( Chiedo scusa se parlo di Utopia… )

IL PERCHE’ DEI RIFERIMENTI LETTERARI IN GABER/LUPORINI in particolare Céline (G.L.A.)

ottobre 20th, 2004 by Gian Luigi Ago

C’è nell’opera di Gaber e Luporini un florilegio di riferimenti che, lungi dall’essere copiatura, si struttura in qualcosa di molto elevato che definirei “competenza” intesa come capacità di acquisire conoscenza e trasporla in contesti diversi.

Tutte le citazioni letterarie presenti negli spettacoli di Gaber e Luporini rappresentano l’acquisizione del concetto “universale” di cui esse sono espressione, universalità che ne consente, a fronte della “competenza” dei Nostri, una rilettura e riutilizzazione in chiave nuova e ricontestualizzata pur nel rispetto dell’essenza originaria. Se pensiamo poi che tutta questa operazione genera a sua volta arte, questo meccanismo di citazioni è una delle meraviglie dell’opera di Gaber e Luporini.

Il fatto che fra tutte le citazioni letterarie presenti nelle opere dei Nostri quelle preponderanti siano tratte da Céline e Borges credo che abbia le radici in motivazioni profonde e non casuali.

Vorrei soffermarmi soprattutto sul versante céliniano. Il “Voyage” è un libro che può affascinare o irritare, ma mai lasciare indifferenti. Io lo ritengo un vero libro “cult”, imprescindibile e di un’importanza fondamentale, almeno per quelli che, come me, hanno avuto la sorte di nascere a metà del secolo scorso senza vederne l’inizio e che si trovano a vivere in questo nuovo secolo di cui non vedranno mai la fine. Céline è stato, prima di uno scrittore, un uomo straordinario, atipico, controverso, provocatore.

Alcune sue posizioni, che tra l’altro pagò di persona, possono risultare equivoche e squalificanti. Eppure Céline è stato al di sopra di tutto questo: grandissimo uomo e grandissimo scrittore. “Il suo “Voyage” è uno sguardo feroce sul Novecento, è l’immagine di un dolore per la natura umana mascherato da uno sguardo irriverente e sferzante, è un’autobiografia che si svolge tra Europa, Africa e America, in cui tutte le nefandezze e le miserie del secolo sono evidenziate, è una luce che illumina il buio delle nostre anime, è l’immagine di una Storia giunta inevitabilmente al capolinea.

E poi c’è quell’incredibile scrittura: il linguaggio, unico nella storia della letteratura, con inversioni di parole, alterazioni sintattiche, proliferare di avverbi e pronomi. Questo libro fu subito uno scandalo per forma e contenuti: attaccava le fondamenta della letteratura, minandone la legittimità. Il viaggio di Bardamu/Céline verso il “fondo” della notte (bout è “fondo” più che “termine”), dalla guerra alla morte, attraverso il colonialismo, il fordismo, la piccola borghesia, attraversa i più reconditi anfratti dell’uomo in una visione disperata e sarcastica della vita.

“Coraggio, Ferdinand, ripetevo a me stesso, per tenermi su. A forza di essere sbattuto fuori dappertutto finirai di sicuro per trovarlo il trucco (le truc) che gli fa tanto paura a tutti, a tutti gli stronzi che ci sono in giro, deve stare in fondo alla notte. E’ per questo che non ci vanno loro in fondo alla notte” (da Viaggio al termine della notte”).

Ecco: giungere fino in fondo all’ignoto per cercare il nuovo. Lo sguardo di Bardamu/Céline è uno sguardo lucido, critico, feroce, ma anche compassionevole.

Credo che in tutto questo si possa ritrovare molto dell’opera di Gaber e Luporini, pur con le dovute differenze. Non credo sia esatto dire che Céline (e così anche Borges) abbia influenzato l’opera dei Nostri, ma piuttosto che il loro sia stato un “incontro” fatto di parallelismi storici, umani, emozionali che ha permesso al “già espresso” di Céline di ritornare a essere mirabile “forma” di un omologo “contenuto” e soprattutto arte che genera arte.

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SANDRO LUPORINI E IL SUO“SARVAKARMAPHALATYAGA” (G.L.A.)

ottobre 13th, 2004 by Gian Luigi Ago

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La figura di Sandro Luporini riveste un’importanza fondamentale nella cultura italiana dell’ultimo Novecento.

Al di là dell’indubbia valenza artistica del suo realismo esistenziale pittorico, l’incontro con Giorgio Gaber e la nascita del “Teatro-Canzone” e del “Teatro evocativo” credo rappresenti un “accadimento” che ha segnato profondamente la nostra cultura. La “metodologia di pensiero” di Gaber/Luporini, il loro “sarvakarmaphalatyaga”, cioè il “distacco dal frutto dell’atto”, cioè il “buttare lì qualcosa” rappresenta a buon titolo il modo più “realistico” di essere politici dopo la caduta delle vecchie illusioni e, anche se spesso l’accusa rivolta loro è stata quella di qualunquismo, la loro opera è stata sempre animata dal desiderio di capire, di cambiare. Desiderio di verità.

Oggi Giorgio Gaber ci ha lasciato e la sua “assenza” è una presenza dolorosa per quanti lo hanno amato, conosciuto, apprezzato.

Ma la “presenza” di Sandro Luporini rimane un punto di riferimento artistico e di pensiero a cui va prestata la massima attenzione.

Il pensiero di Gaber/Luporini non ha mai avuto nulla di dogmatico o ideologico; non hanno mai lanciato messaggi, buttando sempre lì qualcosa in cui credevano in un determinato contesto storico, politico, sociale, culturale e personale. Io credo che abbiano anche vissuto contraddizioni, ripensamenti e probabilmente anche intuizioni sbagliate; ma hanno sempre cercato di capire, prescindendo dal voler “codificare”, simili a degli Ulisse danteschi che viaggiano per viaggiare, non per arrivare.

Questa è quella che io amo definire “metodologia di pensiero”: non esistono ortodossie rispetto al loro pensiero e dunque neanche eresie. La loro metodologia li ha portati volta per volta a riflessioni che appartengono a loro in quanto filtrate e non avulse dal loro vissuto personale, dalla loro sensibilità, dal loro percorso artistico e umano.

Il loro è un approccio alla vita e all’uomo che può essere utilizzato ma che può, a seconda delle diverse sensibilità, storie personali, ecc., portare a cose nuove e divergenti.

E questa è la ricchezza aggiunta di questa metodologia:la sua capacità di poter essere ancora viva, ancora feconda di novità, non ripetitive e/o banali.

Io non so come, nel tempo, Sandro Luporini continuerà il lavoro iniziato con Giorgio Gaber, come le sue riflessioni sull’uomo e sul mondo saranno manifestate al di là del discorso pittorico, ma credo che quanti hanno avuto in Giorgio Gaber un “punto di riferimento” non debbano dimenticare che la presenza di Sandro Luporini è una garanzia di uno spirito critico, libero, magari utopistico (ma nell’accezione più bella che può avere questo termine) e che si deve guardare a lui per evitare che il rivolgersi all’opera di Gaber/Luporini sia solo una sterile celebrazione del passato, facendo in modo che quella loro “metodologia d pensiero” possa continuare a nutrirci, a emozionarci, a non farci perdere la voglia di capire.

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PARADIGMI MUSICALI riflessioni sui metri di giudizio e di estetica musicale (G.L.A.)

ottobre 9th, 2004 by Gian Luigi Ago

Nella valutazione musicale ognuno si muove all’interno di propri paradigmi personali.

Io ho sempre pensato che il valore di una canzone non possa essere valutato operando un “sezionamento” delle sue parti e prescindendo dal contesto temporale, culturale, emozionale in cui la stessa canzone viene a collocarsi.Voglio dire che la tecnica, sia di composizione musicale che di versificazione, non è tutto e può a parità di livello assumere connotazioni valoriali diverse. E’ un po’ la stessa cosa che penso dell’arte in genere e, per restare in tema, nello specifico, dei musicisti.

So, ad esempio, che esistono strumentisti d’orchestra immensamente più bravi nel suonare la chitarra, che so, di un Bob Dylan o di un De Andrè e forse anche a comporre musica secondo dei canoni tecnico- compositivi, ma ciò non toglie che non saranno mai degli artisti e che la loro musica e/o le loro composizioni non avranno mai uguale “valore” rispetto a questi ultimi; e qui non intendo “successo” ma proprio valore nel senso di qualità.Questo perché, come ho detto, la tecnica è solo una componente che crea il valore.

Esistono canzoni con testi bellissimi e musiche scadenti e viceversa, oppure canzoni con testi e musiche bellissime o entrambe scadenti, ma non possiamo valutare assegnando un “punteggio” alla musica, uno al testo e poi sommare….

Non credo sia il modo giusto.

L’arte in genere ha valore se colpisce emozionalmente, condiziona culturalmente, determina socialmente, crea artisticamente, riflette generazionalmente, rivoluziona, ecc. Questo risultato può essere ottenuto anche e in massima parte dalla “tecnica” ma non esclusivamente da questa e a volte perfino prescindendo da questa.Direi di più: la stessa opera d’arte può avere valore o non averne a seconda del momento storico in cui è nata.

Credo che la connessione con il livello emozionale di un’epoca storica, con la sua cultura, anche con la sua politica e con il suo costume, concorra moltissimo nel dare o negare valore a una composizione. E poi “last but not least” il “valore personale” che ciascuno di noi può dare in base alla propria sensibilità, al proprio carattere, al proprio patrimonio estetico ed emozionale.

Vorrei aggiungere anche che, paradossalmente, la carenza musicale a volte diviene un “valore aggiunto” nel senso che mi capita spesso di domandarmi: “Ma se questa canzone, pur essendo scarsa nella struttura compositiva musicale, riesce a darmi tali emozioni (e probabilmente non solo a me) quale magia interna possiede?”

Lo stesso discorso vale anche per le cosiddette “cover”. Siamo sicuri che un pezzo di Dylan, per restare nel precedente esempio, cantato da un “bravo cantante”, senza la sua voce roca e nasale, ne guadagni? Siamo sicuri che un’impostazione da “buona scuola di canto” migliori la canzone? Non concorrono forse anche queste imperfezioni tecniche a creare la magia, l’unicità, l’atmosfera di un brano?” E’ vero poi che possiamo anche distinguere in base a canoni universalmente riconosciuti tra bellezza di musiche e di testi: penso che sia poco discutibile che un’opera di Puccini o Verdi rimanga bella anche cambiando il testo dei libretti (prevalenza della musica) o che un bellissimo testo possa rimanere tale anche con musiche più scadenti (prevalenza del testo). Credo che sia ovvio che la grandezza dei Beatles (e intendo anche delle singole canzoni) prescinda dai testi e talvolta anche dalle musiche (penso a certi loro “scherzi” musicali che non tolgono valore proprio in quanto vanno letti nel “contesto Beatles”).I tagli sulle tele di un Fontana o le foto dei barattoli di sughi Campbell’s allineati di Andy Wahrol possono essere considerati di valore non per il gesto tecnico in sé (che potrei fare anch’io….) ma per i significati sottesi che li hanno concepiti e per una “risposta” che possono rappresentare in un momento particolare della storia dell’arte.

Secondo me il problema resta sempre quello: non si può fare l’autopsia… delle canzoni.Dobbiamo recepirle nella loro totalità, con tutte le loro componenti.Anche se esistono canoni che possiamo azzardarci a definire universali e condivisi, a parità di epoche e culture, essi non devono mai prescindere da una valutazione di “gestalt”.

Poi ogni discussione è lecita a partire da questo: allora sì che possiamo anche convenire che un brano di Beethoven sia molto meglio di quello che posso scrivere io e così anche per un testo di De Andrè, ma questo è un altro piano del discorso.

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