quello che allora era il “certo”. Ma poi sappiamo tutti com’è andata. E allora ci siamo rimessi tutti a correre, un po’ per recuperare il tempo perso…un po’ perché tutti correvano e allora anche tu ti accodi a questa grande maratona . Eppure oggi non ho più tanta voglia di correre. Non così, almeno. No, non è solo una questione di età e di fiato che viene a mancare (non ho più vent’anni e a ben pensarci, neanche trenta o quaranta o cinquanta…): è’ qualcosa, di dentro, che mentre corri per strada e ti vedi riflesso in una vetrina ti fa sembrare un cretino.

E allora oggi mi sembra che si debba tutti ritrovare la serenità di una nuova immobilità prima di ripartire. Vorrei che ci incamminassimo per gli eterni sentieri dell’Utopia con un carico nuovo, semplice e innocente, primordiale e insieme forte e che questo viaggio cominciasse da un attimo di silenzio, di immobilità. Ecco, mi piacerebbe volare e dall’alto guardarla questa immobilità , l’immobilità del giorno in cui finalmente ci fermeremo;

mi piacerebbe essere solo la memoria di quel nostro incessante incedere, oppure il Nulla.

(*) Zenone di Elea, filosofo del V secolo a.C., famoso per i suo i paradossi in cui negava l’esistenza della pluralità e del movimento.


LA LAVAGNA

L’aula è in penombra e sono rimasto soltanto io.

I miei alunni sono già corsi fuori e li sento scendere le scale con la stessa indomabile smania di ogni giorno.

Un po’ mi assomigliano: solo meno malinconia, meno entusiasmo, meno voglia di aprire i loro occhi chiari sul mondo, ma magari sono io che equivoco, che non ricordo, che confondo…

Ma non importa: stasera non ho voglia di andare subito via, mi piace restare ancora un po’ qui coi miei pensieri, a fissare il muro, e al muro la lavagna.

Forse per tutti c’è una stanza in penombra che aspetta di vederci arrivare, in un giorno come questo, per fermarci coi nostri pensieri davanti a un muro, davanti al nero di una lavagna.

Una lavagna nera, senza memoria.

Le lavagne non hanno memoria, hanno soltanto l’oggi, non hanno pagine da voltare, pagine da rileggere ogni tanto con uno stupore nuovo, trovando nuovi significati per le stesse parole e tra le righe suoni, odori, umori che avevamo dimenticato o mai conosciuto, nuovi sintagmi da cui ripartire.

Vi abbiamo impresso segni e questi segni scivolano implacabili nel nero della memoria a ogni colpo di spugna sostituiti da altri che vi abbiamo sovrapposti.

Che senso ha mai questo affastellarsi di memorie, questo tempo che avanza e condiziona pur non esistendo?

Un attimo, ci resta soltanto un attimo: l’ultimo. O forse è il primo? O forse è l’unico?

Ci dovrà pur essere un modo per ritrovare noi stessi, non quelli di oggi o di ieri, voglio dire “veramente” noi stessi, coi segni che abbiamo impresso a fatica sulla nostra lavagna.

Ma ormai si sta facendo sempre più tardi e la lavagna è sempre lì davanti a me, come un giorno sarà davanti a ognuno di noi e quando saremo arrivati all’ultimo colpo di spugna avremo perso il vero senso di quei segni scomparsi, omologati agli altri nel nulla.

Fisseremo quel vuoto e forse solo allora capiremo.

Cosa volevamo dimostrare? Chi volevamo punire?

E resteremo le uniche vere vittime, cercando almeno un’ombra di quei segni sbiaditi, persi per sempre, cancellati ogni volta. Ma decifrali ancora, valutarli, capirli, sarà difficile in quel rimpianto di cose che han memoria: sarà gesso in frantumi tra le dita.

Resteremo soli in quella stanza in penombra, stringeremo immobili la spugna tra le mani, guardando fissi il muro e al muro la lavagna.

Ma una lavagna ha solo l’oggi, non memoria……

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“IL DOTTOR CÉLINE” di Sandro Luporini e Patrizia Pasqui (G.L.A.)

dicembre 21st, 2004 by Gian Luigi Ago

E’ in tour per l’Italia lo spettacolo teatrale “Il dott.Céline” biografia dello scrittore curata da Sandro Luporini e Patrizia Pasqui, con canzoni di Carlo Cialdo Cappelli e interpretata da Mario Spallino.

Abbiamo avuto modo di parlare con molti di quelli che hanno assistito allo spettacolo e a tal proposito anche abbastanza a lungo con lo stesso Sandro Luporini.

Abbiamo assistito alla prima a Pisa e alla pomeridiana di due giorni dopo che era già più scorrevole nell’insieme rispetto alla precedente. Premetto che la nostra passione per Céline rende probabilmente il nostro giudizio “viziato”. Ma crediamo di essere sufficientemente in grado di prescindere dalla nostra passione per analizzare le cose in maniera equilibrata e critica.

E allora, se guardiamo al lavoro come impatto “gestaltiano”, dobbiamo dare un giudizio complessivamente positivo. La storia è abilmente ricavata dai due principali libri di Céline: “Morte a credito” e “Viaggio al termine della notte”.

La recitazione di Spallino, due ore da solo sul palco, è indubbiamente di alto livello . Per giudicare questo lavoro dobbiamo innanzitutto “dimenticarci” del Teatro Canzone di Gaber/Luporini a cui eravamo abituati. Questo è un’altra cosa per vari motivi; innanzitutto non c’è un filo concettuale legato alla situazione sociale/personale del presente, come accadeva negli spettacoli portati in scena da GG. Questa è una “storia” che naturalmente ha comunque la sua valenza concettuale, ben evidenziata da quel “dialogo con la morte” che attraversa tutta la rappresentazione, risolto con una riconciliazione con essa, non presente in Céline, ma farina del sacco luporiniano che si riallaccia a concetti già in passato espressi insieme a Gaber.


Le critiche maggiori sono state rivolte, da quanto sentito, alle canzoni e probabilmente era inevitabile per un pubblico per larga parte composto da “gaberiani”.

E su questo punto, come gaberiani, sentiamo di poter essere anche noi d’accordo .

Le qualità di Carlo Cialdo Cappelli in campo musicale sono indiscutibili, ma in ogni caso non possono essere giudicate riproponendo un confronto con le canzoni gaberiane.

Si aggiunga a ciò che le canzoni sono strettamente collegate al momento dello spettacolo che devono puntualizzare (l’Africa, il dollaro, ecc.).

Forse solo un paio hanno in sé una cifra “universale” che potrebbe essere ben estrapolata dal contesto e avvicinarsi alle canzoni gaberiane: la canzone d’amore su Molly e quella che riprende il concetto di “termine del mondo”. Si tenga poi conto che Spallino è soprattutto attore e che un confronto “alla pari” con il Gaber cantante (ma nel contempo anche autore) è anch’esso improponibile.

Questi sono i limiti principali di questo lavoro che poteva benissimo sussistere come opera teatrale, senza la parte delle canzoni.

Lascia invece un po’ perplessi la critica fatta da alcuni sul mancato uso del “linguaggio céliniano”. Il linguaggio céliniano, quello che lui stesso definiva “petite musique” viene spesso confuso con un linguaggio simile al parlato, ma in realtà è qualcosa di molto più complesso e, se vogliamo “studiato”. Il proliferare di avverbi, le inversioni sintattiche lo fanno assomigliare al “parlato” ma in realtà questi artifici letterari devono suscitare il loro “effetto” all’interno della scrittura.

Il linguaggio céliniano non può essere trasportato facilmente in un altro ambito così facilmente come si crede, nonostante sia forse il più adatto ad una trasposizione teatrale.
Da questo punto di vista, credo che l’operazione sia invece riuscita, considerando che poi chi vuole conoscere veramente Céline, dovrà per forza leggerlo. Se questo è vero per qualsiasi scrittore, lo è a maggior ragione per Céline che ha davvero rivoluzionato il linguaggio letterario.

In ultima analisi riteniamo che sia già positivo, al di là di alcune perplessità che anche noi avvertiamo nei confronti di questo lavoro, che Luporini abbia ricominciato a scrivere qualcosa che se non è il Teatro Canzone fatto con Gaber, parte da esso per provare a intraprendere qualcosa che in un certo qual modo deriva da quella lezione. Diamo tempo e credito a questo progetto e lasciamo perdere i paragoni con il Teatro Canzone con GG.

Quella è stata un’esperienza che in ogni caso resterà inimitabile e irripetibile. Se prescindiamo da questo confronto, pur con alcuni limiti, questo è tutto sommato un bel lavoro che può essere l’inizio di qualcosa di ancora migliore.

Tra l’altro questa operazione è particolarmente gradita a quanti amano Céline e sanno quanto sia stato importante questo autore anche per gli spettacoli del Teatro Canzone di Gaber/Luporini.

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“L’ILLOGICA SPERANZA” di Giulio D’Agnello, i Mediterraneo e Stefano Paiusco (G.L.A.)

dicembre 7th, 2004 by Gian Luigi Ago

E’ stato recentemente pubblicato per la Carosello Records il CD “L’illogica speranza” di Giulio D’Agnello e Stefano Paiusco (vedi i relativi curricula nella sezione “Artisti”) con il Gruppo Mediterraneo.

I due artisti ripropongono brani del Teatro Canzone di Gaber/Luporini alternando canzoni (eseguite da D’Agnello e il gruppo dei Mediterraneo) a monologhi (eseguiti da Paiusco).

La grande passione e la scelta di fedeltà filologica al “modello” originale fanno di questo CD un tributo al Teatro Canzone di Gaber e Luporini di grande qualità e capace di risvegliare le emozioni con cui i due grandi artisti hanno saputo nutrirci per oltre trent’anni.

D’Agnello e Paiusco sono impegnati in questo progetto “gaberiano” da oltre un anno con concerti che hanno portato in giro per l’Italia sempre con grande successo.

Lo stesso Luporini ha supervisionato alcuni loro lavori e manifesta nelle note di copertina l’apprezzamento per il lavoro svolto e la sua stima per i due interpreti.

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“RUMORE ROSA” poesie di Claudio Lolli (G.L.A.)

dicembre 4th, 2004 by Gian Luigi Ago

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Abbiamo amato Claudio Lolli per molti anni, anche se per molti è rimasto poco più di uno sconosciuto. L’uscita di questo libro è un’ottima occasione, soprattutto per i più giovani, per andare a riscoprirlo rovistando alla ricerca dei suoi CD. “Rumore rosa” (termine riferito alle frequenze artificiali che i tecnici del suono utilizzano per evidenziare la curva di equalizzazione ottimale in un ambiente destinato a ospitare una performance musicale) è un libro di 40 poesie, il primo di Lolli in questo genere, corredato da un Cd inedito di letture e sonorizzazioni curato dallo stesso Claudio Lolli e dal suo chitarrista di sempre Paolo Capodacqua. Poesie che vanno dal personale al civile, che ripercorrono e per certi versi divergono dalla produzione discografica. Gian Luigi Ago (2004)

Claudio Lolli
RUMORE ROSA
Foto e cura di Enzo Eric Toccaceli
Stampa Alternativa

COLLANA: Eretica speciale
GENERE: Poesie con CD
pp. 104 PREZZO: 18,00 euro

Discografia di Claudio Lolli

  • ASPETTANDO GODOT (Emi 1972 cd 1989)
  • UN UOMO IN CRISI (canzoni di morte, canzoni di vita) (Emi 1973 cd 1989)
  • CANZONI DI RABBIA (Emi 1975 cd 1989)
  • HO VISTO ANCHE DEGLI ZINGARI FELICI (Emi 1976 cd 1989)
  • DISOCCUPATE LE STRADE DAI SOGNI (Ult. Spiag. 1977 cd BMG 1989)
  • EXTRANEI (Emi 1980)
  • ANTIPATICI ANTIPODI (Emi 1983)
  • CLAUDIO LOLLI (Emi 1992)
  • NOVE PEZZI FACILI (Emi 1992)
  • PIAZZE.STRADE.SOGNI (1995)
  • INTERMITTENZE DEL CUORE (Tide Records 1997)
  • VIAGGIO IN ITALIA (Sony 1998)
  • DALLA PARTE DEL TORTO (Storie di Note 2000)

Bibliografia di Claudio Lolli

  • GIOCHI CRUDELI (Feltrinelli, 1991)
  • NEI SOGNI DEGLI ALTRI (Marsilio, 1995)
  • ANTIPATICI ANTIPODI (Citylights Italia, 1999)
  • RUMORE ROSA (Stampa Alternativa 2004)

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“GABER, FRAMMENTI DI UN DISCORSO…” a cura di Micaela Bonavia (G.L.A.)

dicembre 3rd, 2004 by Gian Luigi Ago

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E’ stato pubblicato per la Selene edizioni il libro “Giorgio Gaber, frammenti di un discorso…” a cura di Micaela Bonavia.

Parlare di una semplice raccolta di scritti, articoli e interviste a Gaber è riduttivo per questo lavoro di Micaela, che fa parte dell’amministrazione del sito www.giorgiogaber.org e che collabora con L’Adac di Modena, che cura l’archivio dell’opera del Maestro Sandro Luporini. Frutto di un lungo lavoro di ricerca e catalogazione di materiale portato avanti da molto tempo, questo libro è una vera e propria ricostruzione fatta con precisione e organicità che, dipanandosi lungo un filo di cronologia artistica, riesce a parlarci di Gaber in maniera completa e profonda proprio attraverso le sue parole. La costruzione di questo libro lascia trasparire la grande passione e la grande professionalità dell’autrice e vale molto di più di tante biografie dell’Artista. E’ un libro imprescindibile per chi vuole approfondire il discorso su Gaber e da consigliare a chiunque voglia avvicinarsi alla sua opera. Assolutamente da non perdere.


Selene Edizioni (Milano) – Collana “Distorsioni”

Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso…

di Micaela Bonavia (a cura di)

(208 pagine – Euro 12,50)

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